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Neoclassicismo e Preromanticismo
 
 
 
 
Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 si sviluppano i due movimenti stilistici che divideranno gli artisti in neoclassici e romantici, in netta antitesi e con illustri rappresentanti da ambo le parti.
Il neoclassicismo si propone un nuovo recupero della classicità, della mitologia, delle divinità, per comunicare concetti contemporanei. Il recupero dello stile classico è solo una fase del processo di recupero della civiltà, di rinnovamento, di riforma.
Dominante è il gusto del bello, della perfezione, della misura. Dalla ricerca dei reperti classi antichi nasce l’archeologia, che si propone di ricercare, classificare e divulgare le testimonianze del mondo antico. Impulsi fondamentali al movimento e alla nuova scienza sono dati, negli anni dal 1780 al 1790, dalla scoperta di Pompei ed Ercolano, che entusiasma gli amanti del mondo classico, e dalla campagna d’Egitto di Napoleone. Tra chi lavora a Pompei è presente Johann Joachim Winckelmann (studioso tedesco di storia dell’arte), che elabora la teoria estetica del Neoclassicismo, ovvero la concezione del “bello artistico”. Si intende per “bello” qualunque espressione artistica in grado di suscitare un sentimento di serenità e armonia; questo è possibile attraverso una forma armoniosa e perfetta, come può essere un corpo umano non deforme (che dà anche misura di perfezione).
Il neoclassicismo influenza tutti i campi, dalla scultura (Canova) all’architettura (Palladio). Sotto Napoleone si sviluppa lo “stile Impero”, che copiava perfettamente lo stile greco antico.
La produzione letteraria neoclassica riguarda 2 sfere principali:
– ambito civile e sociale: Parini, Foscolo;
– ambito encomiastico: Vincenzo Monti (traduce Iliade e Odissea; compone odi per i maggiori avvenimenti, tra cui un’ode ai fratelli Montgolfier). Il preromanticismo contrasta col neoclassicismo, poiché qui la concezione di “bello” è legata al sublime, all’essere fuori misura. Non c’è armonia nella produzione preromantica; le forme espressive devono suscitare sgomento e paura in chi osserva o legge. Le immagini sono acquisite dalle manifestazioni più violente della natura, come tempeste, burrasche e simili. Si ha il recupero di forti emozioni, della fantasia e della creatività. È importante sottolineare come, in questo movimento, siano presenti solo alcuni accenni alle caratteristiche dominanti del futuro Romanticismo. Il prefisso pre- ha proprio il significato di “anteprima” di quanto dovrà ancora venire, ma si sta nel frattempo sviluppando. I maggiori rappresentanti del movimento preromantico sono Alfieri (culto dell’eroe) e Foscolo (solo nei contenuti che trasmette, mentre la forma è classica).
Si ritrovano, comunque, rappresentanti in tutta Europa, su tutti i tedeschi Schiller e Wolfgang von Goethe, precursori dello Sturm und Drang (“impeto e tempesta”, il Romanticismo tedesco).
 
Vincenzo Cuoco (1770 – 1823)
 
 
 
Vincenzo Cuoco si distingue come uno dei massimi intellettuali presenti
nella Repubblica Partenopea (1796-99) di stampo francese rivoluzionario. Come
insegna la Storia, tale repubblica ha breve vita, fondamentalmente perché
non appoggiata dai francesi o dalle altre repubbliche giacobine e per l’estraneità
del popolo napoletano alla rivolta. I Borboni, quindi, dopo essere stati cacciati tornano al loro posto di comando e, dichiarando terminata l’epoca repubblicana, organizzano la repressione. Moltissime sono le condanne disposte, e tanti quelli che fuggono cercando la salvezza. Tra loro c’è Cuoco, saggista di alta classe sociale.
Sulla base dell’esperienza rivoluzionaria scrive un Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, nel quale analizza le cause dell’insuccesso del tentativo rivoluzionario. La conclusione cui giunge Cuoco è che, per avere una rivoluzione giusta, bisogna coinvolgere il popolo e ispirarsi ad esso materialmente (condizione di rivoluzione attiva); le classi intellettualmente più elevate, invece, pensando di poter parlare al popolo come dentro un circolo letterario, sono incomprese e non riescono a trasmettere l’idea rivoluzionaria. La rivolta di Napoli, al contrario, è passiva perché:
– spera nell’aiuto di un popolo straniero, che nessun interesse può avere nell’aiuto se non quello di conquistare il territorio dei ribelli;
– si basa su idee astratte e straniere, quindi lontane dai bisogni reali del popolo in lotta.
 
