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Alessandro Manzoni (1785 – 1873)
 
 
 
 
Alessandro Manzoni è testimone di Illuminismo, Romanticismo, Risorgimento, Unità d’Italia, senatore, ministro della Pubblica Istruzione: siamo di fronte ad uno dei massimi esponenti di tutta la letteratura italiana. Nipote di Cesare Beccaria, è figlio del nobile Pietro Manzoni, comunque poco importante nello sviluppo: chi funge da padre è Carlo Imbonati. Riceve un’educazione cristiano-cattolica e classica da aristocratico; il trasferimento a Parigi con la madre gli fa scoprire l’illuminismo:
– conosce l’individualismo cosmopolita;
– capisce che la luce della ragione porta all’onestà, alla giustizia;
– frequenta salotti e personaggi importanti, impara che la storia è fatta da popoli;
– abbandona il credo cattolico.
Conosce la futura moglie Enrichetta Blondel, svizzera calvinista (ma sta studiando per diventare cattolica). La leggenda sulla conversione la riguarda: pare che Manzoni abbia chiesto una grazia quando, durante una festa cittadina a Parigi (nel 1810), perde la moglie. Fatto sta che non solo si converte, ma diventa un portabandiera del cristianesimo, riempiendone le opere: “tutto si spiega col Vangelo, tutto ritorna al Vangelo”. Nonostante tutto non rinnega mai ciò che ha imparato e i principî fondamentali, rifuggendo sempre il potere.
Manzoni aderisce al Romanticismo, proprio con una Lettera sul Romanticismo
nel quale si propone come obiettivo di poetica il “vero per oggetto, interessante
per mezzo, utile per scopo”. Il vero per oggetto è la verità storica, l’interessante per mezzo è l’oggettivamente interessante, l’utile per scopo è l’insegnamento della morale cattolica. Il vero storico, cioè la realtà dei fatti, si differenzia a sua volta dal vero poetico, la capacità dell’autore di vedere introspettivamente un personaggio. La necessità del vero poetico nasce dalla volontà di Manzoni di non essere come
gli storici: appassionato di storia, prima di affrontare un impegno letterario si
documenta, ma teme di limitarsi usando solo la verità (avendo anche la passione
per il sentimento). Tra l’altro, fino al 1821 la visione della Storia per Manzoni è pessimistica: non c’è possibilità, per i più deboli, di avere giustizia e riconoscimenti (che invece avranno nel Regno dei Cieli). Successivamente si sviluppa la visione provvidenziale, secondo la quale l’uomo non può agire sulla propria vita liberamente, ma è costante l’intervento della provvidenza.
Dopo il 1820 cerca di unire all’insegnamento morale quello politico, anche
secondo le idee cattolico-liberali, ed elabora alcuni scritti con tali contenuti.
Seguendo la tradizione italiana (iniziata da Alfieri) decide di scrivere alcune
tragedie. Lo schema aristotelico, infatti, è ritenuto inadeguato, a causa
dell’importanza della rappresentazione del fatto storico: Manzoni, allora, utilizza
il coro come angolo del poeta per soffermarsi sulla descrizione ed esprimere
il vero poetico.
La tragedia viene ben presto ritenuta insufficiente per diffondere l’utile per scopo, a causa del pubblico insufficiente: Manzoni cambia genere ed opta per il romanzo, in particolare quello storico per i suoi scopi. La scelta dell’epoca è cruciale: ne serve una interessante, dal punto di vista storicopolitico, ma non contemporanea (a causa della censura). Dopo un’attenta ricerca tra le epoche, trova un periodo corrispondente, in senso metaforico, al suo, la Milano del 1600, caratterizzata da:
· occupazione straniera (spagnoli allora, austro-ungarici adesso);
· il sopruso all’ordine del giorno;
· la legge non rispettata o evasa dai potenti;
· gli umili sempre defraudati dei diritti.
Trova una grida (legge dell’epoca) che punisce un potente se impedisce un matrimonio, e pensa a un romanzo basato su una situazione simile col popolo
come protagonista. Il fine è l’insegnamento della morale cattolica, superando il
proprio pessimismo storico che lo contraddistingue. Nascono così I Promessi Sposi.
 
