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«Sano! Ma di quale salute andate parlando, se è tutto malato! Sia quelli che sono malati per davvero, sia i furbi,

vivono all'ospedale in questo momento. Non c'è mica da stare allegri qui! Perderà una mano, ecco tutto. Ti può capitare

da un momento all'altro! Ma qui in città non è come sul bastione! Cammini per strada e ti viene da recitare

continuamente le preghiere. Ti viene addosso una di queste maledette e... puff!», aggiunse rivolgendo l'attenzione al

rumore di una scheggia che era passata vicino ronzando. «Ecco, adesso», continuò Nikolaev, «mi ha ordinato di

accompagnare vostra signoria. Questo è compito nostro, si sa: bisogna fare ciò che è stato ordinato; ma ecco, la cosa più

importante è che hanno affidato il carro a un soldatino qualunque, e i nodi dei bagagli sono stati sciolti. Va', va';

Nikolaev è responsabile, se andrà perso qualcosa».

Procedendo ancora per alcuni passi uscirono sulla piazza. Nikolaev taceva e sospirava.

«Ecco, da quella parte è la vostra artiglieria, vostra signoria!», disse all'improvviso. «Chiedete alla sentinella,

ve la indicherà». E Volodja, compiuti alcuni metri in avanti, non udì più il suono dei sospiri di Nikolaev dietro di sé. Ad

un tratto si sentì del tutto e definitivamente solo. Questo senso di solitudine nel pericolo, di fronte alla morte, gli

sembrava pesare sul cuore come una pietra terribilmente pesante e gelida. Si fermò nel centro della piazza, si guardò

intorno, per vedere se qualcuno lo notasse, si mise le mani nei capelli e con terrore disse fra sé: «Signore! Forse sono un

vigliacco, un infame, ripugnante, insignificante vigliacco. Forse non posso morire con onore per la patria, per lo zar, per

il quale così di recente sognavo di cadere? No! Sono una creatura disgraziata, spregevole!». E Volodja, con un autentico

senso di disperazione e di delusione per se stesso, chiese alla sentinella di indicargli la casa del comandante di batteria e

vi si diresse.

XIII

L'abitazione del comandante di batteria, che la sentinella gli aveva indicato, era una casetta non grande a due

piani con ingresso dal cortile. Ad una delle finestre, ricoperta di carta, splendeva il debole fuocherello di una candela.

L'attendente sedeva sotto il portico d'entrata e fumava la pipa. Andò a riferire al comandante del battaglione e

introdusse Volodja nella camera. Qui, tra due finestre, sotto uno specchio rotto, stava un tavolo, riempito da carte dello

stato, alcuni seggiolini ed una branda di ferro con lenzuola pulite e vicino un piccolo tappetino.

Proprio accanto alla porta stava in piedi un bell'uomo dai baffi folti, un maresciallo, con daga e mantello, sul

quale erano appese la croce e una medaglia ungherese. Al centro della stanza camminava su e giù un tenente basso di

statura, di quarant'anni, con una fasciatura sulla guancia gonfia, avvolto in un vecchio cappotto sottile.

Volodja pronunciò la frase imparata a memoria, entrando nella stanza: «Ho l'onore di presentarmi, assegnato al

quinto leggeri, aspirante Kozel'cov secondo».

Il comandante di batteria rispose freddamente al saluto e, senza porgergli la mano, lo invitò a sedersi.

Volodja si sedette timidamente sulla sedia accanto alla scrivania e con le dita si mise a toccare le forbici che gli

erano capitate fra le mani, mentre il comandante di batteria, con le braccia dietro la schiena e il capo chino, gettando

solo di tanto in tanto lo sguardo sulle mani che rivoltavano le forbici, continuava a passeggiare per la stanza in silenzio

con l'aria di uno che cercasse di ricordare qualcosa.

Il comandante di batteria era un uomo piuttosto grasso, con un'ampia calvizie sul cocuzzolo, folti baffi, lasciati

crescere fino a coprire la bocca, e grandi, graziosi occhi castani. Le sue mani erano belle, pulite e grassocce; i piedini,

molto rivolti in fuori, procedevano con una certa sicurezza e vanteria, provando così che il comandante di batteria non

era una persona timida.

«Sì», disse fermandosi di fronte al maresciallo, «da domani bisognerà aggiungere ancora un garnec ai cavalli

che trasportano le munizioni, altrimenti diventeranno troppo magri. Che ne pensi?»

«Certo che si può aggiungere, vostra eccellenza! Ora l'avena costa sempre di meno», rispose il maresciallo,

muovendo le dita delle mani, che teneva sull'attenti, ma che evidentemente amavano accompagnare la conversazione

con gesti.

«E il nostro foraggiere Franšèuk ancora ieri mi ha inviato dal carriaggio un biglietto, vostra eminenza, dicendo

che dovremo per forza comprare là l'avena, dicono che sia a buon mercato; allora, che disposizioni date?»

