
era stata spostata dal muro e ricoperta da una tovaglia sudicia, nella stessa stanza nella quale il giorno
prima Volodja si era presentato al colonnello. Il comandante della batteria questa volta gli porse la mano e gli domandò
di Pietroburgo e del viaggio.
«Ora, signori, chi beve vodka sia il benvenuto. Gli aspiranti non bevono», aggiunse sorridendo a Volodja.
In generale il comandante di batteria non sembrava più tanto severo come il giorno prima; al contrario, aveva
un aspetto da buon padrone di casa ospitale e da compagno più anziano. Ma, ciò nonostante, tutti gli ufficiali, dal
vecchio capitano all'attaccabrighe Djadenko, solo da come parlavano, guardando cortesemente negli occhi il
comandante, e per come andavano uno dietro l'altro a bere la vodka, tenendosi attaccati alla parete, gli dimostravano un
grande rispetto.
Il pranzo consisteva in una grande scodella di minestra, nella quale nuotavano grossi pezzi di carne bovina e
un'ingente quantità di pepe e di foglie di lauro, di polpette polacche con mostarda e di kolduny con burro non troppo
fresco. Non c'erano tovaglioli, i cucchiai erano di latta e di legno, c'erano due soli bicchieri, e sul tavolo stava una
caraffa grigia d'acqua con il collo rotto; il pranzo non fu noioso; la conversazione non languì. All'inizio si parlò della
battaglia di Inkerman, alla quale aveva preso parte la batteria e a proposito della quale ciascuno raccontava le proprie
impressioni e faceva le proprie considerazioni sulle cause della sconfitta, tacendo quando cominciava a parlare il
comandante di batteria; poi la discussione di fatto passò all'insufficienza del calibro dei cannoni leggeri rispetto a quelli
nuovi, semplificati, e qui Volodja riuscì a mettere in mostra le proprie conoscenze nel campo dell'artiglieria. Ma la
conversazione non si soffermò sulla tremenda situazione attuale a Sebastopoli, come se ognuno pensasse troppo a
questo argomento per parlarne ancora. Quanto ai doveri del servizio, che Volodja doveva svolgere, non si fece affatto
menzione, con suo grande stupore e dispiacere, come se egli fosse giunto a Sebastopoli solo per parlare di cannoni
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leggeri e per pranzare dal comandante di batteria. Durante il pranzo, non lontano dalla casa nella quale si trovavano,
cadde una bomba. Il pavimento e le mura tremarono, come per un terremoto, e la finestra si coprì di fumo polveroso.
«Questo, credo, non lo vedevate a Pietroburgo, ma qui spesso capitano sorprese di tal genere», disse il
comandante di batteria. «Vlang, andate a vedere dove è esplosa».
Vlang andò a vedere e riferì che era volata sulla piazza, e non se ne parlo più.
Proprio prima della fine del pranzo un vecchietto, lo scrivano della batteria, entrò nella stanza con tre buste
sigillate e le diede al comandante. «Sono molto importanti, me le ha consegnate ora un cosacco da parte del capo
dell'artiglieria». Senza volerlo tutti gli ufficiali guardavano, in attesa impaziente, le dita del comandante di batteria,
esperte in quest'azione, mentre rompevano il sigillo della busta ed estraevano il foglio molto importante. «Che cosa può
essere?», si chiedevano tutti. Poteva essere l'ordine di andarsene in congedo da Sebastopoli, oppure poteva essere l'invio
di tutte le batterie al bastione.
«Di nuovo!», disse il comandante di batteria, scaraventando con rabbia il foglio sul tavolo.
«Di che cosa si tratta, Apollon Sergeiè?», chiese l'ufficiale anziano.
«Hanno bisogno di un ufficiale e di serventi per una batteria di mortai. Qui ho in tutto quattro ufficiali, e i
serventi non sono mai al completo», borbottò il comandante di batteria, «e là ne hanno bisogno ancora».
«Eppure bisogna che qualcuno ci vada, signori», disse dopo aver taciuto un po'. «Hanno ordinato che si sia alle
sette a Rogatka... mandate il maresciallo! Decidete, signori, a chi tocchi andare!», ripeté.
«Ecco, lui non è ancora stato da nessuna parte», disse Èernovickij, indicando Volodja.
Il comandante di batteria non fornì alcuna risposta.
«Sì, mi piacerebbe», disse Volodja, sentendo un brivido freddo scorrergli lungo la schiena e sul collo.
«No, perché!», interruppe il capitano. «Si capisce, nessuno si opporrebbe, ma anche offrirsi non sta bene; ma
forse Apollon Sergeiè ci consentirà di gettare a sorte, come abbiamo fatto quella volta».
Tutti acconsentirono. Kraut tagliò dei pezzettini di carta, li arrotolò e li infilò nel berretto. Il capitano scherzava
e anzi decise, in quella occasione, di chiedere del vino al colonnello, per farsi coraggio, come egli disse. Djadenko
sedeva cupo, Volodja chissà perché sorrideva, Èernovickij era sicuro che sarebbe toccato a lui, Kraut era del tutto
sereno.
Fecero estrarre per primo Volodja. Prese un bigliettino, che era più lungo, ma in quell'istante decise di
cambiare, ne prese un altro, più piccolo e più sottile e, dopo averlo srotolato, vi lesse: "andare!".
«Tocca a me», disse sospirando.
«Ebbene, Dio sia con voi. Ricevete subito il battesimo del fuoco», disse il comandante di batteria, guardando
con un benevolo sorriso il volto turbato dell'aspirante; «solo, preparatevi in fretta. Vlang verrà con voi come
sottufficiale del cannone, perché siate più allegro».