Ugo Foscolo (1778 – 1827)
 
 
 
L’importanza di Ugo Foscolo nella letteratura del 1800 è eccezionale, e tutta connessa alla situazione storica da lui vissuta.
Nato a Zante (isola greca appartenente alla Repubblica di Venezia), è figlio di un medico veneziano, mentre la madre è greca. In adolescenza subisce il fascino della Grecia classica, che si manifesterà poi nei suoi scritti. Alla morte del padre deve trasferirsi a Venezia, in una situazione di povertà; con la seduzione (è amante di molte donne) riesce ad accedere ai salotti cittadini, dove incontra le migliori intelligenze. Nonostante questo e l’aiuto costante di Isabella Roncioni, la sua condizione non cambia: è sempre povero, malvestito e denutrito. Quando Napoleone, nel 1797, firma il trattato di Campoformio, la vita di Foscolo cambia radicalmente. La Repubblica di Venezia viene smembrata e distribuita tra vari stati; Foscolo, di idee giacobine, è costretto a scappare da una Venezia divenuta austriaca. È quindi testimone dell’età napoleonica: dall’amore giovanile (compone un’Ode a Napoleone Imperatore) all’odio dopo Campoformio (ode A Napoleone tiranno). La sua vita si trasforma in un esilio perpetuo, tra Italia, Francia, Inghilterra, che durerà fino alla morte (a Londra). I problemi economici continuano a perseguitarlo; arriva anche ad arruolarsi nell’esercito francese.
La grande passione e lo spirito focoso distinguono Foscolo come uomo e come autore. La formazione, materialistica e sensistica, lo rende pieno di illusioni e ideali che servono per ammettere che non esiste un’anima immortale.
Per continuare a vivere avendo qualche ragione di farlo, Foscolo si “inventa” una propria religione delle illusioni, sulla quale si basa per non scadere nella depressione interiore. Gli elementi sono:
– patria (in quanto giacobino);
– libertà (in quanto giacobino);
– amore (sentimento forte per vivere);
– bellezza (per rasserenare, secondo la dottrina neoclassica);
– poesia (per eternare ciò che, invece, morirebbe);
– sepolcro (luogo di incontro e ricordo, di affetto per “corrispondenza di amorosi sensi”, purché chi è morto abbia lasciato in eredità sentimenti positivi). Il tema del sepolcro torna spessissimo nella produzione di Foscolo come conseguenza del suo esilio che, sa, lo condanna a non avere sepoltura in patria (“lacrimata sepoltura”). Dopo il romanzo giovanile, Ultime lettere di Jacopo Ortis, che contribuisce in maniera decisiva alla nascita del romanzo in Italia, una fetta amplissima della produzione in poesia rimanda al tema della morte. Tra i sonetti che scrive, Alla sera, In morte del fratello Giovanni e A Zacinto; compone un’ode (carme) specifico, I sepolcri. La prospettiva di Foscolo si avvera: muore a Londra, lontano dalla patria. Anni più tardi, il suo feretro è trasferito a Firenze, in Santa Croce, accanto ai grandi della Storia.
 