«Che aspettate dunque, acquistate: i soldi ci sono». E il comandante di batteria si rimise a passeggiare per la

stanza. «Ma dove sono i vostri bagagli?», chiese all'improvviso a Volodja, fermandosi di fronte a lui.

Il pensiero di essere un vigliacco aveva avuto il sopravvento sul povero Volodja, ed egli, in ogni sguardo, in

ogni parola, leggeva del disprezzo rivolto verso di sé, come verso un vile codardo. Gli sembrò che il comandante di

batteria avesse già penetrato il suo segreto e che lo canzonasse. Egli, confusosi, rispose che i suoi bagagli erano alla

Grafskaja, e che suo fratello gli aveva promesso di farglieli avere l'indomani.

Ma il tenente colonnello non stette ad ascoltarlo e, rivolto al maresciallo, domandò: «Dove dobbiamo sistemare

l'aspirante?»

«L'aspirante?», chiese il maresciallo, confondendo ancora di più Volodja con una rapida occhiata, gettata su di

lui, come se con questa volesse chiedere: «Ma che aspirante è mai questo, e vale forse la pena di sistemarlo da qualche

parte?». «Ma sì, sotto, vostra eccellenza, dal tenente possono alloggiare lor signori», continuò dopo aver pensato: «Ora

il tenente è al bastione, così la sua branda resta libera».

«Bene, vi sembra una sistemazione comoda per il momento?», disse il comandante di batteria. «Immagino che

siate stanco, ma domani vi sistemeremo meglio».

37

Volodja si alzò e fece un inchino.

«Non volete del tè?», domandò il comandante di batteria, quando Volodja già si stava avvicinando alla porta.

«Possiamo far preparare il samovar».

Volodja si inchinò e uscì. L'attendente del reggimento lo accompagnò di sotto e lo fece entrare in una stanza

spoglia, lurida, nella quale giacevano in disordine varie cianfrusaglie e un letto di ferro senza lenzuola né coperta. Sul

letto dormiva, coperto da un ampio cappotto, un uomo con una camicia rosa. Volodja inizialmente lo scambiò per un

soldato.

«Petr Nikolaiè!», esclamò l'attendente, toccando la spalla del dormiente. «Qui dorme l'aspirante... Questo è il

nostro junker», aggiunse rivolto all'aspirante.

«Ah, non disturbatevi, prego!», disse Volodja; ma lo junker, un uomo giovane, alto, robusto, con una bella

fisionomia, ancorché molto stupida, si alzò dal letto, si gettò il mantello sulle spalle e, evidentemente ancora mezzo

addormentato, uscì dalla stanza.

«Non importa, posso sdraiarmi fuori», borbottò.

XIV

Rimasto solo con i propri pensieri, Volodja per prima cosa provò un senso di fastidio verso quello stato

confuso, triste, nel quale versava la sua anima. Avrebbe voluto addormentarsi e dimenticare tutto ciò che lo circondava,

ma, soprattutto, se stesso. Spense la candelina, si sdraiò sul letto e, toltosi il cappotto, si coprì la testa, per sfuggire alla

paura del buio che aveva sin dalla fanciullezza. Ad un tratto gli balenò il pensiero che una bomba sarebbe volata lì,

avrebbe sfondato il tetto e lo avrebbe colpito. Si mise ad ascoltare attentamente; proprio sopra la sua testa si udivano i

passi del comandante di batteria.

«Del resto, se anche dovesse volare qui», pensò, «prima colpirà di sopra, e poi me; per lo meno, non colpirà

solo me». Questo pensiero lo tranquillizzò un po'; riuscì quasi a prendere sonno. «E che cosa accadrebbe, se

all'improvviso nella notte i francesi prendessero Sebastopoli e facessero irruzione qui? Con che cosa mi difenderei?».

Di nuovo si alzò e cominciò a passeggiare per la stanza. La paura di un effettivo pericolo prevalse su quella misteriosa

del buio. A parte la sedia e il samovar non c'era nella stanza nulla di solido. «Sono un vigliacco, un codardo, un vile

codardo!», pensò ad un tratto e di nuovo tornò al pesante senso di disprezzo, addirittura di disgusto verso se stesso. Si

sdraiò ancora e cercò di non pensarci. Allora le impressioni della giornata affiorarono spontaneamente nella sua

immaginazione, mentre perduravano i rumori del bombardamento, che facevano tremare i vetri dell'unica finestra e gli

ricordavano di nuovo il pericolo: sognava ora feriti e sangue, ora bombe e schegge, che volavano dentro la stanza, ora

l'infermiera carina che lo fasciava, morente, e piangeva su di lui, ora sua madre, che lo accompagnava al capoluogo

distrettuale e pregava intensamente, in lacrime, davanti all'icona miracolosa, e di nuovo il sonno gli parve impossibile.

Ma all'improvviso lo pervase il pensiero di Dio onnipotente, buono, che può compiere ogni cosa e ascolta ogni

preghiera. Si inginocchiò, si fece il segno della croce e congiunse le mani come gli avevano insegnato ancora quand'era

fanciullo. Questo gesto d'un tratto lo riportò ad una sensazione piacevole, da tanto tempo dimenticata. «Se bisogna

morire, se bisogna che io non viva, fallo, Signore», pensava, «fallo al più presto; ma se sono necessari coraggio,

fermezza, che io non ho, dammeli, liberami dalla vergogna e dal disonore, che non posso sopportare, mostrami che cosa

devo fare per compiere la Tua volontà».

