top of page
Giovanni Pascoli (1855 – 1912)
 
 
 
Al contrario del contemporaneo D’Annunzio (famosissimo solo nei confini italiani), Giovanni Pascoli è il massimo poeta simbolista europeo, ma poco conosciuto in Italia, in perfetta antitesi col poeta pescarese (più personaggio, ma meno europeo). Pascoli è, per lungo tempo, noto solo tra gli intellettuali, e nei luoghi del suo insegnamento: questo a causa del suo non vivere in luoghi mondani, e sempre lontano dalla politica.
Nato a San Mauro di Romagna, il padre Ruggero è fattore di nobili romani, con enormi possedimenti, tra cui Villa Torlonia. In particolare, il padre amministra la tenuta di campagna. Nel 1867 Ruggero Pascoli viene ucciso di ritorno dal mercato di Cesena, forse per vendetta (la causa è ignota). Il fatto sconvolge la famiglia, anche economicamente. Pascoli matura la convinzione che non esiste una giustizia umana e divina; è convinto che esista un rapporto negativo tra gli uomini e che il mondo e la società siano malati. Nel frattempo si dedica ad uno straordinario percorso scolastico, dovuto alla sua grande passione per lo studio.
A Bologna, dove studia Lettere all’Università (il professore è nientemeno
che Giosuè Carducci), segue il socialismo come “sanatore di ingiustizia”. Arrestato durante una manifestazione, sconta qualche mese di carcere. Nel frattempo muoiono la madre e diversi fratelli: questo porta a una perdita continua, a un lutto difficile da elaborare nel tempo.
Comincia, poi, a insegnare, prima a Matera, poi a Massa, quindi a Livorno. Negli spostamenti porta con sé le sorelle, Ida e Maria, per ricreare il nido familiare. Con Maria vive in una casa che cerca di riportare alla somiglianza con Villa Torlonia. A causa del blocco psicologico, dovuto ai continui lutti, non se ne conoscono vicende personali; cerca conforto nella Natura, che (ne è certo) mai lo tradirà.
La Natura di Pascoli è la campagna, con ritmi ripetitivi, sicuri, tranquilli.
La base è positivistica: la botanica, le scienze, l’ornitologia servono per vivere meglio l’esperienza della natura, ma oltre allo studio possono più la vita el’esperienza in mezzo ad essa. E, poiché l’uomo mette in pericolo la Natura, è meglio non fidarsi dell’uomo. A tal punto si allontana da religione e politica, considerando il socialismo solo come aiuto e solidarietà. L’irrazionalità e il mistero della Natura sono inspiegabili scientificamente, ma narrabili con la poesia: la comunicazione di Pascoli avviene per simboli e analogia. Il linguaggio è doppio: al simbolismo si affianca una terminologia scientifica precisissima, in contrasto col linguaggio irrazionale. L’opera pascoliana, legata alla natura (generalmente campagnola), ha come motivo primario quello di “risvegliare il fanciullino che dorme in ciascuno di noi”, come spiega nel saggio Il fanciullino. Tale funzione è demandata al poeta, in quanto capace di comunicare per corrispondenze. La prima raccolta di Pascoli è, invece, Myricae (“tamerici”), a cui seguiranno i Canti di Castelvecchio
(un insieme di liriche più mature e complesse, nella campagna toscana,
dedicate alla madre, con la quale aveva imparato a contemplare la natura e a meditare di sera).
È importante sottolineare che commentare razionalmente una lirica simbolista, come quelle pascoliane, ROVINA il lavoro di costruzione analogica e simbolica fatto dal poeta. Per sottolineare il carattere e la notorietà europea di Pascoli, basti pensare che il poeta vince, a cavallo del 1890, tredici medaglie d’oro consecutive al concorso di poesia latina di Amsterdam, dimostrando una versatilità non indifferente e una cultura classica, un “pensare in poesia” davvero non comune e direttamente in latino.
 