Inni Sacri
 
Dovevano essere tanti quante le feste dell’anno liturgico, ma non vengono
tutti realizzati. Il bisogno di celebrare le festività porta Manzoni a comporre
canti retorici e inneggianti, i migliori dei quali sono scritti dopo le grandi opere
(verso il 1830).
 
Carme in morte di Carlo Imbonati
 
Alla morte del padre putativo, Manzoni immagina un testamente spirituale lasciatogli da Imbonati. I punti su cui è incentrato tale lascito sono: usare il sentimento e la riflessione; essere contento del poco; puntare al risultato finale;
rimanere puro; non diventare schiavo delle attività umane; non fare patti coi vili;
non tradire la Sacra Verità; non esaltare il vizio, o deridere la virtù.
 
Il Cinque Maggio
 
Manzoni scopre della morte di Napoleone a luglio, leggendo una rivista, e quindi compone di getto. L’interessa manzoniano per Napoleone è rivolto alla persona, non al personaggio. Immagina Napoleone in punto di morte, senza orgoglio e forza, ma solo e sperduto, sottolineando il contrasto tra ciò che era stato e la prigionia in cui muore. Lo sgomento del grande condottiero, in un momento come quello della sua morte, è pari a quello del mondo intero.
Manzoni non dà un giudizio politico all’uomo, anzi ha fede nella sua salvezza, immaginando infatti (dopo un uso sapiente del vero poetico) Dio che si siede sul letto all’attimo fatale.
 
I Promessi Sposi
 
Inizialmente chiamato Fermo e Lucia, quindi Gli Sposi Promessi: il cambio
di titolo indica anche una serie di modifiche strutturali, con adattamenti di contenuti e forma. Rispetto alla prima versione, quella finale è ridotta, attraverso
l’eliminazione delle storie di Padre Cristoforo, della Monaca di Monza e degli
untori (che vanno a formare tre romanzi separati, mentre prima erano tre romanzi
nel romanzo che appesantivano il tutto), lasciate in forma molto ridotta.
La revisione linguistica è fondamentale per trovare un linguaggio quanto
più popolare (cioè leggibile) e diffondibile possibile. Il commento di Manzoni
“ho lavato i panni in Arno” indica l’adattamento di tutti i latinismi e lombardismi
in toscano, molto più parlato e diffuso. La vicenda è ben nota. Manzoni è narratore esterno e onnisciente, ma per confermare il vero storico inventa lo scritto di un anonimo, a cui si riferisce in corso di narrazione. Il sistema dei personaggi è articolato in tre filoni:
1. potenti nel bene;
2. potenti nel male (caratterizzati da mentalità di sopruso e violenza e da una vita senza scopo);
3. umili. Tra i primi, il card. Borromeo, fra’ Cristoforo (Manzoni ama parlare della
Chiesa militante), l’Innominato dopo la conversione; gregari sono Don Abbondio,
Agnese, Perpetua. Tra i secondi esiste la gerarchia Innominato … Don Rodrigo, con un abisso tra i due personaggi dovuto alla differente intelligenza. Notevoli i gregari dei potenti nel male: Azzeccagarbugli, il Griso, il Conte Attilio, i bravi, tutti uniti da un rapporto utilitaristico legato a denaro e forza.
Gli umili sono i veri protagonisti della vicenda, nelle persone di Renzo e Lucia, rappresentanti di una mentalità popolare e normale. Renzo è il ribelle, che si caccia nei guai anche a causa della sua ignoranza. Lucia è il lato positivo, la fede nella Provvidenza, la fragilità femminile; sembra quasi remare contro, in realtà è la figura più forte e, alla fine della vicenda, è premiata dai fatti.
 