L'anima infantile, atterrita e mediocre d'un tratto riprese vigore, si rasserenò e vide nuovi orizzonti ampi e

luminosi. Stette ancora a lungo a pensare e a provare emozioni in quel breve istante, finché durò quella sensazione, ma

presto si addormentò serenamente e senza preoccupazioni, sotto i rumori del crepitio che continuava, del rombo del

bombardamento e del tremito dei vetri.

Signore grande! Tu solo hai udito e conosci queste preghiere semplici, ma ferventi e disperate di ignoranza, di

pentimento confuso e sofferenza, che Ti sono giunte da questo tremendo luogo di morte, dal generale, che un momento

prima pensava alla colazione e alla croce di San Giorgio al collo, ma che sentiva con terrore la Tua vicinanza, fino al

soldato sfinito, affamato, coperto di pidocchi, che si gettava lungo disteso sul pavimento della batteria Nikolaevskaja e

Ti chiedeva di dargli al più presto ciò che inconsciamente presentiva come ricompensa per le ingiuste sofferenze! Sì, Tu

non Ti sei stancato di ascoltare le preghiere dei Tuoi figli, ma sempre mandi loro l'angelo consolatore, che infonde

nell'anima la capacità di sopportare, il senso del dovere e il conforto della speranza.

XV

Il maggiore dei Kozel'cov, incontrato per la strada un soldato del suo reggimento, si avviò con lui direttamente

al quinto bastione.

«State accostato al muretto, vostra signoria!», disse il soldato.

«Perché mai?»

«Può essere pericoloso, vostra signoria; ecco, vola di traverso», disse il soldato, ascoltando attentamente il

suono di una palla sibilante, caduta sulla terra secca da quella parte della strada.

Kozel'cov, senza dar retta al soldato, camminava coraggiosamente al centro della via.

38

Sempre le stesse erano le strade, sempre gli stessi, anzi più frequenti, i fuochi, i rumori, i gemiti, gli incontri

con i feriti, uguali le batterie, i ripari e le trincee, come quand'era stato, in primavera, a Sebastopoli; ma tutto ciò per

qualche motivo era ora più triste e insieme più energico, c'erano più brecce nelle case, non c'erano ormai più lumi accesi

alle finestre, tranne la casa Kušèin (l'ospedale), non si incontrava neppure una donna, su tutto si stendeva ora non

l'impronta precedente di abitudine e di spensieratezza, ma un certo senso di pesante attesa, di stanchezza e di tensione.

Ma ecco già l'ultima trincea, ecco anche la voce di un soldatino del reggimento P., che ha riconosciuto il suo

vecchio comandante di compagnia, ecco anche il terzo battaglione, nell'oscurità, stretto al muricciolo, per un istante

illuminato dagli spari, e udibile per le voci misurate e per il tintinnio dei fucili.

«Dov'è il comandante del reggimento?», domandò Kozel'cov.

«Nel rifugio, da quelli della marina, vostra signoria!», rispose il soldatino premuroso. «Prego, vi accompagno».

Da una trincea all'altra il soldato condusse Kozel'cov al fossato di una trincea. Nel fossato sedeva un marinaio

che fumava la pipa; dietro di lui si vedeva una porta, nella cui fessura si intravvedeva un lume acceso.

«Si può entrare?»

«Ora riferisco», e il marinaio oltrepassò la porta.

Dietro la porta due voci parlavano. «Se la Prussia continuerà a restare neutrale», diceva una voce, «allora anche

l'Austria...».

«Ma che Austria», diceva l'altra, «quando i paesi slavi... su, prego».

Kozel'cov non era mai stato prima in quel rifugio. Lo colpì la sua eleganza. Il pavimento era di parquet, piccoli

paraventi ricoprivano la porta. Due letti erano alle pareti, all'angolo stava appesa una grande icona della Madre di Dio, e

davanti a lei era accesa una piccola lampada rosa. Su uno dei letti dormiva un marinaio, completamente vestito;

sull'altro, davanti al tavolo, sul quale c'erano due bottiglie aperte di vino, sedevano chiacchierando il nuovo comandante

del reggimento e l'aiutante. Benché Kozel'ácov non fosse affatto un vigliacco e non fosse colpevole né di fronte al

governo, né di fronte al comando del reggimento, fu preso da timore, e gli venne la tremarella alla vista del colonnello,

che un tempo era stato suo compagno: con tanto orgoglio si era alzato questo colonnello, e con tale atteggiamento lo

stava ora ad ascoltare. Inoltre, anche l'aiutante, che sedeva lì, lo confondeva con la sua posa e il suo sguardo, che

dicevano: «Io sono solo un amico del comandante del vostro reggimento. Voi non vi presentate a me, e io non posso e

non voglio pretendere da parte vostra alcuna riverenza». «Strano», pensò Kozel'ácov guardando il suo comandante,