Il fanciullino
 
È il saggio in cui Pascoli esplica la propria poetica. Esce nel 1897, in diretta contrapposizione con La vergine delle rocce, opera superomistica di D’Annunzio del 1895. Riferendosi a precedenti letterari, il fanciullino può essere inteso come:
– l’ottentotto, rozzo ignorante, predisposto alla poesia al contrario dell’illuminista (Lettera semiseria di Giovanni Grisostomo);
– la poesia, espressione dell’immaginazione (G. Vico). Come spiega Pascoli, il fanciullino è la parte più irrazionale del lettore, la caratteristica infantile quiescente (perché non stimolata nel tempo) in ogni persona.
La funzione del poeta è quella di risvegliare questo fanciullino che c’è in
noi, e per farlo deve essere “né vate, né retore, né superuomo né esteta, ma fanciullino”, al fine di cogliere i piccoli aspetti della vita come farebbe un bambino (che si rapporta agli oggetti in maniera infantile, cioè parlandogli, ingrandendo i dettagli piccoli e rimpicciolendo quelli grandi, in maniera totalmente fuori da ogni logica adulta). In definitiva, il poeta deve essere poeta e basta, nella maniera più genuina e meno articolata possibile, rivolto alle piccole cose come un bambino.
 
Myricae
 
Il titolo si ispira ad un verso di Virgilio, nelle Bucoliche e nelle Georgiche,
in cui parla della natura. La tamerice è il simbolo della Natura, essendo un robusto arbusto sempreverde. Le liriche sono brevi, di stampo bozzettistico. Ad esempio, in Temporale, Pascoli crea un contrasto visivo tra il casolare (unico elemento fisico presente), un' ala di gabbiano (bianca), il cielo (“nero di pece”) e l’orizzonte (“rosseggia”), cosicché alla fine si tratta di una descrizione poetica impressionistica.
X agosto è, invece, commemorativa del giorno dell’uccisione del padre;
ma è anche San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti: anche il cielo sembra piangere per l’assassinio. Pascoli narra due episodi corrispondenti:
1. la morte del padre, che tornava a casa con due bambole per le figlie;
2. la morte di una rondine, che tornava al nido col cibo per i piccoli.
Sapientemente Pascoli scambia i termini tra i due episodi, così l’uomo tornava al nido e la rondine a casa. La conclusione è che il mondo (“atomo opaco del Male”) è malvagio a causa degli uomini.
 
Il gelsomino notturno
 
Appartenente ai Canti di Castelvecchio, ha fatto discutere la critica a lungo per la differenza nello stile di Pascoli rispetto alle opere precedenti.
Composta come regalo per le nozze di un amico, rappresenta un augurio
per la vita futura, una nuova vita, un figlio, un nido, una casa. È un inno
all’amore e alla fecondità, argomento inedito per Pascoli.
Il “gelsomino notturno” è la bella di notte, simbolo della vita: si schiude
di notte, nelle ore in cui pensa ai suoi cari morti. Pascoli (secondo gli studi psicanalitici sulla poesia, effettuati da esperti in periodi successivi) parla di argomenti naturali e logici in maniera contorta, allusiva; fa riferimenti ad attività della natura con sostantivi umani. Si nota bene il contrasto tra vita e morte, tra luce ed ombra; nelle ultime strofe diventa quasi ermetico, tanta è la difficoltà ad esprimere concetti fuori dell’abitudine del poeta. La grande proletaria si è mossa Si tratta di un discorso pronunciato nel 1911, per celebrare la guerra di conquista della Libia. La “grande proletaria” è l’Italia, ma per proletari Pascoli intende soprattutto il popolo:
· povero, analfabeta, straccione;
· costretto ad emigrare per cercare lavoro all’estero (dal 1890 al 1960
emigrarono ben 30 milioni di italiani).
La conquista della Libia, nuova terra per il lavoro, è un fatto positivo:
chi si trasferisce in Libia non è emigrante, ma italiano su suolo italiano;
è un riscatto personale del lavoratore; la ricerca di lavoro diventa più facile; non si avrà nessuna ulteriore offesa dagli stranieri, perché anche
l’Italia ha una sua colonia.
 
Italo Svevo (1861 – 1928)
 