Ultime lettere di Jacopo Ortis
 
Si tratta di un romanzo epistolare sulla falsa riga de I dolori del giovane Werther di W. Goethe. La trama riprende in gran parte la vita dello stesso Foscolo, escludendo il finale (Ortis si uccide, mentre Foscolo non lo farà mai); sembra quasi un’autobiografia ideale. Al contrario del romanzo di Goethe, nel quale si parla solo d’amore, qui è presente la considerazione politica di Ortis, specchio del pensiero dell’autore. L’uomo è rappresentato in maniera romantica: la vita è un’alternanza di delusioni e illusioni, che provocano uno scetticismo totale e costante nei confronti della realtà.
Un esempio di delusione è fornito dall’episodio dell’incontro con Teresa. Si svolge a casa del signor T. (l’iniziale è perché si tratta di un ricercato), padre di Teresa; Jacopo la incontra e scocca l’amore a prima vista. Teresa è però promessa a Odoardo: dall’illusione iniziale (avere la donna amata) si giunge alla delusione (per non poterla avere).
 
Alla sera
 
Questo sonetto è un invito alla meditazione (come momento introspettivo) e alla quiete. La sera è un’immagine della morte (come pace eterna); è desiderata sia se serena, sia se portatrice di tempesta, poiché sempre raggiunge il cuore e pacifica l’animo. La purificazione avviene mentre il “reo tempo” presente (reo per le delusioni e per l’epoca negativa) fugge e si consuma assieme all’autore.
La divisione è evidente tra le quartine e le terzine. Nelle quartine Foscolo
descrive il proprio stato d’animo. Nelle terzine analizza i processi dinamici di trasformazione dovuti alla sera: la morte è liberatoria perché annullamento totale (si cancellano conflitti e sofferenze).
In tutto il sonetto esiste un rapporto tra gli elementi positivi (nulla eterno, pace della sera) che annullano quelli negativi (reo tempo, spirto guerrier). La tematica è la stessa dell’Ortis: la morte è vista come unica soluzione per una situazione insostenibile. In altre parole, l’eroe (generoso e appassionato) si oppone alla realtà storica (negativa), ma è sconfitto.
 
In morte del fratello Giovanni
 
Giovanni Dionigi, fratello di Ugo Foscolo, apparteneva all’esercito cisalpino. Il vizio del gioco lo porta ad accumulare un debito tale da uccidersi. Il sonetto scritto in suo onore dal fratello è di consolazione per la madre, rimasta sola. Il desiderio del poeta è quello di rivedere la tomba del fratello, al termine del proprio esilio; vorrebbe tornare, ma sente l’avversità degli dèi (secondo i canoni classici, e come Ulisse) e i tormenti interiori del fratello. L’unica speranza rimastagli è la morte. Nel finale invoca di essere sepolto in patria (presso la “madre mesta”) per poter riunire la famiglia. I due temi di sviluppo sono l’esilio e la tomba. Il primo è legato al senso di sradicamento e di precarietà; il sepolcro è invece visto come centro di raccoglimento famigliare e come immagine della madre. Gli “avversi numi” rappresentano un potere contro il quale è vano lottare.
La struttura è circolare, con i concetti tomba e madre racchiusi entro quello dell’esilio e, da esso, annullati. La morte è l’unica soluzione per il ricongiungimento della famiglia (lacrimata sepoltura); il fatto che sia “lacrimata” in45 dica che esiste un legame con la vita, e che la morte non è “nulla eterno”. Il ritorno presso la madre è, comunque sia, un’illusione.
 