«sono appena sette settimane che ha ricevuto il comando del reggimento, ma come si nota già, in tutto ciò che gli sta

attorno, nel suo abbigliamento, nel portamento, nello sguardo, il potere del comandante di reggimento, questo potere

basato non solo sugli anni, sull'anzianità di servizio, sull'onore militare, ma anche sulla ricchezza del comandante di

reggimento. Un tempo», pensava, «questo stesso Batrišèev non gozzovigliava con noi, non portava alla domenica una

camicia di indiana e non mangiava, senza invitare nessuno, le eterne polpette e gli eterni dolcetti? Adesso, invece! Una

camicia di tela d'Olanda sporge già dalla finanziera di panno dalle ampie maniche, ha un sigaro da dieci rubli in mano,

sul tavolo c'è un Lafitte da sei rubli, tutto questo acquistato a prezzi inverosimili tramite il quartiermastro a Simferopol',

e nei suoi occhi quell'espressione di orgoglio freddo, di ricchezza aristocratica, che vi dice: "Anche se sono tuo

compagno, per il fatto di essere comandante di batteria della nuova scuola, non dimenticare che hai uno stipendio di

sessanta rubli ogni quattro mesi, mentre a me passano tra le mani decine di migliaia di rubli e, credimi, so che saresti

disposto a dare metà della tua vita per essere al mio posto"».

«Siete stato a lungo in convalescenza», disse il colonnello a Kozel'cov, guardandolo con freddezza.

«Ero molto malato, signor colonnello, ancora adesso la ferita non si è rimarginata bene».

«Allora siete venuto per niente», disse il colonnello con uno sguardo diffidente verso la robusta figura

dell'ufficiale.

«Siete almeno in grado di espletare il vostro servizio?»

«Certamente».

«Ne sono felice. Allora prendete in consegna dall'aspirante Zajcev la nona compagnia, che prima era vostra.

Ora riceverete le disposizioni».

«Agli ordini».

«Vogliate mandarmi, quando arriverete, l'aiutante di reggimento», concluse il comandante del reggimento,

facendo intuire, con un leggero inchino, che l'udienza era terminata.

Uscendo dal rifugio, Kozel'cov borbottò più volte qualcosa e si strinse nelle spalle, come se avesse un dolore

da qualche parte, goffamente e con stizza, e stizza non nei confronti del comandante del reggimento (non c'era motivo),

ma come se fosse insoddisfatto di se stesso e di tutto ciò che era intorno a lui. La disciplina e le sue regole, la

subordinazione, è gradita, come tutti i rapporti fissati dalle leggi, solamente quando è fondata, oltre che sulla coscienza

comune della sua necessità, sulla virtù, riconosciuta da parte dell'inferiore, di una superiorità basata sull'esperienza, sul

valor militare o addirittura semplicemente sull'integrità morale; ma quando la disciplina è basata, come spesso accade

qui da noi, sulla casualità e sul denaro, essa si tramuta sempre in arroganza da una parte, in invidia nascosta e in rabbia

dall'altra e, invece dell'influsso benefico prodotto dall'unione delle masse in un tutt'uno, ottiene l'effetto contrario.

L'uomo che non senta dentro di sé la forza di ispirare rispetto con la virtù interiore, istintivamente teme di assomigliare

ai subordinati e cerca, dandosi importanza con atteggiamenti esteriori, di allontanare da sé le critiche. I subordinati,

vedendo solo questo lato esteriore, che li offende, ritengono, in gran parte a torto, che al di là di esso non ci sia più

niente di buono.

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XVI

Kozel'cov, prima di recarsi dai suoi ufficiali, andò a salutare la propria compagnia e a vedere dove si trovava. I

ripari fatti con argini, i tracciati delle trincee, i cannoni, accanto ai quali passava, addirittura le schegge e le bombe, sulle

quali inciampava per la via, tutto ciò, incessantemente illuminato dai fuochi degli spari, gli era ben noto. Tutto ciò gli si

era scolpito vivamente nella memoria tre mesi prima, nelle due settimane che aveva trascorso proprio su quel bastione,

senza mai uscirne. Sebbene in quel ricordo ci fosse molto di terribile, si mescolava ad esso un certo fascino del passato,

ed egli, come se quelle due settimane trascorse là fossero state piacevoli, volentieri ricordava i luoghi e le cose note. La

compagnia era schierata lungo il muretto difensivo che portava al sesto bastione.

Kozel'cov entrò nel rifugio lungo, completamente aperto dalla parte dell'ingresso, nel quale gli avevano detto

che si trovava la nona compagnia. In tutto il rifugio non c'era letteralmente un posto dove mettere i piedi, talmente era

pieno di soldati fin dall'ingresso. Da una parte splendeva una candelina di sego storta, che un soldatino sdraiato reggeva.