XXI
Vlang era molto soddisfatto della propria nomina, corse a prepararsi con animazione e, vestito, venne ad
aiutare Volodja, cercando continuamente di convincerlo a prendere con sé anche la branda, e la pelliccia, e i vecchi
Annali della patria, e il bricco a spirito, e altri inutili oggetti. Il capitano consigliò a Volodja di leggersi il Manuale sul
tiro del mortaio dall'inizio, e di trascriversi la tavola degli angoli di innalzamento. Volodja si mise immediatamente
all'opera e, con sua grande gioia e stupore, notò che, nonostante il sentimento di paura del pericolo e il timore di fare la
figura del vigliacco lo turbassero ancora un po', essi erano tuttavia ben lontani dall'intensità del giorno prima. In parte
ciò era dovuto all'influsso della giornata e dell'attività , in parte e soprattutto al fatto che la paura, come ogni altro
sentimento forte, non può durare a lungo con la medesima forza. In una parola, era riuscito a dominare la propria paura.
Alle sette, non appena il sole cominciava a nascondersi dietro la caserma Nikolaevskaja, entrò nella stanza il
maresciallo e avvisò che gli uomini erano pronti e attendevano.
«Ho dato a Vlanga la lista. Chiedetegliela, vostra signoria!», disse.
Venti soldati d'artiglieria, armati di daghe, senza equipaggiamento, se ne stavano dietro l'angolo della casa.
Volodja giunse insieme allo junker vicino a loro. «Devo fare loro un piccolo discorso o dire soltanto "Salve, ragazzi!", o
non dire niente?», pensava. «Ma perché non dire «Salve, ragazzi»? Questo è anzi doveroso». E, coraggiosamente, gridò
con la sua vocina sonora: «Salve, ragazzi!». I soldati risposero con allegria: la vocina giovane e fresca era risuonata
gradevolmente nelle orecchie di ognuno. Volodja camminava con sicurezza davanti ai soldati e, benché il suo cuore
battesse come se egli avesse percorso a tutto fiato alcune verste, la sua camminata era leggera, e il volto sereno. GiÃ
avvicinandosi proprio al colle Malachov, salendo sull'altura, notò che Vlang, il quale non era rimasto indietro nemmeno
di un passo, e che a casa gli era parso così coraggioso, si metteva continuamente da parte e chinava il capo, come se
tutte le bombe e i proiettili, che lì fischiavano con grande frequenza, volassero diritte verso di lui. Alcuni dei soldatini
facevano lo stesso e, in generale, gran parte dei volti esprimeva, se non paura, almeno turbamento. Queste circostanze
tranquillizzarono e incoraggiarono definitivamente Volodja.
«Eccomi dunque sul colle Malachov, e pensare che me l'ero immaginato così terribile! Anch'io posso
procedere senza abbassarmi ai colpi, e sono molto meno vigliacco degli altri! Ma allora non sono un vigliacco?»,
pensava con piacere e addirittura con un certo autocompiacimento entusiasta.
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Eppure questo senso di coraggio e di autocompiacimento fu presto fatto vacillare dallo spettacolo nel quale si
imbatté al crepuscolo sulla batteria Kornilovskaja, mentre cercava il comandante del bastione. Quattro marinai, vicino
al riparo, tenevano per le gambe e per le braccia il cadavere insanguinato di un uomo senza stivali e cappotto, lo
facevano dondolare, cercando di buttarlo oltre il riparo (il secondo giorno di bombardamento non erano riusciti a
rimuovere i cadaveri sui bastioni e li avevano gettati dentro una fossa, perché non dessero fastidio sulla batteria).
Volodja per un istante restò attonito, vedendo come il cadavere avesse cozzato contro la cima del riparo, e poi, da lì,
fosse rotolato lentamente nel fossato; ma, per sua fortuna, gli venne incontro in quel momento il comandante del
bastione, gli diede gli ordini e gli fornì una guida per condurlo alla batteria e al rifugio assegnato al personale di
servizio. Non starò a raccontare quante paure, pericoli e delusioni provò il nostro eroe quella sera: come, al posto di tali
armamenti, che aveva visto sul campo Volokovo, in perfette condizioni di precisione e d'ordine, e che sperava di trovare
qui, trovò solo due mortai mezzi rotti, senza alzo, uno dei quali era stato sfondato alla canna da una palla, mentre l'altro
era situato sui frammenti di una piattaforma demolita; notò che nemmeno una carica era del peso indicato dal Manuale,
vide due soldati del suo comando venir feriti e per venti volte fu a un pelo dalla morte. Per fortuna in suo aiuto venne
nominato un artigliere della marina, di straordinaria statura, un marinaio, che all'inizio dell'assedio era stato ai mortai e
lo aveva convinto della possibilità di utilizzarli ancora, e che lo aveva condotto nella notte con una lanterna per tutto il
bastione, giusto come se gli stesse facendo ammirare il proprio orto, e gli aveva promesso di far sistemare ogni cosa per
il giorno seguente. Il rifugio in cui lo condusse l'accompagnatore era una fossa scavata su di un fondo pietroso, di due
sagene cubiche, oblunga, coperta da gigantesche travi di quercia. Vi si dispose con tutti i suoi soldati. Vlang per primo,
non appena vide ad un aršin la bassa porta del rifugio, vi entrò a tutta velocità e, quasi fracassandosi contro il pavimento
di pietra, si rannicchiò in un angolo, senza più uscirne. Volodja, invece, quando tutti i soldati si furono disposti lungo il
muro sul pavimento, e alcuni ebbero acceso la pipa, piantò il proprio letto in un angolo, accese una candela e, dopo
essersi acceso una sigaretta, si sdraiò sulla branda. Sopra il rifugio si udivano incessantemente gli spari, ma non molto
rumorosi, a parte quelli di un cannone che era vicino e faceva tremare il rifugio in tal modo che dal soffitto cadeva la
terra. Nel rifugio regnava il silenzio; solo i soldati, evitando ancora il nuovo ufficiale, di tanto in tanto si rivolgevano la
parola, dicendosi di farsi da parte o chiedendo del fuoco per accendere la pipa; un topo raschiava da qualche parte fra le
pietre, e Vlang, che non era ancora del tutto tornato in sé, guardandosi intorno come una bestia selvaggia, emise
all'improvviso un gran sospiro. Volodja, sul proprio letto, in un angolino pieno di gente, illuminato da quella sola
candelina, provava quel senso di piacere che aveva quando, da ragazzo, giocando a nascondino, si ficcava in un armadio
o sotto la gonna della madre e, trattenendo il respiro, ascoltava, aveva paura del buio e nello stesso tempo provava un
piacere inconscio. Era un po' ansioso e un po' allegro.