A Zacinto
 
Zacinto è il nome greco antico (quindi classico) di Zante:
– dove trascorre l’infanzia Foscolo (simbolo della famiglia);
– dove nacque Venere (dèa classica), simbolo di bellezza rasserenatrice) e
fertilità;
– in Grecia, patria di Omero (che come Foscolo se ne andò, e che canta di
Ulisse, punto di paragone per l’autore). Il poeta è consapevole che non tornerà mai più, e che alla fine resterà solo la sua poesia.
La sintassi è anomale e tortuosa, per vari motivi:
– è indice dell’inquietudine della passione soggettiva;
– è un flusso appassionato;
– è simile all’errare dei due protagonisti, durante il loro esilio.
Ritorna la circolarità del discorso, che punta al ritorno al punto di partenza (del discorso e del viaggio, cioè le due isole di Itaca e Zante). L’eroe classico (positivo) ottiene il suo risultato e fa ritorno. L’eroe romantico (negativo) non riuscirà mai a tornare, generando un sentimento di smarrimento e incertezza. Rifiutando quest’ultimo la società in cui vive, si rappresenta miticamente come un esule.
Si nota una regressione materna legata a Venere, a Zacinto e alla madre di Foscolo. L’acqua è oggetto di una doppia visione:
– dà vita (immagine materna);
– senza acqua (illacrimata sepoltura) c’è la morte lontano da casa.
 
Romanticismo
 
Abissalmente diverso dall’Illuminismo, il Romanticismo è la corrente filosofica dominante nell’Ottocento.
Caratterizzata da elementi fantastici e assurdi, dal sovrannaturale (è la poesia moderna “dei vivi”, contro quella classica “dei morti”), recupera dall’Illuminismo solo l’idea di libertà, traendo una serie di tematiche negative da:
· ricerca dell’infinito, quindi avversione alla Ragione (la notte contro i lumi);
· esistenza della materia, con una finalità: non più solo “come?”, ma soprattutto “perché?”;
· apertura agli interrogativi;
· visione assoluta, idealistica e mistica della vita;
· soggettivismo: esiste la realtà se esisto io;
· esotismo: luoghi lontani, tempi diversi;
· recupero della religione istituzionalizzata (cristiano-cattolica);
· recupero del sentimento, dell’ideale, della fantasia;
· espressione spontanea poetica di fantasia e creatività, basata sui modelli
infantili e primitivi e popolari, cioè l’innocenza, la gioia, la spontaneità,
l’autenticità. In Italia, in particolare, si recuperano le idee di popolo, patria, nazione, tradizione storica, lingua, libertà. Mancano tutti gli aspetti estremamente passionali, eroici, irrazionali perché, mancando contrasti sociali, non c’è bisogno di tematiche negative. L’esigenza politica è che il linguaggio sia comprensibile dal popolo, quindi contemporaneo e semplice. Ne nasce una polemica classico-romantica tra i sostenitori dei modelli antichi e quelli della poesia spontanea, non imitativa, proveniente dal cuore, personale ma con grandi ideali, secondo i canoni romantici.
Alcuni intellettuali si inseriscono nella polemica: Giovanni Berchet afferma che “la poesia deriva dal popolo” (anche se per popolo non intende quello letterale, che è analfabeta, ma la borghesia, la classe delle rivoluzioni). Lo stesso Berchet scrive la Lettera semiseria di Giovanni Grisostomo, ironica missiva di Grisostomo (“bocca d’oro”) verso l’ipotetico figlio nella quale gli consiglia di essere romantico, salvo poi ricredersi e rimangiarsi tutto (solo dopo un’esaltazione del Romanticismo stesso). Il confronto di Berchet è tra l’ottentotto, stupido, rozzo, analfabeta, ma capace di poesia, e il parigino, il filosofo illuminista, che per troppa civilizzazione ha perso il senso della poesia.
Madame de Staël pubblica un articolo su Biblioteca Italiana, nel quale invita la cultura italiana a svecchiarsi, aprendosi ad un mondo culturale europeo più moderno. Per circa due anni, nello stesso periodo, è dato alle stampe il giornale Il Conciliatore, divulgatore di idee romantiche. È il romanzo, però, che diventa lo strumento principale per la diffusione del Romanticismo, anche utilizzando le lingue locali e, talvolta, i dialetti.
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