Un secondo soldatino leggeva sillabando un libro, tenendolo vicino alla medesima candela. Nella penombra fetida del

rifugio si vedevano teste sollevate che ascoltavano con interesse il lettore. Il libretto era un abbecedario, ed entrando nel

rifugio Kozel'cov udì le seguenti parole:

«Il terrore... della morte è un sen-ti-men-to in-na-to nel-l'u-o-mo».

«Spostatelo dalla candela», disse una voce. «Che bel libro».

«Dio... mio...», continuò il lettore.

Quando Kozel'cov chiese del maresciallo, il lettore tacque, i soldati cominciarono ad agitarsi, a tossire, a

soffiarsi il naso, come sempre accade dopo un silenzio forzato; il maresciallo, abbottonandosi la giubba, si alzò vicino al

gruppo del lettore e, camminando tra le gambe e sulle gambe di quelli, che non potevano spostarle da nessuna parte,

uscì incontro all'ufficiale.

«Salve, fratello! Dunque, questa è tutta la nostra compagnia?».

«Auguriamo salute! Benvenuto, vostra signoria!», rispose il maresciallo, guardando Kozel'cov allegramente e

amichevolmente. «Siete guarito, vostra signoria? Grazie a Dio. Ci siamo annoiati senza di voi».

Era evidente ora che nella compagnia volevano bene a Kozel'cov. In fondo al rifugio si udirono delle voci: «È

arrivato il vecchio comandante di compagnia, che era stato ferito, Kozel'cov, Michail Semenyè», e così via; alcuni

addirittura gli si accostarono, il tamburino lo salutò.

«Salute, Obanèuk!», disse Kozel'cov. «Guarito?». «Salve, ragazzi!», disse poi, alzando la voce.

«Salute!», risuonò nel rifugio.

«Come va, ragazzi?»

«Male, vostra signoria: i francesi hanno la meglio, sparano così forte da dietro le trincee, è un inferno, e non

escono allo scoperto».

«Forse, per mia fortuna, Dio concederà che escano sul campo, ragazzi!», disse Kozel'cov. «Non è la prima

volta che sono insieme a voi: li massacreremo di nuovo».

«Ce la faremo, vostra signoria!», dissero alcune voci.

«Allora, è proprio audace, sua signoria è un vero eroe!», disse il tamburino ad un altro soldato, non a voce alta,

ma in maniera da essere sentito, come se giustificasse davanti a lui le parole del comandante di compagnia, e cercasse di

convincerlo che in esse non v'era nulla di esagerato e di inverosimile.

Dai soldatini Kozel'cov passò alla caserma di difesa, a incontrare i suoi compagni ufficiali.

XVII

Nella grande stanza della caserma c'era una gran folla: ufficiali di marina, di artiglieria e di fanteria. Alcuni

dormivano, altri discorrevano, seduti sopra una cassa o sull'affusto di un cannone da fortezza; altri ancora, che

componevano il gruppo più consistente e rumoroso, dietro un arco, stavano seduti sul pavimento, su due mantelli stesi,

bevevano del porter e giocavano a carte.

«Ah! Kozel'cov, Kozel'cov! Che piacere rivederti, bene!... Come va la ferita?», si udì da diverse parti. Anche

qui si vedeva che erano affezionati a lui e che si rallegravano del suo ritorno.

Strette le mani ai conoscenti, Kozel'cov si unì al gruppo rumoroso di ufficiali che giocavano a carte, la maggior

parte dei quali erano suoi amici. Un bel brunetto magrolino, con un lungo naso sottile e folti baffi che proseguivano sino

alle guance, teneva il banco con le belle dita bianche, su una delle quali c'era un grande anello d'oro con uno stemma.

Distribuiva le carte in fretta e con noncuranza, evidentemente turbato da qualcosa e desideroso solo di apparire

distaccato. Vicino a lui, a destra, giaceva, appoggiato sul gomito, un maggiore canuto, già visibilmente ubriaco che,

ostentando impassibilità, puntava cinquanta copechi alla volta e pagava immediatamente. A sinistra se ne stava

accoccolato sui calcagni un bell'ufficialetto, dal viso sudato, sorrideva e scherzava forzatamente quando perdeva,

rovistava di continuo con una mano nella tasca vuota dei calzoni alla zuava e puntava un grosso marco, ma chiaramente

non più denaro contante, cosa che irritava il bel brunetto. Per la stanza, con in mano un mucchietto di assegnati,

camminava un ufficiale calvo, con una gigantesca bocca cattiva, magro e pallido, senza baffi, che sempre puntava

contanti e vinceva.

40

Kozel'cov bevve della vodka e si sedette vicino ai giocatori.

«Puntate, Michail Semenyè!», gli disse quello che teneva il banco. «Immagino che avrete portato un sacco di

quattrini».

«E dove li dovevo prendere, i soldi? Anzi, gli ultimi li ho spesi in città».

«Ma come! Sicuramente avete spennato qualcuno a Simferopol'».

«Non proprio, a essere sincero», disse Kozel'cov, ma con l'evidente desiderio di non essere creduto, si sbottonò

e prese in mano le vecchie carte.