XXII
Dopo dieci minuti i soldati si fecero un po' di coraggio e si misero a chiacchierare. Più vicino al lume e al letto
dell'ufficiale stavano le persone più importanti, due sottufficiali: il primo, canuto, vecchio, con tutte le medaglie e le
croci, tranne il San Giorgio; l'altro, giovane, uno di quei figli di veterani, che fumava sigarette arrotolate. Il tamburino,
come sempre, si assunse l'incarico di servire l'ufficiale. Bombardieri e cavalieri sedevano più vicino, e più in là ,
nell'ombra vicino all'ingresso, si erano messi i soldati semplici. Anche tra loro cominciò una conversazione. La provocò
il rumore di una persona che fece irruzione nel rifugio.
«Allora, fratellino, non sei rimasto seduto sulla strada? Non cantano allegramente le ragazze?», disse una voce.
«Intonano canti talmente strani, non se ne sono mai sentiti di simili in paese», disse, ridendo, quello che era
entrato di corsa nel rifugio.
«Ma a Vasin non piacciono le bombe, ah, non gli piacciono proprio!», disse uno dall'angolo aristocratico.
«Macché, quando occorre, allora è tutta un'altra storia», disse la voce flemmatica di Vasin che, quando parlava,
faceva star zitti tutti gli altri. «Il ventiquattro hanno fatto fuoco come matti; è che se ti fanno fuori mentre sei al cesso, il
comando per questo non ti dice neanche grazie».
A queste parole di Vasin tutti scoppiarono a ridere.
«Ecco Mel'nikov, lui se ne sta sempre seduto fuori», disse qualcuno.
«Ma fatelo venire qui, Mel'nikov», aggiunse il vecchio sottufficiale. «Così lo faranno fuori, per niente».
«Chi è questo Mel'nikov?», domandò Volodja.
«Un soldato molto stupido che sta qui da noi, vostra signoria. Non ha paura di niente, e ora cammina sempre
fuori. Guardatelo: assomiglia davvero ad un orso».
«Conosce una formula magica», disse la voce flemmatica di Vasin dall'altro angolo.
Mel'nikov entrò nel rifugio. Era un uomo grasso (cosa molto rara tra i soldati), dai capelli rossicci, rosso in
viso, con una gigantesca fronte prominente e occhi sporgenti color azzurro vivo.
«Ma non hai paura delle granate?», gli chiese Volodja.
«Perché bisogna aver paura delle granate?», rispose Mel'nikov, rannicchiandosi e grattandosi. «Le granate non
mi uccideranno, ne sono certo».
«Così vorresti viverci là ?».
«Certamente, mi piacerebbe. Là ci si diverte!», disse con una risata improvvisa.
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«Oh, allora bisogna prenderti per la sortita! Vuoi che lo dica al generale?», disse Volodja, anche se non
conosceva là alcun generale.
«E come no! Lo voglio!».
E Mel'nikov si nascose dietro agli altri.
«Ragazzi, giochiamo a noski! Chi ha le carte?», si udì la sua voce frettolosa.
E così, in breve tempo, nell'angolo in fondo cominciò il gioco, si udivano colpi sul naso, risate e partite a
briscola. Volodja bevve del tè dal samovar che il tamburino gli aveva preparato, ne offrì ai sottufficiali, scherzò,
chiacchierò con loro, desideroso di acquistarsi popolarità e molto contento della stima che gli mostravano. Anche i
soldati, notato che il loro capo era una persona affabile, si misero a discorrere. Uno raccontava che presto lo stato
d'assedio a Sebastopoli sarebbe dovuto finire, che uno della flotta, persona molto fidata, gli aveva detto che Kistentin,
fratello dello zar, stava venendo loro in aiuto con la flotta americana, che presto sarebbero stati stipulati un armistizio e
una tregua di due settimane, e che allora per ogni sparo si sarebbero pagati settantacinque copechi di multa.
Vasin, che, come Volodja riuscì a notare, era piccolo, con grandi occhioni buoni e le basette, raccontò all'inizio
nel silenzio generale, poi tra le risa, che, tornato a casa in licenza, i suoi inizialmente erano stati contenti per lui, ma poi
il padre aveva cominciato a mandarlo al lavoro, e il tenente, ispettore forestale, lo spediva a prendere la moglie con la
carrozza. Tutto questo divertiva moltissimo Volodja. Non solo questi non provava la minima paura o scontentezza per
l'angustia e il pesante odore del rifugio, ma si sentiva estremamente sereno e soddisfatto. Già molti soldati russavano.
Anche Vlang si era disteso sul pavimento, e il vecchio sottufficiale, steso il cappotto, dopo essersi fatto il segno della
croce, borbottava le preghiere prima di addormentarsi, quando Volodja decise di uscire dal rifugio per vedere che cosa
succedesse fuori.
«Tira indietro le gambe!», cominciarono a gridarsi l'un l'altro i soldati, non appena si fu alzato, e le gambe,
ritirandosi, gli fecero strada.
Vlang, che sembrava addormentato, sollevò improvvisamente il capo e afferrò Volodja per il cappotto.
«Macché, non andate, com'è possibile!», cominciò a dire con tono tra il lamentoso e il suadente. «Voi ancora
non sapete; là di continuo cadono palle; è meglio qui...».