Giacomo Leopardi (1798 – 1837)
 
 
 
Giacomo Leopardi, da Recanati nelle Marche, è sicuramente una delle intelligenze
più acute e sviluppate del suo periodo storico. La definizione, che gli è stata data in seguito, di pensiero poetante è adatta a un personaggio che ha lungamente interpretato il pensiero dell'uomo e della vita, trasponendo le proprie idee in poesia. L'origine nobile di Leopardi, primogenito di una famiglia comunque non
ricca, in un piccolo borgo in collina e sul mare, condiziona la vita del giovane
autore. Il padre, il conte Monaldo, è un funzionario dello Stato Pontificio assente
e autoritario. La madre, Adelaide Antici, è una donna tirchia (al punto da misurare
le uova portate dai contadini, mantenuti in condizioni feudali) e senza
senso materno, attenta solo all'amministrazione delle proprietà di famiglia. Leopardi avverte la mancanza di affetto familiare, che trova solo nell'amicizia,
soprattutto epistolare, con Pietro Giordani, che considera suo "padre putativo".
L'educazione del piccolo Leopardi è privata e affidata ad un precettore fino
ai 10 anni. Seguono sette anni di studio "matto e disperatissimo" nella biblioteca
di famiglia: in questo tempo, impara latino, greco, ebraico, studia l'astronomia,
la fisica, la matematica, la filosofia. La sua conoscenza enciclopedica
ne fa un erudito, tanto da conoscere più del proprio precettore.
A 17 anni abbandona gli studi eruditi e passa alla poesia, sia classica che contemporanea. Questo passaggio è definito dall'erudizione al bello.
Nel frattempo, si manifesta in maniera evidente la solitudine che caratterizza
la vita di Leopardi: non ha confidenza con i genitori; trascorre solo qualche
ora con i fratelli, troppo piccoli per capire. Si sente incompreso, diverso, in
un borgo "selvaggio", cioè ignorante, anche se è "natìo": non può comunicare,
né avere scambi con alcuno. L'amicizia epistolare con Pietro Giordani lo risolleva
parzialmente e gli consente di trascorrere diverse ore in tranquillità. Altro
elemento importante nella psicologia del poeta è la noia, che rifugge studiando
e scrivendo, come forma di comunicazione con altre persone.
A 21 anni tenta di fuggire di casa, lasciando una lettera al padre coi motivi
della fuga. Il tentativo è sventato e gli causa una delusione terribile. I problemi
di salute si aggravano, a causa dello studio al freddo e al buio: si accentua la
malformazione scheletrica al busto (corto) ed accusa disturbi alla vista. Dopo aver letto Rousseau (“la Natura è una madre buona, ha creato gli uomini perché fossero felici”) Inserendosi nella polemica classico-romantica (“solo la poesia antica è veramente spontanea, quella successiva è imitativa”), comincia a scrivere i Piccoli idilli: è un Leopardi soggettivo, nella fase del pessimismo storico. Dopo aver letto Rousseau (“la Natura è una madre buona, ha creato gli uomini perché fossero felici”), vuole capire perché l’uomo è infelice: perché si è allontanato dal modo naturale di vivere, a causa del progresso (quindi è colpa dell’uomo stesso). La situazione dell’uomo è destinata, secondo questo pensiero, a diventare sempre peggiore a causa della Storia e delle sue vicende. Mentre elabora il pessimismo storico, gli è concesso di recarsi a Roma dagli zii materni. Leopardi è entusiasta di conoscere una città che considera aperta, ma ha una nuova delusione scoprendo che Roma è una “grande Recanati”, chiusa moralmente. Attorno al 1820 elabora la teoria del Piacere: giustifica l’infelicità dell’uomo (“l’uomo non cerca il piacere, ma l’infinito piacere. Non essendo raggiungibile si ha l’infelicità”) ispirandosi a Schopenhauer (“l’uomo è alla ricerca di soddisfazioni che non si possono soddisfare”). Tornato da Roma elabora il pessimismo cosmico: la Natura è una matrigna che ha generato l’umanità perché soffrisse, quindi non è responsabilità del singolo (passaggio dal bello al vero). Verso la fine degli anni ’20 dell’Ottocento si trasferisce a Pisa, città piccola ma vivace, adatta alla sua salute. Ritrovando la tranquillità interiore, ricomincia a scrivere in poesia: di questo periodo sono i Grandi idilli. Il periodo napoletano, dal 1830 alla morte, è caratterizzato dall’amore con Fanny Targioni Tozzetti, non del tutto corrisposto: Leopardi è entusiasta, ma deluso. Dovuto ai drammi del suo amore, il Ciclo di Aspasia supera la considerazione universale dell’umanità, passando a un riferimento lirico e personale raramente evidenziato prima. In questo periodo elabora il pessimismo eroico (descritto ne La ginestra): l’uomo, siccome sconfitto a priori, deve unirsi in “solidal catena” con gli altri per tentare di sopravvivere. Prima che possa approfondire il discorso, Leopardi muore nel 1837, di colera.
 