«Tentiamo pure: non si sa mai! Capita anche che un moscerino riesca a fare qualche bel tiro. Solo bisogna bere

per prendere coraggio».

E in breve tempo, bevuti ancora tre bicchierini di vodka e alcuni bicchieri di porter, era già completamente

nello spirito di tutta la compagnia, cioè nella nebbia, dimentico della realtà, e perse gli ultimi tre rubli.

Sul conto del piccolo ufficiale sudato c'erano centocinquanta rubli. «No, non va», disse, preparando con

noncuranza una nuova carta.

«Vogliate pagare», gli disse quello che teneva il banco, smettendo un istante di svolgere il suo compito e

guardando verso di lui.

«Permettetemi di mandarveli domani», rispose l'ufficiale sudato, alzandosi e cercando con insistenza nella

tasca vuota.

«Hmm!», borbottò quello del banco, e gettando rabbiosamente a destra e a sinistra le carte, finì di spazzare il

mazzo.

«Ma così non si può andare avanti», disse dopo aver disposto le carte, «io mi rifiuto. Così non si può, Zachar

Ivanyè», aggiunse. «Noi giochiamo a denaro contante, non con biglietti».

«Ma che, forse dubitate di me? Questo è davvero strano!»

«E da chi mi mandate a riscuoterli?», borbottò un maggiore, che in quel momento era particolarmente ubriaco

e aveva vinto otto rubli. «Ho già puntato più di venti rubli, ho vinto, ma non mi date niente».

«Ma da dove li tiro fuori i soldi per pagarvi», disse quello che teneva il banco, «se sul tavolo non ce n'è?»

«Non mi interessa saperlo», disse il maggiore alzandosi. «Io gioco con voi, con gente onesta, e non con lui».

L'ufficiale sudato d'un tratto si infuriò.

«Ho detto che pagherò domani: come osate dirmi parole così insolenti?»

«Dico che voglio i soldi! Le persone oneste non si comportano così, ecco tutto!», gridò il maggiore.

«Macché, Fedor Fedoryè!», cominciarono a gridare tutti, trattenendo il maggiore. «Lasciate perdere!».

Ma il maggiore sembrava aspettare solo questo, che gli dicessero di calmarsi, per infuriarsi del tutto. D'un

tratto fece un balzo e si gettò barcollando sull'ufficiale sudato.

«Io sarei insolente? Uno che è più anziano di voi, che da venti anni serve il proprio zar, insolente? Ah, tu,

giovinastro!», si mise a piagnucolare, animandosi sempre più al suono della propria voce. «Canaglia!».

Ma caliamo subito il sipario su questa scena molto avvilente. Domani, oggi stesso forse, ognuna di queste

persone allegramente e con orgoglio andrà incontro alla morte e morirà con fermezza e serenità; ma l'unica

consolazione della vita in queste condizioni, che incutono terrore anche nella più fredda immaginazione, condizioni di

assenza di tutto ciò che è umano e di ogni speranza di poterne uscire, l'unica consolazione è l'oblio, l'annientamento

della coscienza. Nel fondo dell'anima di ognuno è riposta quella nobile scintilla che ne fa un eroe; ma questa scintilla si

stancherà di brillare, verrà il momento fatale, e allora divamperà come una fiamma e illuminerà imprese grandiose.

XVIII

Il giorno seguente il bombardamento continuò con la stessa intensità. Alle undici del mattino Volodja

Kozel'ácov sedeva nel gruppo di ufficiali di batteria e, riuscito già ad abituarsi un po' a loro, fissava le facce nuove,

osservava, faceva domande e raccontava. La conversazione degli ufficiali di batteria, di livello modesto nonostante

avesse pretese di competenza, suscitava in lui rispetto e gli piaceva. L'aspetto pudico, ingenuo e bello di Volodja gli

attirava la simpatia degli ufficiali. L'ufficiale anziano della batteria, il capitano, uomo non alto, rossiccio, con un

ciuffetto e le tempiette lisce, educato secondo le vecchie tradizioni dell'artiglieria, galante con le dame e con un fare da

persona colta, interrogava Volodja sulle sue conoscenze di artiglieria, sulle nuove scoperte, irrideva benignamente la

sua giovinezza e il bel faccino, e in generale si rivolgeva a lui come un padre al figlio, cosa che a Volodja piaceva

molto. Il sottotenente Djadenko, un giovane ufficiale che pronunciava la "o" e aveva un accento ucraino, con un

cappotto lacero e i capelli arruffati, benché parlasse a voce molto alta e di continuo cercasse l'occasione per litigare

furiosamente su qualsiasi argomento muovendosi con gesti bruschi, piaceva tuttavia a Volodja, che sotto questa

rozzezza esteriore non poteva non vedere in lui una bravissima persona, straordinariamente buona. Djadenko non

cessava mai di offrire i propri servigi a Volodja, e gli faceva vedere che tutti i cannoni a Sebastopoli non erano stati

sistemati a dovere. Solo il tenente Èernovickij, dalle sopracciglia molto sollevate, non piaceva a Volodja, nonostante

fosse il più gentile di tutti e indossasse una finanziera abbastanza pulita, non nuova, ma per lo meno accuratamente

rammendata, e sfoggiasse una catenina d'oro sul gilet di raso. Gli chiedeva di tutto, che cosa facessero l'imperatore e il

ministro della guerra, e gli raccontava con un entusiasmo innaturale le imprese eroiche compiute a Sebastopoli, si

lamentava del fatto che così di rado si incontrasse il patriottismo e quali irragionevoli disposizioni venissero date, ecc.;