Ma, nonostante le richieste di Vlang, Volodja uscì dal rifugio e si sedette sulla soglia, sulla quale si era giÃ
adagiato, cambiandosi le scarpe, Mel'nikov.
L'aria era pulita e fresca, in particolare dopo essere stati dentro il rifugio, la notte era chiara e serena. Sotto il
rumore degli spari si udiva il cigolio delle ruote dei carri, che trasportavano gabbioni, e le voci delle persone che
lavoravano alla polveriera. Sopra le loro teste si stagliava l'alto cielo stellato, lungo il quale di continuo correvano le
linee infuocate delle granate; a sinistra, ad un aršin di distanza, un piccolo pertugio conduceva ad un altro rifugio, e
dentro questa fessura si vedevano le gambe e le schiene dei marinai che vi vivevano, e si sentivano le loro voci ebbre;
davanti era visibile l'altura della polveriera, davanti alla quale apparivano figure di persone curve, e sulla quale, proprio
in cima, sotto i proiettili e le granate che ininterrottamente giungevano fischiando in quel punto, stava ritta un'alta figura
in un paltò nero, con le mani in tasca, la quale con i piedi pestava la terra che alcuni soldati ammucchiavano. Spesso una
bomba vi giungeva in volo ed esplodeva molto vicino alla polveriera. I soldati che trasportavano la terra si abbassavano,
si spostavano; la nera figura invece rimaneva immobile, calpestava tranquillamente la terra con i piedi, e restava sempre
ferma al suo posto nella medesima posizione.
«Chi è quello nero?», chiese Volodja a Mel'nikov.
«Non posso saperlo; vado a vedere».
«Non andare, non occorre».
Ma Mel'nikov, senza ascoltarlo, si alzò, si avvicinò all'uomo nero e per lungo tempo stette accanto a lui con il
medesimo atteggiamento indifferente e immobile.
«Si tratta del polveriere, vostra signoria!», disse dopo essere tornato. «La polveriera è stata perforata da una
granata, per questo i soldati di fanteria trasportano la terra».
Di tanto in tanto sembrava che le granate volassero dritte verso la porta del rifugio.
Allora Volodja si nascondeva dietro l'angolo e di nuovo si affacciava, guardando in alto, per vedere se ancora
volassero da quella parte. Sebbene Vlang alcune volte avesse pregato Volodja di tornare indietro, per tre ore se ne stette
seduto sulla soglia, provando un certo piacere nello sfidare il destino e nel seguire il volo delle granate. Verso la fine
della sera già sapeva da dove e quanti cannoni sparassero e dove cadessero i proiettili.
XXIII
Il giorno seguente, il ventisette del mese, dopo dieci ore di sonno, Volodja, fresco, vivace, di buon mattino uscì
sulla soglia del rifugio. Anche Vlang uscì quasi insieme a lui ma, al primo rumore di pallottola, si gettò a precipizio,
facendosi strada con la testa, ruzzoloni, nell'apertura del rifugio, tra le risa generali della maggior parte dei soldati, usciti
all'aria aperta. Solo Vasin, il vecchio sottufficiale e alcuni altri uscivano di rado in trincea; gli altri non si potevano
trattenere: tutti si riversavano all'aria fresca, mattutina, dal rifugio fetido, e nonostante il bombardamento fosse intenso
come il giorno innanzi, si piazzavano chi vicino alla soglia, chi sotto il riparo. Mel'nikov già sul far del giorno
passeggiava per la batteria, guardando in aria con indifferenza.
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Vicino alla soglia sedevano due vecchi e un giovane soldato ricciuto, di origine ebraica, a giudicare
dall'aspetto. Questo soldato, raccolto uno dei proiettili caduti e dopo averlo schiacciato con un coccio su di una pietra, vi
ritagliava con un coltello una croce simile a quella di San Giorgio; gli altri, chiacchierando, osservavano il suo lavoro.
La croce stava infatti riuscendo molto bene.
«Ma che, se ce ne stiamo ancora un po' qui», diceva uno di loro, «dopo la tregua ce ne andremo tutti in
congedo».
«Come! A me in tutto sono rimasti quattro anni prima della pensione, e ora fanno cinque mesi che mi trovo a
Sebastopoli».
«Ascolta, questo non conta per la pensione», disse un altro. In quel momento una palla fischiò sopra le loro
teste e cadde ad un aršin da Mel'nikov, che si stava avvicinando a loro lungo la trincea.
«Per poco non ha ucciso Mel'nikov», disse uno.
«Non mi ucciderà », rispose Mel'nikov.
«Eccoti la croce al valore per il tuo coraggio», disse il giovane soldato che aveva fatto la croce, porgendola a
Mel'nikov.
«No, fratello, qui per tutti un mese conta come un anno, per questo c'è stato un decreto», continuò la
conversazione.
«Comunque sia, dopo la pace organizzeranno sicuramente una rassegna dello zar ad Aršava, e anche se non
andrò in pensione, ci manderanno in congedo illimitato».
In quel momento un proiettile stridente, rasente, volò proprio sopra le loro teste e urtò su di una pietra.
«Guarda, ancora prima di sera avrai un congedo definitivo», disse uno dei soldati.
E tutti scoppiarono a ridere.
E non solo prima di sera, ma due ore dopo già due di loro avevano ricevuto il congedo definitivo, e cinque
erano stati feriti; ma gli altri continuavano a scherzare allo stesso modo.
In effetti, al mattino due mortaietti erano stati messi in condizione di sparare. Alle dieci, per l'ordine ricevuto
dal comandante del bastione, Volodja chiamò fuori la squadra e con essa si recò alla batteria. Negli uomini, non appena
si furono messi all'opera, non si notava nemmeno un briciolo di quella paura che avevano mostrato il giorno precedente.
