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Scapigliatura
La Scapigliatura (la definizione è di Cletto Arrighi) è un movimento di persone provenienti da diverse estrazioni sociali, le quali rifiutano la vita perbenista della borghesia dominante, l’ottimismo del Positivismo, gli ideali romantici tipici di Manzoni (il manzonismo, quello dominato dalla Provvidenza). Si tratta, per la maggior parte, di contestatori trasandati, autori di opere in prosa, di libretti di opere liriche, tutti in una generale condizione di povertà. Il canone prevalente è quello del bohémien, il povero che mangia quando e come può.
Ispiratore degli Scapigliati è il poeta Claude Baudelaire, padre dei poeti maledetti e cantore dello spleen, cioè l’angoscia della vita moderna (in termini contemporanei, la depressione). Gli Scapigliati scappano in “paradisi artificiali”, aiutandosi con alcool e droghe, sulla tradizione baudeleriana.
Naturalismo e Verismo
Naturalismo e Verismo sono i corrispondenti letterari (molto simili tra loro)
del Positivismo. Il Naturalismo nasce in Francia per opera di Émile Zola. Il nome vuole evidenziare il modo di scrivere “ciò che è naturale, oggettivo, evidente”: lo scrittore è estraniato da ciò che racconta, la rappresentazione è netta. Chi scrive,
come spiega Zola ne Il romanzo sperimentale, deve porsi come uno scienziato,
un medico che seziona un cadavere con un esame preciso e obiettivo. Non c’è
spazio per psicologia e sentimento: i fatti descrivono il personaggio. Per questo
è necessaria una forte precisione nella descrizione e nel linguaggio, assieme
all’assenza di commenti personali e di intromissioni dell’autore. È fondamentale,
poi, che lo scrittore NON faccia censure. Nella tradizione francese esistevano già modelli di autore che avevano puntato l’attenzione su alcuni ceti sociali, descrivendoli in maniera prenaturalistica:
– Gustave Flaubert con Madame Bovary;
– Honoré de Balzac con la Commedia Umana (sugli ambienti umani), basata sulla definizione “L’ambiente condiziona l’uomo” di Ippolito Taine;
– Guy de Maupassant.
La versione italiana del Naturalismo è il Verismo, che non si diffonde come movimento e ha tra i grandi interpreti solo Giovanni Verga. Basato sugli stessi canoni della versione francese, possiede però una differenza sostanziale:
• il Naturalismo è progressista;
• il Verismo è conservatorista, derivando dall’ambiente meridionale italiano permeato di pessimismo.
Il Verismo si sviluppa nel periodo dei governi di Sinistra, dominato da fermento sociale, politico, culturale; arrivano i romanzi di Zola, particolarmente apprezzati dai socialisti per lo studio (rigorosamente senza visione cristiana, al contrario per es. di Manzoni) delle classi sfortunate. In Italia, tuttavia, domina ancora il tardo Romanticismo. I primi a seguire l’esempio zoliano sono Luigi Capuana e, come detto, l’amico Giovanni Verga, teorico della scrittura secondo le regole veristiche.
Giovanni Verga (1840 – 1922)
Il massimo rappresentante italiano del Verismo è Giovanni Verga, siciliano consapevole del meridionalismo e, quindi, trasferito al Nord (lontano dall’arretrata Sicilia). La prima fase di Verga è da scrittore tardo-romantico, a Milano, dopo il
1860. Scrive per vivere: pubblica romanzi a puntate sui giornali, perché serve l’apprezzamento del pubblico (ad esempio sono di questo periodo Storia di una
capinera, Eva, Tigre Reale). Nel 1865 si trasferisce a Firenze; frequenta ambienti borghesi, conosce Capuana e da lui impara le novità di Zola, comincia a pensare a nuovi canoni sui quali basare la propria opera. Comincia a scrivere una serie di novelle, cioè di opere brevi: da Nedda (una povera contadina disperata, costretta ad una vita di lutti e stenti), novella del 1874, a L’amante di Gramigna (la cui introduzione è una lettera all’editore Farina in cui dichiara il cambio nello stile delle sue opere), scritte negli anni ’70, si intuisce la sua strada di verista, nonostante ancora qualche residuo romantico. I racconti sono ambientati nella società meridionale, con personaggi contadini e pescatori (non proletari, come
nell’industrializzata Francia): sono poi raccolti in Vita dei Campi e nelle Novelle
Rusticane (nelle quali c’è anche parte di vita cittadina). Si capisce che l’attenzione di Verga è puntata su quelli che Manzoni definisce “umili” (trionfatori per Provvidenza), mentre per Verga sono vinti. L’ottica storica verghiana è pessimistica, non provvidenziale, dunque contraria e anomala rispetto al Positivismo. Ciò deriva dall’essere Verga un meridionale, per natura fatalista: se il destino è avverso non c’è nulla da fare. Le plebi sono vinte dal progresso: nessuno tiene conto dei caduti (perché vinti) a causa del progresso, sulla strada per arrivare al bel risultato finale. Ne nasce la convinzione che chi nasce contadino (o similmente pescatore, muratore, …) non può scalare la scala sociale perché il progresso, da pesce vorace, se lo mangia: chi nasce povero muore povero, senza via di scampo.