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in generale ostentava notevoli conoscenze, ingegno e nobili sentimenti, ma per qualche ragione tutto ciò appariva a

Volodja studiato e non naturale. Soprattutto egli notò che gli altri ufficiali quasi non parlavano con Èernovickij. C'era

anche lo junker Vlang, che egli il giorno prima aveva svegliato. Non diceva nulla ma, seduto modestamente in un

angolino, rideva quando c'era qualcosa di comico, richiamava alla memoria quando gli altri si dimenticavano qualcosa,

ordinava di servire vodka e faceva sigarette a tutti gli ufficiali. Le maniere semplici, cortesi di Volodja, che si rivolgeva

a lui come ad un ufficiale e non lo comandava a bacchetta come un ragazzino, e l'aspetto piacevole avevano catturato

Vlanga, così lo chiamavano i soldati, declinando al femminile il suo cognome, chissà perché; soltanto che lui non

distoglieva i suoi grandi occhi buoni e stupidi dal volto del nuovo ufficiale, indovinando e prevenendo tutti i suoi

desideri, e per tutto il tempo si trovò in una certa estasi amorosa che gli altri ufficiali naturalmente notarono e presero in

giro.

Prima di pranzo il tenente del bastione ottenne il cambio e si unì al loro gruppo. Il tenente Kraut era un

ufficiale biondo, bello, coraggioso, con grandi baffi rossicci e basette; parlava perfettamente il russo, ma troppo bene e

troppo elegantemente per un russo. Nel servizio e nella vita egli era proprio come nel linguaggio: compiva il servizio

ottimamente, era un compagno eccezionale, la persona più affidabile per quanto riguardava il denaro; ma

semplicemente, come persona, proprio perché era troppo bravo, gli mancava qualcosa. Come tutti i tedeschi russi, per

uno strano contrasto con i tedeschi dagli ideali tedeschi, egli era pratico al massimo grado.

«Ecco che si fa vedere il nostro eroe!», disse il capitano mentre Kraut, sbracciandosi e facendo risuonare gli

speroni, entrava allegramente nella stanza. «Che cosa volete, Fridrich Krest'janyè, tè o vodka?»

«Ho già ordinato di portarmi del tè», rispose, «ma un po' di vodka nel frattempo servirà a deliziarmi l'anima.

Molto piacere; vogliate volerci bene e compatirci», disse a Volodja che, dopo essersi alzato, gli aveva rivolto un

inchino. «Tenente Kraut. Al bastione il sottufficiale di artiglieria mi ha riferito che siete arrivato già da ieri».

«Vi sono molto grato per il vostro letto: vi ho dormito».

«Almeno avete potuto dormire comodamente? Una gamba del letto è rotta; non c'è nessuno che la ripari in

questo stato di assedio, bisogna metterci qualcosa sotto».

«Ebbene, è andato bene il turno di guardia?», chiese Djadenko.

«Non è andata male, è toccata solo a Skvorcov, e hanno riparato un affusto. Hanno distrutto la stanga in mille

pezzi».

Si alzò in piedi e cominciò a camminare; era chiaro che godeva ancora di quella piacevole sensazione di chi è

uscito dal pericolo.

«Allora, Dmitrij Gavrilyè», disse scuotendo il capitano per i gomiti, «come state, batjuška? E la vostra

promozione, tutto tace?».

«Non c'è ancora nulla».

«E non ci sarà nulla», prese a dire Djadenko. «Ve l'ho già dimostrato tempo fa».

«Perché non ci sarà?»

«Perché non avete scritto la relazione nel modo giusto».

«Ah, voi siete un attaccabrighe, un attaccabrighe», disse Kraut, sorridendo allegramente, «proprio un ucraino

vero e tenace. Allora, ecco, per farvi un dispetto, diventerete tenente».

«No, non lo diventerò».

«Vlang, portatemi la mia pipa e riempitela», si rivolse allo junker, che subito corse con piacere a prendere la

pipa. Kraut animò tutti, raccontò del bombardamento, domandò che cosa avessero fatto senza di lui, e chiacchierò con

tutti.

XIX

«Ebbene? Vi siete già sistemato da noi?», chiese Kraut a Volodja. «Perdonatemi, come vi chiamate, qual è il

vostro patronimico? Da noi, nell'artiglieria, sapete, vige questa consuetudine. Vi siete procurato un cavallo da sella?».

«No», disse Volodja, «non so come fare. L'ho detto al capitano: non ho un cavallo, e non ho nemmeno soldi,

finché non ricevo denari per il foraggio e per il viaggio. Vorrei chiedere al comandante di batteria almeno il cavallo, ma

temo che non me lo conceda».