Solo Vlang non riusciva a dominarsi: si nascondeva e si piegava come sempre, e Vasin aveva perduto la propria calma,
si agitava e si acchiocciolava di continuo. Volodja era in preda all'entusiasmo: al pericolo non pensava nemmeno. La
gioia di compiere bene il proprio dovere, non solo di non essere un vile, ma addirittura di comportarsi da eroe, il senso
del comando e la presenza di venti uomini che, egli lo sapeva bene, lo guardavano con curiosità , gli infondevano un
grande coraggio. Si vantava addirittura del suo valore, si pavoneggiava davanti ai soldati, uscì strisciando sul terrapieno
e si sbottonò volutamente il cappotto, per farsi notare di più. Il comandante del bastione, che in quel momento passava
in rivista la sua proprietà , come la chiamava lui, per quanto in otto mesi si fosse abituato ad ogni genere di coraggio,
non poté non ammirare questo bravo giovanotto, con il cappotto sbottonato, sotto al quale spuntava una camicia rossa
che cingeva un bianco collo tenero, con il viso e gli occhi infiammati, mentre batteva le mani e impartiva gli ordini con
voce stentorea, «Primo! Secondo!», e correva allegramente sul parapetto, per vedere dove cadesse la sua granata. Alle
undici e mezza la sparatoria, da entrambe le parti, si placò, e alle dodici precise cominciò l'attacco del colle Malachov,
del secondo, terzo e quinto bastione.
XXIV
Da questa parte della baia, tra Inkerman e la fortezza Settentrionale, sulla collina del telegrafo, verso
mezzogiorno, stavano due marinai: uno, un ufficiale che guardava con il cannocchiale in direzione di Sebastopoli, e
l'altro, che era appena arrivato al grosso picchetto insieme con un cosacco.
Il sole splendeva alto sulla baia, le cui onde, sprigionando un gaio e tiepido luccichio, giocavano con le navi
ormeggiate, le barche a vela che si cullavano e le scialuppe. Un leggero venticello muoveva appena le foglie degli
arbusti essiccati di quercia vicino al telegrafo, gonfiava le vele delle scialuppe e agitava le onde. Sebastopoli, sempre la
stessa, con la sua chiesa non terminata, la sua colonna, il suo lungomare, il suo viale che verdeggiava sul colle e
l'elegante edificio della biblioteca, con le sue piccole insenature azzurre, piene di alberi di navi, i pittoreschi archi degli
acquedotti e le nuvolette di fumo azzurro di polvere, illuminate di tanto in tanto dalla fiamma rossa degli spari; sempre
la stessa bella, festosa e orgogliosa Sebastopoli, da un lato cinta da gialle montagne fumanti, dall'altro da un mare color
azzurro vivo, scintillante al sole, appariva da questo lato della baia. All'orizzonte del mare, attraversato dalle strisce di
fumo nero di una nave, si snodavano lunghe nuvole bianche che promettevano vento. Lungo tutta la linea di
fortificazioni, in particolare lungo i monti del fianco sinistro, quasi all'improvviso, di continuo, con un lampo che a
volte risplendeva persino di luce meridiana, spuntavano gomitoli di fitto e denso fumo bianco, si dividevano,
assumendo forme diverse, si sollevavano e si tingevano di scuro in cielo. Questi piccoli fumi, apparendo ora qua ora là ,
si formavano fra i monti, sulle batterie del nemico, in città e in alto nel cielo. I rumori degli scoppi non tacevano mai e,
vibrando, scuotevano l'aria...
Verso le dodici i fumi cominciarono ad apparire sempre più raramente, l'aria era sempre meno scossa dalle
palle.
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«Ma il secondo bastione non risponde più del tutto al fuoco», disse l'ufficiale ussaro, seduto sul cavallo, «è
tutto distrutto, terribile!».
«Sì, e anche Malachov ogni tre loro colpi ne manda uno», gli rispose quello che guardava nel binocolo, «mi fa
rabbia il fatto che tacciano. Ecco che di nuovo hanno colpito la Kornilovskaja, e quella non risponde affatto».
«Ma guarda che alle dodici, lo dicevo, smettono sempre di bombardare. E anche oggi fanno lo stesso. SarÃ
meglio che andiamo a fare colazione... ci stanno già aspettando adesso... non serve stare qui a osservare».
«Aspetta, non infastidirmi!», rispose quello che guardava nel binocolo, osservando Sebastopoli con una certa
curiosità .
«Che cosa c'è là ? Che cosa succede?».
«Un movimento nelle trincee, colonne serrate sono in marcia».
«Si vedono anche così», disse il marinaio, «marciano in colonna. Bisogna dare il segnale».
«Guarda, guarda! Sono usciti dalla trincea».
Infatti si poteva vedere a occhio nudo come le macchie scure si muovessero dal monte attraverso la valle, dalle
batterie francesi in direzione dei bastioni. Davanti a queste macchie erano visibili delle strisce scure già vicine alla
nostra linea. Sui bastioni divamparono in diversi punti, rincorrendosi, i bianchi fumi degli spari. Il vento portò i rumori
degli spari di fucile, fitti come la pioggia che batte sui vetri delle finestre. Le strisce nere si muovevano proprio dentro il
fumo, avvicinandosi sempre più. I rumori degli spari, facendosi sempre più intensi, si confondevano in un frastuono
continuo, roboante. Il fumo, sollevandosi sempre più fitto, si spargeva velocemente lungo la linea e infine formò
un'unica nube viola, che si intrecciava e si strecciava, dentro la quale qua e là balenavano fuochi e punti neri - tutti i
rumori si riunirono in un crepitio assordante.
«Attaccano!», disse l'ufficiale, pallido in volto, restituendo al marinaio il cannocchiale.
I cosacchi passarono al galoppo per la strada, gli ufficiali sui cavalli, il comandante supremo sulla carrozza e
con il seguito passò davanti a loro. Su ogni volto erano visibili i segni di una grande agitazione e dell'attesa di qualcosa
di tremendo.