Italo Svevo è lo pseudonimo scelto da Ettore Schmitz, nato nella Trieste
austro-ungarica, aperta al mondo, portuale, ricca di cultura, costumi, lingue, religioni diverse. I genitori sono di origine ebraica: il padre, triestino e tedesco, è commerciante; la madre (che di cognome fa Moravia) è italiana. Lo pseudonimo sottolinea, negli intenti di Schmitz, la sua duplicità, le sue due parti italiana e tedesca. Svevo subisce inizialmente una formazione tedesca da ragioniere. Il crollo finanziario del padre, a un certo punto, lo porta a una declassazione sociale: patisce
le ristrettezze economiche, per cui diventa impiegato in banca. La grande
insoddisfazione per un lavoro monotono lo porta a scrivere, considerando tale attività come una medicina che gli dà sollievo. Il primo romanzo è Una vita, nel 1892, ed è parzialmente autobiografico.
L’incontro con una cugina (che poi sposa) lo porta a diventare manager
nell’industria del suocero: si risolleva, moralmente e finanziariamente. Nel 1899 pubblica Senilità, per poi abbandonare la scrittura per diverso tempo a causa degli affari. A un certo punto, l’incontro con la psicanalisi gli fa capire che è possibile trovare soluzione alle sue esigenze psicologiche di uomo tormentato. La crisi psicologica seguita alla Prima Guerra Mondiale lo spingono a tornare alla scrittura, con La coscienza di Zeno, fortemente incentrato sull’analisi psicologica e introspettiva del protagonista. Dopo di esso, Svevo progetta un ulteriore romanzo,
che però non completa a causa della sua morte in un incidente stradale.
Tutti i romanzi sono incentrati sulla figura dell’inetto, e raffigurano la psicologia dell’autore attraverso i personaggi principali. Su Svevo pesa l’influenza di Schopenhauer, che diceva “tutto è affidato a una volontà assoluta, quindi le scelte dell’uomo non sono fondamentali perché
qualcosa di superiore governa l’uomo”. E poi Marx: “la situazione sociale e il ceto sociale influiscono su determinati tipi di scelta”. Anche il determinismo di Darwin elimina la possibilità di libera scelta dell’uomo, per cui l’inettitudine (è la conclusione di Svevo) è una conseguenza inevitabile.
 
Una vita
 
Alfonso Nitti (alter ego di Svevo) è un impiegato di banca inetto e immaturo. Lo schema del romanzo è ancora ottocentesco, romantico: il finale è una sfida a duello, col rifiuto di Alfonso a battersi e il suo successivo suicidio.
 
Senilità
 
Il titolo vorrebbe richiamare a una vita vissuta sottotono, in maniera senile (come quella dell’autore). Emilio Brentani ha 35 anni, ma vive come se ne avesse il doppio. È impiegato: la sua vita trascorre tra la casa e l’ufficio. Vive con la sorella Amalia che lo accudisce, ed entrambi sono single. La loro vita è regolare, ma chiusa e monotona:
questo dà loro una buona sicurezza. Emilio avverte la mediocrità del suo esistere, soprattutto quando conosce e stringe amicizia con Stefano Balli, artista, esempio di creatività, originalità, sregolatezza. Quando Amalia conosce Stefano, se ne innamora; ma è un amore impossibile, e se ne genera un’enorme sofferenza. Nel frattempo, nella vita di Emilio si presenta una donna, Angelina (che rappresenta la femminilità), di facili costumi e che non lo ama. Emilio, invece, prova dei sentimenti per lei e ne è geloso: qui si vive la drammaticità dei sentimenti. I due fratelli vivono due drammi esistenziali in parallelo. Di nascosto dal fratello, Amalia diventa dipendente dall’etere, fino a contrarre una grave malattia.
Emilio, oltre a non capire il dramma vissuto dalla sorella, nel momento di crisi massimo di lei la lascia sola, morente, mentre insegue il suo amore impossibile.
 
La coscienza di Zeno
 
Uscito nel 1924, ben ventiquattro anni dopo Senilità, inizialmente non è
preso in considerazione in Italia. La critica rifiuta il romanzo, perché la trama non segue il flusso temporale, ma piuttosto dei blocchi tematici con continui andare avanti e indietro nel tempo, a seconda dell’argomento. Svevo aveva conosciuto a Trieste James Joyce, inventore della tecnica del flusso di coscienza, che a Parigi aveva fatto recensioni meravigliose delle sue opere (in Italia solo il giovane Montale gli dava credito). L’arte joyciana del flusso di coscienza è non evidentissima, ma efficace: non c’è il narratore onnisciente, perché è il protagonista Zeno a raccontarsi, e quindi manca la certezza oggettiva della verità dei fatti. Ne guadagna il linguaggio, rapido e veloce, assolutamente non più ottocentesco.
 