Zibaldone
 
È il diario di Leopardi, con le annotazioni quotidiane dei suoi pensieri.
Viene pubblicato dopo la sua morte ed è utilizzato come riferimento continuo
per capire la sua vita e le opere. Piccoli idilli Leopardi dimostra di conoscere la letteratura greca componendo idilli, cioè descrizioni naturalistiche, bozzetti descrittivi paesaggistici, secondo il modello classico del poeta greco Mosco. Leopardi, però, tiene conto solo in parte delle regole classiche: utilizza gli idilli per passare, attraverso l’immaginazione, alla situazione indefinita, infinita, vaga, lontana. Tra i Piccoli idilli più noti, L’infinito e Alla luna.
In Alla luna Leopardi dà un grande valore alla ricordanza, perché il ricordo
rende tutto più dolce, e il presente è negativo. L’idillio è costruito sulla dimensione
del ricordo, con la luna (elemento centrale e ricorrente per Leopardi,
che tornerà nei Grandi idilli) come protagonista.
 
L’infinito
 
Siamo a Recanati. A cento metri da casa Leopardi c’è una piccola salita, il
monte Tabor, dove il poeta è solito passeggiare. L’uso di ermo nasce dalla convinzione che esistono parole più poetiche ed evocative di altre: parole generalmente poco usate, cadute nel dimenticatoio, con una sonorità particolare, che indicano situazioni vaghe, indefinite, lontane, che lasciano spazio
all’immaginazione. Un “ma”, dopo i primi tre versi, indica una separazione netta
tra l’inizio bozzettistico (con l’uso dei dimostrativi per sottolineare la vicinanza
degli oggetti e la loro fisicità) e il seguito interiore, che culmina nell’ossimoro finale: “Così il mio pensiero si disperde: e naufragare in questo mare del pensiero è, per me, cosa dolce”.
 
Operette morali
 
Si tratta di 32 opere, ironiche e sarcastiche, in prosa; attraverso di esse
Leopardi vuole dimostrare che l’uomo non può che essere infelice. Ne traspare
tutto il pensiero e il giudizio morale dell’autore. Sono composte sotto forma di
dialoghi, tra personaggi reali o immaginari, ispirandosi al greco classico Luciano.
Il dialogo permette una rappresentazione veloce, cosicché si può raggiungere
prima il fine dell’opera: la descrizione del rapporto tra uomo e natura, della
felicità e del piacere, dei problemi della vita in genere.
 
Grandi idilli
 
Rivolgendosi all’umanità in toto, esamina i momenti in cui l’uomo può
provare un attimo di piacere: quando il piacere è figlio di affanno, magari dopo
un pericolo che provoca paura (in La quiete dopo la tempesta); quando si attende
qualcosa che si vuole molto e si è preparato nei dettagli (una festa, un incontro,…), che però quando si realizza è molto meno di quello che si era creduto (in Il sabato del villaggio, dove il sabato è un susseguirsi di allegre preparazioni e la festa domenicale una delusione sempre maggiore). Ma non solo: c’è spazio anche per il ricordo, come quello struggente di Teresa in A Silvia. Talvolta il poeta pone (e si pone) domande esistenziali, al quale nessuno sa dare risposta, lui compreso: è l’esempio del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
 
A Silvia
 
Silvia, in realtà, è Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi,
morta a soli 18 anni di tubercolosi. Rappresenta in Leopardi l’ideale della giovinezza e della bellezza femminile, divina: non è, quindi, necessariamente un
ritratto fedele di Teresa. La prima parte è descrittiva. Il poeta narra della diversa
giovinezza per lui e per la ragazza, attraverso il ricordo. Segue una sezione
ampiamente riflessiva e meditativa, a proposito della malvagità della Natura
(che si è portata via Teresa). Si tratta, comunque, di ragionamenti senza speranza
(anch’essa analizzata da Leopardi), compiuti totalmente invano.
 