«Non può essere che l'abbiano preso!», disse l'ufficiale a cavallo.
«Oh, Dio, la bandiera! Guarda! Guarda!», disse l'altro, respirando affannosamente e togliendo gli occhi dal
binocolo. «I francesi sono sul Malachov».
«Non è possibile!».
XXV
Il maggiore dei Kozel'cov, che nella notte era riuscito a rifarsi al gioco e a perdere nuovamente tutto, perfino i
rubli d'oro ricuciti nel paramano, verso l'alba dormiva ancora di un sonno malsano, pesante ma profondo, nella caserma
di difesa del quinto bastione, quando, ripetuto da diverse voci, risuonò il grido fatale:
«Allarme!»
«Perché diamine ve ne state a dormire, Michailo Semenyè! Ci attaccano!», gli gridò la voce di qualcuno.
«Dev'essere qualche scolaretto», disse schiudendo gli occhi e ancora incredulo.
Ma d'un tratto vide un ufficiale che correva senza alcuno scopo apparente da un angolo all'altro, con un volto
così pallido, terrorizzato, che capì ogni cosa. Il pensiero che lo potessero considerare un vigliacco, dal momento che
non voleva uscire fuori e recarsi alla compagnia nel momento critico, lo colpì tremendamente. Corse a perdifiato verso
la compagnia. Gli spari dei cannoni erano finiti; ma il crepitio delle fucilate era nel pieno. I proiettili fischiavano non
uno dopo l'altro, come quelli delle carabine, ma a raffiche, come uno stormo di uccelli autunnali in volo sopra la testa.
Tutto quel luogo, nel quale il giorno prima stava il suo battaglione, era coperto di fumo, si udivano grida ed
esclamazioni confuse. I soldati, feriti e non, gli venivano incontro in massa.
Percorsi di fretta ancora trenta passi, vide la propria compagnia, addossata al muricciolo, e il volto di uno dei
suoi soldati, molto pallido, sconvolto. I volti degli altri erano identici.
Il senso di paura si comunicò involontariamente anche a Kozel'cov: un brivido gli corse per la pelle.
«Hanno occupato lo Švarc!», disse un giovane ufficiale cui battevano i denti. «Tutto è perduto!».
«Sciocchezze!», disse adirato Kozel'cov e, volendo farsi coraggio con un gesto, estrasse la sua piccola sciabola
di ferro spuntata e gridò: «Avanti, ragazzi! Urrà !».
La voce era sonora e alta; spronò lo stesso Kozel'cov. Corse in avanti lungo la traversa; cinquanta soldati gli
corsero dietro gridando. Quando da sotto la traversa uscirono in campo aperto, i proiettili venivano giù come grandine;
due lo colpirono, ma non ebbe il tempo per stabilire dove e che cosa gli avessero fatto, se lo avessero contuso o ferito.
Davanti, nel fumo, vedeva già le uniformi turchine, i pantaloni rossi e si udivano grida non russe; un francese stava ritto
sul riparo, agitava il cappello e urlava qualcosa. Kozel'cov era sicuro che l'avrebbero ucciso; e anche questo gli
infondeva coraggio. Correva sempre in avanti. Alcuni soldati lo sorpassarono; altri spuntarono, chissà da dove, al suo
fianco, correvano anche loro. Le uniformi turchine rimanevano alla medesima distanza, indietreggiando verso le proprie
trincee, ma egli inciampava sui corpi di feriti e uccisi. Quando ebbe raggiunto di corsa il fossato esterno, tutto agli occhi
di Kozel'cov si confuse, egli sentì un dolore nel petto e, sedutosi sul terrapieno, con immenso piacere guardò il riparo,
osservò le masse di uniformi turchine correre in disordine verso le proprie trincee e vide gli uccisi giacere, su tutto il
campo, e i feriti, in braghe rosse e uniformi turchine, strisciare per terra.
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Dopo mezz'ora era sdraiato su una barella, vicino alla caserma Nikolaevskaja, e sapeva di essere stato ferito,
ma quasi non provava dolore; voleva soltanto bere qualcosa di freddo e stare adagiato più comodamente.
Un dottore piccolo, grasso, con grandi basette si avvicinò a lui e gli slacciò il cappotto. Kozel'cov, al di sotto
del mento, osservava quello che il dottore faceva con la sua ferita, e scrutava il suo volto, ma non sentiva alcun dolore.
Il dottore coprì la ferita con la camicia, si strofinò le dita sui lembi del paltò, e in silenzio, senza guardare il ferito, andò
da un altro. Kozel'cov inconsciamente seguiva con gli occhi ciò che gli capitava davanti. Ricordatosi di ciò che era
successo al quinto bastione, con una sensazione straordinariamente gradevole di autocompiacimento pensò di aver
compiuto in modo irreprensibile il proprio dovere, di essersi comportato così bene per la prima volta durante tutto il suo
servizio, nel miglior modo possibile, e di non potersi rimproverare nulla. Il dottore, fasciando un altro ufficiale ferito,
disse qualcosa, indicando Koze'lcov ad un prete con una grande barba rossiccia e la croce, che si trovava lì.
«Dunque, morirò?», chiese Kozel'cov al prete, quando questi gli si fu avvicinato.
Il prete, senza rispondergli, lesse una preghiera e porse la croce al ferito. La morte non spaventava Kozel'cov.
Egli afferrò la croce con le mani deboli, la premette sulle labbra e scoppiò in lacrime.
«Ma almeno i francesi sono stati messi in rotta su tutti i fronti?», chiese al prete con fermezza.
«Dovunque la vittoria è nostra», rispose il prete, pronunciando la "o" alla maniera ucraina, senza rivelare al
ferito, per non farlo arrabbiare, che sul colle Malachov già sventolava la bandiera francese.