Ciclo dei Vinti
Verga progetta una raccolta di cinque romanzi, i quali avrebbero dovuto rappresentare la lotta per la vita in varie posizioni della scala sociale. Tali romanzi
sono:
1) I Malavoglia: le mille lotte di una famiglia tormentata da un destino avverso;
2) Mastro-don Gesualdo: la lotta per passare da mastro a don;
3) La duchessa de Leyra: l’avventuriera che si inserisce nelle alte classi sociali;
4) L’onorevole Scipioni: il politico ambizioso;
5) L’uomo di lusso: il borghese che cerca di conservare il proprio ruolo sociale.
Dopo aver completato i primi due, inizia il terzo per poi lasciarlo ampiamente
incompleto, trascurando poi i successivi. In ogni caso è ben evidente
l’intento di narrare (secondo i canoni del determinismo) il percorso dei “moventi”
che spingono l’uomo a comportarsi in società.
Fantasticheria
La trama di questa novella costituisce il nucleo centrale de I Malavoglia, uscito qualche tempo dopo. Si tratta di una lettera aperta a una giovane e raffinata signora del Nord, la quale vorrebbe fare un viaggio al Sud per conoscere la Sicilia. Arrivando ad Aci Trezza, si accorgerebbe della natura meravigliosa e vorrebbe trascorrerci un mese: ma, già oltre il terzo giorno, il soggiorno diverrebbe insostenibile. Le risulterebbe, infatti, impossibile comprendere come si possa vivere in un posto dominato da mare, sole e povertà. Verga ironicamente spiega perché la gente rimanga tanto attaccata ad un luogo così disgraziato, fornendo due metafore relative all’attaccamento alla terra. Gli abitanti di Aci Trezza sono come formiche di un formicaio, le quali rimangono unite anche qualora fossero inizialmente disperse. C’è poi l’ideale dell’ostrica, il mollusco che rimane ben saldo al proprio scoglio, nonostante conosca e patisca il pericolo del palombaro che può raccoglierla.
L’autore, poi, illustra come sia il destino a seminare contadini, nobili, eccetera, un po’ ovunque e senza un preciso criterio: ognuno, però, deve stare dove è, con rassegnazione coraggiosa, appoggiandosi alla religione della famiglia.
I Malavoglia
È il romanzo che contiene la spiegazione del movente umano che spinge alla sopravvivenza, attraverso la vicenda della famiglia Toscano (soprannominati in paese Malavoglia) di Aci Trezza, paese povero di pescatori nella Sicilia molto povera e con gravi problemi sociali al tempo dell’unità d’Italia. Nonostante questo, la comunità del villaggio è compatta: c’è, quindi, una narrazione corale di tutti gli abitanti, come se fossero una voce di commento ai fatti dei Malavoglia. Il capofamiglia è il vecchio padron ‘Ntoni:
– simboleggia le radici, la tradizione, la sicurezza del focolare domestico;
– rappresenta l’autorità, il saggio, il patriarca, l’esperienza, gli si rivolge col “voi”.