 
Pirandello (1867 – 1936)
 
 
L’inettitudine, trattata lungamente dal Premio Nobel (Letteratura, 1934) Luigi Pirandello nelle proprie opere, consente l’inserimento di quello che è uno degli autori più impegnativi (come pensiero) nel Decadentismo, nonostante siano numerosi i motivi che meglio lo collocano nell’Esistenzialismo.
Nato a Girgenti (l’Agrigento di oggi), è legato dalle proprie origini meridionali
al Verismo. Manifesta una cultura internazionale, laureandosi a Bonn in filologia romanza. Quindi sperimenta la fatica del rapporto familiare: sposa una donna dal sistema nervoso fragile, caratterizzata da una forte depressione (dovuta anche ad alcuni problemi economici) che costringe Pirandello a convivere con la malattia mentale della moglie. Il matrimonio si rivela, alla fine, fallimentare.
L’opera di Pirandello, condizionata dalla propria vicenda personale, prende in oggetto i rapporti esistenziali dell’uomo in ogni aspetto della vita in comunità: gli scritti non sono di azione, ma di riflessione, pensiero, le opere sono cerebrali e razionali. Due sono i concetti alla base dell’unico pensiero pirandelliano. Il primo
riguarda la società e i suoi ruoli: questi condizionano l’esistenza, la quale è un flusso continuo, che (per esigenze di rapporti) è fissato in maschere, cioè forme
fisse che imprigionano la vera natura dell’uomo. Il secondo è la relatività del tutto, la quale rende impossibile una vera comunicazione tra persone. Pirandello si preoccupa di raccontare e descrivere l’incomunicabilità: la falsa comunicazione, l’impossibilità di dialogo, l’incapacità di essere capiti. Secondo Pirandello, in qualunque contesto è impossibile farsi capire, perché:
1) ci si pone come falsi;
2) si interpretano gli altri secondo stereotipi,
per cui la vera natura dell’uomo non è mai capita. La visione è totalmente drammatica e pessimistica, e il mezzo migliore per esprimerlo e il tono sarcastico e umoristico, secondo quanto riportato nel saggio
 
L’umorismo.
 
Pirandello è ricordato per le innovazioni portate al teatro e principalmente
alla commedia. L’idea di base è il teatro dell’assurdo, con rappresentazioni sarcastiche e grottesche, perché “solo le cose più assurde talvolta sono vere”. Le
ambientazioni sono meridionali, e i dialoghi talvolta in dialetto. In un primo tempo, il teatro di Pirandello è strutturato ancora con schemi ottocenteschi: le scene sono definite, ci sono coreografie, modifiche dell’ambientazione tra le scene. Il mondo è contadino oppure quello della piccola borghesia, i dialoghi sono serrati, l’umorismo forte. A smontare il teatro tradizionale giunge un nuovo modo di intendere il teatro, con Sei personaggi in cerca d’autore: il teatro nel teatro, cioè la rappresentazione di una farsa (sia essa uno spettacolo teatrale, o una mascherata), applicata a casi di vita drammatica.
 
Il fu Mattia Pascal
 
È l’opera somma del pensiero esistenziale pirandelliano. Mattia Pascal è un bibliotecario di provincia con una famiglia disastrosa, composta da moglie e suocera. Per caso, in maniera imponderabile, dopo un litigio prende il treno Liguria-Montecarlo e, al Casinò di Montecarlo, stravince al gioco: decide, dunque, di sparire. Mentre si trova a Roma legge sul giornale della sua morte, il cadavere riconosciuto da moglie e suocera: si sente, così, libero da ogni vincolo. Il problema sorge quando, volendo continuare a vivere normalmente, capisce che deve darsi un’identità. Diventa Adriano Meis, e trova addirittura l’amore; ma quando vuole sposarsi non può, non avendo i documenti. Per questo finge una seconda volta di morire, annegato, per poi tornare a prendersi la propria identità. Nel frattempo, però, la moglie si è risposata e ha avuto un figlio, mentre all’anagrafe risulta deceduto: non gli rimane che portare fiori sulla sua tomba, perché lui è “il fu Mattia Pascal”. L’umorismo Si tratta di un saggio nel quale Pirandello spiega come comunicare il dramma e la tragedia della vita di ogni singolo individuo (dando per scontato che ognuno vive un dramma, perché non può farsi capire dalle altre persone). Dopo aver illustrato la differenza tra dramma consapevole e inconsapevole, l’autore si sofferma sulla differenza tra comicità e umorismo, utilizzando l’esempio di “una vecchia signora, vestita come una giovane”. Se si pensa solo all’ilarità di una situazione contraria all’ordine naturale delle cose, ridendo e basta, questa è comicità. Se, al contrario, si pensa al perché la signora è così agghindata, la risata diventa sorriso accompagnato da una certa dose di tristezza: si sta capendo che l’azione bizzarra è motivata da qualcosa di particolarmente drammatico. La conclusione da trarre, in ogni situazione stravagante, è il capire che dietro ogni atteggiamento c’è sempre una situazione esistenziale difficile. Il treno ha fischiato Chiamata anche Fischia il treno, è una novella avente come protagonista Belluca, un impiegato di provincia. È stimato, rigoroso, puntuale, ma vive una situazione familiare pesantissima: la moglie è insopportabile, e vive con anche la suocera (insopportabile per definizione).
Belluca è uso fare del lavoro straordinario nel corso della notte, nel silenzio. Una notte sente il fischio di un treno da lontano, che lo proietta in un altrove fantastico dove non è mai potuto essere: scopre il vero se stesso, cambia modo di vivere, diventa un altro. Lo credono malato o matto, da tanto è strano e diverso; l’unica risposta che dà, a qualunque domanda, è “il treno ha fischiato”, perché le persone non possono capire la sua situazione. Pirandello vuole dimostrare che l’idea di follia è falsamente interpretata, e forse addirittura non esiste: chiunque può essere considerato matto.
 