«Grazie a Dio, grazie a Dio», disse il ferito, senza accorgersi delle lacrime che gli scorrevano lungo le guance,
e provava un inesprimibile entusiasmo, ritenendo di aver compiuto un'impresa eroica.
Il pensiero del fratello d'un tratto balenò nella sua mente. «Dio gli conceda medesima fortuna», pensò.
XXVI
Ma non attendeva Volodja la medesima sorte. Egli ascoltava il racconto che gli stava facendo Vasin, quando
cominciarono a gridare: «Stanno arrivando i francesi!». Il sangue corse immediatamente al cuore di Volodja, ed egli
sentì le guance raffreddarsi e impallidire. Per un secondo restò immobile; ma, sbirciatosi intorno, vide i soldati
abbottonarsi i cappotti abbastanza tranquillamente e uscire uno dietro l'altro; uno addirittura, Mel'nikov probabilmente,
disse: «Andiamo col pane e col sale, ragazzi!».
Volodja, con Vlang, che non gli restava indietro nemmeno di un passo, uscì dal riparo e corse verso la batteria.
Non si udivano affatto spari d'artiglieria, né da una parte né dall'altra. Lo pungolava non tanto l'aspetto tranquillo dei
soldati, quanto quello di spregevole, manifesta viltà dello junker. «Posso forse comportarmi come lui?», pensò e corse
allegramente verso il riparo, vicino al quale si trovavano i suoi piccoli mortai. Vedeva bene che i francesi correvano
verso il bastione attraverso il campo aperto e che masse ingenti di loro, con le baionette splendenti al sole, si
muovevano nelle trincee più vicine. Uno, piccolo, dalle ampie spalle, con l'uniforme da zuavo e la spada in pugno,
avanzava di corsa saltando i fossi. «Sparate con la mitraglia!», gridò Volodja, balzando dal terrapieno; ma i soldati si
erano già schierati senza di lui, e il suono metallico della mitraglia, che aveva sparato, fischiò sulla sua testa, dapprima
da un mortaio, poi dall'altro. «Primo! Secondo!», comandava Volodja, correndo nel fumo dal primo mortaio al secondo,
e del tutto dimentico del pericolo. Da un lato si udiva il crepitio dei fucili della nostra copertura, e grida affannose.
All'improvviso si udì a sinistra un grido raccapricciante di disperazione, ripetuto da alcune voci: «Ci
accerchiano! Ci accerchiano!». Volodja guardò in direzione del grido. Venti francesi sbucarono fuori alle sue spalle.
Uno di loro, con la barba nera e un fez rosso, un bell'uomo, era davanti a tutti, ma, giunto a venti passi dalla batteria, si
fermò, sparò un colpo, e poi riprese a correre in avanti. Per un attimo Volodja rimase come impietrito e non credette ai
propri occhi. Quando si riebbe e si guardò intorno, davanti a lui, sul riparo, c'erano uniformi turchine e uno, addirittura,
stava inchiodando il cannone. Vicino a lui, oltre Mel'nikov, ucciso da un colpo al suo fianco, e Vlang, che d'un tratto
aveva afferrato in mano la stanga di ferro e con un'espressione infuriata sul volto e le pupille abbassate si era scagliato
in avanti, non c'era nessuno. «Seguitemi, Vladimir Semenyè! Seguitemi! È finita!», gridò con voce disperata Vlang,
agitando la stanga di ferro sui francesi che giungevano alle spalle. La figura furiosa dello junker li fece esitare. Ne colpì
uno, che si trovava davanti, sulla testa, altri si fermarono da soli, e Vlang, continuando a guardarsi intorno e a gridare
disperatamente: «Dietro di me, Vladimir Semenyè! Che cosa fate lì immobile! Correte!», raggiunse di corsa la trincea,
dov'era la nostra fanteria, che sparava sui francesi. Saltato dentro la trincea, ne uscì nuovamente per vedere che cosa
facesse il suo amato aspirante. Qualcosa in un cappotto giaceva bocconi al posto dove prima si trovava Volodja, e tutto
quello spazio era stato già preso dai francesi che sparavano sui nostri.
XXVII
Vlang trovò la sua batteria alla seconda linea di difesa. Dei venti soldati che erano alla batteria dei mortai se
n'erano salvati soltanto otto.
Alle nove della sera Vlang con la batteria su un piroscafo riempito di soldati, cannoni, cavalli e feriti,
traghettava alla Severnaja. Non si sparava da nessuna parte. Le stelle, come nella notte precedente, splendevano nel
cielo; ma un forte vento agitava il mare. Al primo e secondo bastione si scatenavano i lampi sul terreno; le esplosioni
scuotevano l'aria e illuminavano intorno a sé strani oggetti neri e pietre che volavano in aria. Qualcosa bruciava vicino
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alla darsena, e una fiamma rossa si rifletteva nell'acqua. Il ponte, pieno di gente, era illuminato dal fuoco della batteria
Nikolaevskaja. Sembrava che una grande fiamma posasse sull'acqua nel piccolo promontorio della batteria
Aleksandrovskaja e illuminasse la parte inferiore di una nuvola di fumo, posta sopra di lei, e i medesimi fuochi
tranquilli, indifferenti del giorno prima, splendevano nel mare sulla lontana flotta nemica. Un vento fresco agitava la
baia. Alla luce del bagliore degli incendi si vedevano gli alberi delle nostre navi che affondavano e si immergevano
sempre più profondamente nell'acqua. Non si sentivano voci in coperta; oltre al rumore delle onde infrante e del vapore
si sentivano i cavalli sbuffare e battere con le zampe sulla chiatta, si udivano le parole di comando e il gemito dei feriti.
Vlang, che per tutto il giorno non aveva mangiato, prese dalla tasca un boccone di pane e cominciò a masticarlo, ma
d'un tratto, ricordatosi di Volodja, cominciò a piangere così forte che i soldati vicini a lui lo sentirono.