Ciclo di Aspasia
 
È una raccolta di cinque componimenti, che denotano un Leopardi completamente
negativo e in un nuovo ciclo della propria esistenza. Simbolo della raccolta è A me stesso, una breve lirica che afferma definitivamente l’illusione attraverso l’asprezza del lessico scelto, le parole lapidarie, la punteggiatura netta e tagliente: è eliminata ogni apertura ad una discussione. Il poema, come gli altri, riflettono infatti la delusione di Leopardi per l’amore contrastato con Fanny Targioni Tozzetti, nel periodo finale della sua vita.
 
La ginestra
 
Detta anche “fiore del deserto” per la sua robustezza, è l’opera-testamento
di Leopardi. In essa, supera la scoperta dell’arido vero e il pessimismo cosmico,
progettando un pessimismo eroico in cui invita l’umanità a essere consapevole
del dolore, ma a non abbandonarsi e reagire con la solidarietà tra simili
(“solidal catena”) contro la Natura, nemico comune. La ginestra è il simbolo di
come dev’essere l’uomo: arbusto resistentissimo, cresce sulle rocce, in luoghi
aspri e semidesertici (che Leopardi osservava sulle pendici laviche del Vesuvio).
Simboleggia la pietà e la solidarietà, in tali luoghi aspri, ma anche un’intelligenza superiore all’uomo: non credendo di essere immortale, flette finché può, cedendo solo alla fine.
 
Positivismo
 
 
 
L’Europa del tardo Ottocento è quella dell’affermazione di imperialismi e
nazionalismi, dell’industrializzazione, delle scoperte tecnologiche e della crescita
della popolazione, tale da portare a un buon tasso di delinquenza e alla
creazione di veri e propri ghetti proletari. L’Italia non ha di questi problemi:
deve ancora costruirsi e unificarsi, diminuire il divario tra nord e sud, insomma
diventare credibile come nazione; fermo restando che si tratta di una massa di
contadini, lontani dal mondo industriale del resto d’Europa.
L’ideologia dominante, nella società così determinata, è quella positivistica.
Si tratta di un modo di pensare secondo la convinzione che tutto è materia,
tutto si basa sul rapporto causa-effetto, tutto è deterministicamente controllato.
In altre parole, si riapplicano le idee illuministiche. A seguito di questo, anche
la scienza subisce un grande progresso, comincia a dare risposte serie e migliora
la vita. In politica si studiano riforme per migliorare la società, in pieno spirito
positivo. Il pensiero ottimista, alla fine, porta alla risoluzione di qualunque
problema tramite scienza e tecnica.
Tra i trascinatori del positivismo si ricorda soprattutto Charles Darwin, con le sue scoperte e teorie evoluzionistiche che modificano un modo di concepire le evoluzioni delle specie vecchio di alcune migliaia di anni. Un altro aiuto arriva dalla sociologia, nata nel 1830 in Francia con Augusto Comte: essa studia le dinamiche sociali, per poi aiutare nell’elaborazione delle leggi.
Si comincia a considerare come positivo qualunque cosa di oggettivamente
comprovabile, materiale, senza considerarne qualità o finalità (il “perché”) ma
solo la quantità (il “come”). La nascita della fotografia aumenta l’importanza della realtà così com’è, da studiare oggettivamente (antropologia fisica e culturale). Viene alla luce anche la fisiognomica: è una scienza che determina gli standard dello sviluppo del volto, secondo i quali un viso è criminale o no. In altre parole, dal solo aspetto sono deducibili altre caratteristiche umane.
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