Uno, nessuno e centomila
 
Moscarda è un signore con una vita normale, regolare. Una sera la mogli lo avverte che il suo naso pende leggermente verso destra, e per Moscarda cominciano i problemi: comincia a preoccuparsi di non essere quello che tutti vedono, il che significa (nella sua mente) che non si conosce. Questo lo porta a uno stato di grave insicurezza e al cambiamento radicale della sua vita. La semplice differenza tra quello che pensava lui (di avere il naso dritto) e quello che la gente vede (il suo naso storto) lo mettono in grave confusione. La generalizzazione di Pirandello è la definizione della difficoltà di vivere a causa della molteplicità delle proprie personalità, anche negli aspetti minimi della vita.
 
La patente
 
È una breve novella, interpretata anche da Totò, ambientata a Napoli. In questa città c’è la tradizione degli iettatori, personaggi che si ritiene portino sfortuna e, per questo, sono completamente emarginati e senza lavoro. Uno iettatore, per cercare di rifarsi di tale sfortuna propria, decide di andare in Comune per farsi riconoscere ufficialmente una patente di iettatore e camparci sopra: vuoi mai che qualcuno abbia bisogno di un portajella!
 
Sei personaggi in cerca d’autore
 
È la commedia del 1921 che smonta letteralmente il modo tradizionale di fare teatro. Sulla scena non c’è nulla: solo un tavolo con delle sedie, senza scenografia.
In scena, attori che provano una commedia di Pirandello, il registra sta in platea, la penombra è costante. Dal fondo del teatro avanzano sei persone (cioè attori che impersonano una famiglia) verso il palcoscenico: padre, madre, figlio, figliastra, bambina e ragazzino cercano un regista che dia vita teatrale alla loro tragedia di vita, per capire (osservando dall’esterno) quale potrebbe essere la soluzione al dramma. Avviene quindi il racconto della vicenda, che la famiglia fa agli attori: mentre raccontano si sostituiscono agli attori e recitano la propria vita. A tal punto avviene il confronto con gli attori di mestiere, incapaci di narrare il dramma, in un capovolgimento totale dei ruoli. I rapporti psicologici tra i personaggi sono molto pesanti e morbosi, il teatro diventa cerebrale, senza movimento, e lascia generalmente perplesso l’osservatore.
 
Enrico IV
 
Questa commedia del 1922 è la storia dell’Imperatore che, scomunicato, rimase tre giorni e tre notti fuori dalla reggia di Canossa per chiedere perdono. I personaggi sono i componenti di una famiglia che, durante una festa in maschera, decidono di rappresentare la vicenda di Enrico IV. Il padre (che è certo che la moglie lo tradisca) impersona l’imperatore, ma cadendo da cavallo ammattisce e crede di essere davvero Enrico IV. Negli anni, col passare del tempo, rinsavisce, ma si finge pazzo lo stesso, per vendicarsi del rivale uccidendolo e non essere colpevole dell’omicidio; tutto questo a costo di essere Enrico IV per sempre. Pirandello qua si supera con una doppia finzione: alla festa in maschera si somma il fingere di essere matto.
bottom of page