‘Ntoni lotta per conservare la famiglia e la casa del nespolo (a causa della pianta presente), nido e rifugio. Trattandosi di una famiglia di pescatori, posseggono una barca, la Provvidenza, e con essa cercano di sopravvivere con dignità, per avere il rispetto del paese.
Nel 1863 il giovane ‘Ntoni, figlio di Bastianazzo (figlio a sua volta del vecchio ‘Ntoni) deve andare in leva obbligatoria. Quindi abbandona il paese, rischiando di perdersi nel mondo (e infatti non sarà più lui, andrà in carcere, …), e al contempo sottrae braccia al lavoro famigliare, causando una difficoltà economica e costringendo i Malavoglia ad assumere un lavorante (da pagare). L’annata di pesca è cattiva; serve una dote per Mena e Lia, le figlie di Bastianazzo. Per compensare il disastro che sembra imminente, si procurano un carico di lupini da commerciare: Bastianazzo, mentre stava trasportandoli via mare, naufraga con la Provvidenza (che va perduta) e muore. Ne segue il lutto, oltre all’usura per compensare i soldi (inizialmente prestati) per il commercio, e la perdita della casa del nespolo. La scena successiva alla morte di Bastianazzo fa ben capire come si svolge la vicenda:
· prima il paese, coralmente, come reazione alla morte considera i problemi economici dei Malavoglia (con cinismo e insensibilità), ognuno secondo i propri interessi;
· nel mentre, Verga inserisce considerazioni di vita, come l’avversione generica al progresso (ad es. il telegrafo) e la strumentalizzazione di fatti naturali (ad es. la gioia per la pioggia, a causa dei campi: la stessa pioggia che si è portata via Bastianazzo);
· al termine del consolo c’è spazio per lo sfogo personale di ogni componente della famiglia: o il rimorso di padron ‘Ntoni per l’iniziativa dei lupini; o la necessità di saldare il debito per non perdere l’onore e il rispetto; o serve l’aiuto di tutti i giovani per andare avanti. Padron ‘Ntoni muore in ospedale: è un grave disonore, trattandosi di una morte da poveri. Lia si perderà, “mangiata dal mondo”, perché “poco seria”. Mena non si sposerà mai perché senza dote. Luca, altro figlio di Bastianazzo, muore nella battaglia di Lissa, durante la seconda guerra d’Indipendenza. Il giovane Alessi, alla fine, riesce a ricomprare la casa del nespolo e a riformare il nucleo famigliare. Il giovane ‘Ntoni, una notte, torna di nascosto, saluta il fratello e rivede la casa del nespolo, ma poi abbandona la comunità che
non può più accettarlo. Alla fine è ottenuta una parziale sopravvivenza dei Malavoglia, ma a prezzo di sacrifici (anche umani) non indifferenti: iniziano poveri
e rimangono poveri, provano a modificare la situazione ma si ritrovano peggio
di prima.
Mastro-don Gesualdo
Gesualdo nasce mastro, di umili origini, ma è un self-made-man: con la sua infaticabilità mette assieme un patrimonio. Questo però non gli basta, vuole salire la scala sociale e diventare don. La riuscita di questo obiettivo impossibile è possibile, “comprando” il matrimonio con Bianca Trao, nobile decaduta senza un soldo, sacrificata dalla famiglia a favore del patrimonio. Don Gesualdo è, così, un ignorante ricco, ma infelice perché non è amato dalla moglie e dalla figlia che ha con lei; la moglie e la figlia sono infelici perché non amano Gesualdo, ma il suo denaro. Gesualdo, se vuole trovare affetto e amore, è costretto a tornare dalla serva
che, all’inizio della sua vicenda, lo aveva aiutato dandogli anche dei figli; ma don Gesualdo vuole compensare la donna col denaro. Alcune importanti lezioni che vuole evidenziare Verga sono:
• non si può acquistare una posizione sociale col denaro;
• chi nasce mastro muore mastro, e non può cambiare. A tal proposito è illuminante
il paragone “non si innesta il pesco con l’ulivo”, sul rapporto della figlia Isabellina col padre Gesualdo, rozzo e coi calli sulle mani, che rifiuta. La vicenda si conclude con la morte di don Gesualdo, solo, abbandonato da tutti nel suo letto, mentre i servi giocano nella stanza accanto sperando che muoia presto.
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