«Guarda, il nostro Vlanga mangia il pane e piange da solo», disse Vasin.
«Incredibile!», disse un altro.
«Ecco, hanno incendiato anche le nostre caserme», continuò sospirando, «e quanti nostri fratelli sono caduti; e
ai francesi non è costato niente!».
«Almeno ne siamo usciti vivi noi, e questo grazie a te, Signore!», disse Vasin.
«Ma mi offende lo stesso!».
«Ma che cosa ti offende? Forse la gozzoviglia? Ma come! Ecco, i nostri la riprenderanno. Quanti nostri fratelli
sono già caduti, ma, quant'è vero Iddio, velit amperator, e la riprenderanno! Pensi che i nostri gliela lascino così? Ma
come! Ecco, le mura sono nude e abbiamo fatto saltare tutte le fortezze. Lui avrà pure messo le insegne sul colle, ma
non entrerà in città . Ti metto a posto io, dobbiamo ancora fare i conti, e per bene, aspetta un po'», concluse rivolgendosi
ai francesi.
«Certo che faremo i conti», disse un altro con convinzione.
Per tutta la linea dei bastioni di Sebastopoli, che per tanti mesi avevano ribollito di vita inusualmente energica,
che per tanti mesi avevano visto eroi morire uno dopo l'altro, sostituendosi davanti alla morte, che per tanti mesi
avevano destato paura, odio e infine l'ammirazione dei nemici, sui bastioni di Sebastopoli non c'era più nessuno da
nessuna parte. Tutto era morto, selvaggio, terribile ma non sereno: tutto stava ancora crollando. Sulla terra perforata,
sconquassata dalle recenti esplosioni si ammassavano ovunque affusti rotti, che schiacciavano i cadaveri di soldati russi
e nemici, pesanti cannoni di ghisa, per sempre ammutoliti, gettati nei fossati da una forza terribile e coperti fino a metÃ
di terra, bombe, palle, ancora cadaveri, fosse, frammenti di travi, di rifugi, e ancora cadaveri muti in cappotti grigi e
turchini. Tutto questo spesso fremeva ancora e veniva illuminato dalla fiamma purpurea delle esplosioni, che
continuavano a scuotere l'aria.
I nemici vedevano che qualcosa di incomprensibile stava accadendo nella tremenda Sebastopoli. Queste
esplosioni e il morto silenzio dei bastioni li facevano tremare; ma essi ancora non osavano credere, sotto l'impressione
della forte e tranquilla resistenza di quel giorno, che il loro nemico incrollabile fosse sparito, e tacendo, senza muoversi,
con trepidazione attendevano la fine della notte tenebrosa.
L'esercito di Sebastopoli, come il mare nella notte cupa e tenebrosa, mischiandosi, separandosi e ondeggiando
affannosamente in tutta la sua massa, agitandosi nella baia lungo il ponte e alla Severnaja, lentamente si allontanava
nell'impenetrabile oscurità dal luogo sul quale aveva lasciato tanti fratelli coraggiosi, dal luogo tutto cosparso del loro
sangue, dal luogo difeso ad oltranza per undici mesi contro un nemico due volte più forte, e che ora, secondo gli ordini,
bisognava abbandonare senza combattere.
Non è possibile capire quanto fosse penosa per ogni russo la prima impressione suscitata da quest'ordine. Il
secondo sentimento fu la paura di essere inseguiti. Gli uomini si sentirono indifesi non appena ebbero lasciato quei
luoghi, sui quali si erano abituati a battersi, e con agitazione si ammassavano nell'oscurità , all'entrata del ponte che un
vento intenso faceva traballare. Urtandosi con le baionette e affollandosi in reggimenti, equipaggi e milizie, la fanteria
si era stretta, facendo passare avanti gli ufficiali a cavallo con le disposizioni; piangevano e supplicavano gli abitanti e
gli attendenti con i bagagli, che non riuscivano a passare; rumoreggiando con le ruote, l'artiglieria si apriva un varco
verso la baia, affrettandosi ad andarsene. Nonostante fossero nervosamente intenti a varie operazioni, l'istinto di
autoconservazione e il desiderio di andarsene al più presto da questo luogo terribile di morte era presente nel cuore di
ognuno. Lo si poteva trovare sia nel soldato ferito a morte, che giaceva tra altri cinquecento feriti sul pavimento di
legno del lungomare Pavlovskoje implorando Dio di farlo morire, sia nel soldato volontario che con le ultime forze
cercava di aprirsi un varco tra la moltitudine compatta, per fare strada al generale che passava a cavallo, sia nel generale
che dirigeva energicamente il passaggio e cercava di frenare la fretta dei soldati, sia nel marinaio, capitato in mezzo ad
un battaglione in movimento e compresso dalla massa ondeggiante fino a perdere il respiro, sia nell'ufficiale ferito,
trasportato da quattro soldati in barella, che, fermati dalla massa invadente, lo mettevano per terra alla batteria
Nikolaevskaja, sia nell'artigliere che per sedici anni aveva prestato servizio vicino al suo cannone, e che, per un ordine
da parte delle autorità , per lui incomprensibile, trascinava dalla riva scoscesa verso la baia il cannone, con l'aiuto dei
compagni, sia nei soldati della flotta, che avevano affondato le navi, e remando vigorosamente se ne allontanavano a
bordo delle scialuppe. Uscendo da questa parte del ponte quasi tutti i soldati si toglievano il berretto e si facevano il
segno della croce. Ma al di là di questo sentimento ce n'era un altro, penoso, irritante, più profondo: era un sentimento
molto simile al rimorso, alla vergogna e alla rabbia. Quasi ogni soldato, dopo aver guardato dalla Severnaja verso la
deserta Sebastopoli, con inesprimibile amarezza nel cuore sospirava e rivolgeva al nemico un gesto minaccioso.
Pietroburgo, 27 dicembre.