«Apollon Sergeiè?», con le labbra produsse un suono che esprimeva un forte dubbio e guardò verso il capitano:

«ne dubito!».

«Be', se si rifiuterà, niente di male», disse il capitano; «qui, a dire il vero, non c'è nemmeno bisogno del

cavallo, ma si può tuttavia fare un tentativo, ora vado a chiedere».

«Come! Voi non lo conoscete», si intromise Djadenko, «si rifiuterà di dare altre cose, ma a lui no...

Scommettiamo?».

«Ormai è risaputo che voi contraddite sempre».

«Contraddico perché sono informato; per altre cose è avaro, ma il cavallo lo darà, perché non gli interessa».

«Come, non gli interessa, quando qui l'avena gli costa otto rubli!», disse Kraut. «È nel suo interesse non tenere

cavalli in eccedenza!».

«Chiedete per voi Storno, Vladimir Semenyè», disse Vlang, tornato con la pipa di Kraut, «è un cavallo

stupendo».

42

«Quello con il quale a Soroki siete caduto nel fossato? Eh, Vlanga?», cominciò a sghignazzare il tenente.

«No, ma che cosa andate dicendo, l'avena a otto rubli», continuava a discutere Djadenko, «se nella lista il

prezzo era di dieci rubli e mezzo; si capisce, non gli interessa».

«Ma non gli rimarrebbe più nulla! Se un giorno voi diventerete comandante di batteria, allora non li darete i

cavalli per andare in città!».

«Quando sarò comandante di batteria, i miei cavalli, batjuška, mangeranno quattro garnèiki d'avena, non farò

incetta di entrate, non temete».

«Chi vivrà vedrà», disse il tenente. «Voi riceverete delle entrate, e lui, quando comanderà una batteria, si

ficcherà i resti in tasca», aggiunse, indicando Volodja.

«Perché credete, Fridrich Krest'janoviè, che ne approfitterà anche lui?», si intromise Èernovickij. «Forse ha

degli averi: perché dunque dovrebbe approfittare?».

«No, io... scusatemi, capitano», disse Volodja, arrossendo fino alle orecchie, «io questo lo ritengo ignobile».

«Eh! Che birichino!», disse Kraut. «Aspettate a raggiungere il grado di capitano, e non lo direte più».

«Ma è lo stesso: io penso solo che, se non sono soldi miei, allora non li posso prendere».

«E io invece vi dirò questo, giovanotto», cominciò con tono più serio il tenente. «Voi forse sapete che quando

comandate una batteria, vi avanzano, in tempo di pace, se amministrate bene gli affari, almeno cinquecento rubli; in

tempo di guerra sette o ottomila, e solo per i cavalli. Ma va bene. Il comandante di batteria non si immischia nelle

vettovaglie dei soldati: da sempre si fa così nell'artiglieria; se voi siete un cattivo amministratore, non vi resterà nulla.

Ora: voi dovete spendere, di contro, uno per la ferratura (egli piegò un dito), due per la farmacia (piegò un altro dito),

tre per la cancelleria, per i cavalli da tiro si pagano cinquecento rubli, batjuška, e il prezzo statale è di cinquanta, e li

pretendono, e con questo fa quattro. Di contro dovete cambiare i colletti ai soldati, per il carbone vi ci vorrà troppo

denaro, dovete pagare il vitto agli ufficiali. Se siete comandante di batteria dovete vivere con un certo decoro: avete

bisogno anche di una carrozza, e di una pelliccia, e di una cosa, e di una seconda, di una terza, e di una decima... ma

perché stare ad elencarle...».

«Ma soprattutto», intervenne il capitano, che aveva taciuto tutto il tempo, «ecco che cosa, Vladimir Semenyè:

immaginatevi che uno come me, per esempio, presti servizio per vent'anni a duecento rubli di stipendio in perenne stato

di bisogno: come si può non concedergli, per il servizio prestato, di procacciarsi un pezzettino di pane per la vecchiaia,

quando i procuratori in una settimana guadagnano decine di migliaia di rubli?».

«Eh! Ecco che cosa!», riprese a dire il tenente. «Non affrettatevi nel dare giudizi, ma rimanete qui e fate il

vostro servizio».

Volodja era terribilmente a disagio e si vergognava di aver parlato così avventatamente, borbottò qualcosa e in

silenzio continuò ad ascoltare Djadenko che, con grande passione, si era messo a litigare e a dimostrare il contrario.

La discussione fu interrotta dall'arrivo dell'attendente del colonnello, che chiamava per il pranzo.

«E voi ora direte ad Apollon Sergeiè di mettere in tavola del vino», disse Èernovickij al capitano,

abbottonandosi. «Ma perché deve essere così tirchio? Ci uccideranno, così non toccherà a nessuno!».

«Diteglielo voi», rispose il capitano.

«Niente affatto, voi siete l'ufficiale superiore: ci vuole ordine in tutto».

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