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Dopo aver chiacchierato a sazietà, ed essere infine giunti a quella sensazione che spesso si prova, cioè che

esiste poco in comune anche quando ci si ama reciprocamente, i fratelli se ne stettero per un po' in silenzio.

«Allora prendi la tua roba e andiamo adesso», disse il maggiore. Il minore di colpo arrossì e si confuse.

«Andare diritto a Sebastopoli?», chiese dopo un attimo di silenzio.

«Ma sì, immagino che tu abbia pochi bagagli, sistemiamoli».

«Va bene, andiamo anche subito», disse il minore sospirando, ed entrò nella stanza.

Ma, senza aprire la porta, si fermò sull'ingresso e, abbassato tristemente il capo, cominciò a pensare: «Ora

dritto a Sebastopoli, in quell'inferno terribile! Ma è lo stesso, prima o poi bisognava andarci. Ora, almeno, con mio

fratello...».

Infatti solamente ora, al pensiero che, sedutosi sulla carrozza, senza scendervi, si sarebbe trovato a Sebastopoli,

e che nessuna circostanza lo avrebbe potuto trattenere, comprese chiaramente il pericolo che era venuto a cercarsi, e si

turbò, si spaventò al solo pensiero della sua vicinanza. Tranquillizzatosi in qualche modo, entrò nella stanza; ma passò

un quarto d'ora, senza che egli tornasse dal fratello, cosicché alla fine il maggiore aprì la porta. Il Kozel'cov minore,

nella posizione di uno scolaro che ha combinato una marachella, parlava di qualcosa con l'ufficiale di P. Quando il

fratello aprì la porta, egli si smarrì completamente.

«Vengo, vengo subito!», cominciò a dire, facendo un cenno al fratello con la mano. «Aspettami là, per favore».

Dopo un minuto infatti uscì e con un profondo sospiro si avvicinò al fratello.

«Puoi immaginarti, non posso venire con te, fratello», disse.

«Come? Che sciocchezza è mai questa?»

«Ti dirò tutta la verità, Miša! Nessuno di noi ha più soldi, e noi tutti siamo debitori a questo capitano di stato

maggiore, che viene da P. Provo una grandissima vergogna!».

Il fratello maggiore si accigliò e a lungo non proferì parola.

«Gli devi molti soldi?», chiese guardando di sbieco il fratello.

«Molto... no, non molto; ma ne provo grandissima vergogna. Ha pagato per me in tre stazioni, e tutto il suo

zucchero se n'è andato... così, non saprei... e anche a préférence abbiamo giocato... gli sono rimasto debitore di

qualcosina».

«Male, Volodja! Che cosa avresti fatto, se non mi avessi incontrato?», disse il maggiore severamente, senza

guardare il fratello.

«Ma io pensavo, fratellino, che avrei ricevuto a Sebastopoli il rimborso del viaggio, e così li avrei restituiti. Ma

si può fare in questo modo; preferisco venire domani con lui».

Il fratello maggiore prese il portafoglio e con le dita tremanti ne estrasse due banconote da dieci rubli e una da

tre.

«Ecco i miei soldi», disse. «Quanto gli devi?».

Dicendo che questi erano tutti i suoi soldi, Kozel'cov aveva mentito: ne aveva ancora quattro d'oro, cuciti nel

paramano per ogni evenienza, ma si era ripromesso di non toccarli per nessun motivo.

Sembrava che il giovane Kozel'cov fosse debitore, tra préférence e zucchero, solamente di otto rubli

all'ufficiale di P. Il fratello maggiore glieli diede, dopo avergli fatto notare che quando non si hanno soldi non bisogna

mettersi anche a giocare a préférence.

«Quanto hai puntato?».

Il minore non fiatò. La domanda del fratello gli sembrò mettere in dubbio la sua onestà. La rabbia verso se

stesso, la vergogna di un comportamento che poteva destare tali sospetti, e l'offesa da parte del fratello che egli tanto

amava produssero nella sua natura impressionabile una sensazione tanto forte, dolorosa, che egli non rispose, conscio

del fatto che non sarebbe stato in grado di trattenere i singhiozzi che gli arrivavano in gola. Prese i soldi senza guardare

e se ne andò dai compagni.

VIII

Nikolaev, rinfrancatosi alla Duvanka con due bicchierini di vodka comprati da un soldato che la vendeva sul

ponte, stringeva le briglie, la carrozza ballonzolava per la strada pietrosa, qua e là ombreggiata, che portava a

Sebastopoli lungo il Bel'bek, ma i fratellini, urtandosi con le gambe, pur pensando ogni minuto l'uno all'altro, tacevano

ostinatamente. «Perché mi ha offeso?», pensava il minore. «Non avrebbe potuto almeno evitare di parlare di questo?

Certo, anche ora sembra adirato, come se pensasse che io sia un ladro, e così abbiamo rotto per sempre. Come sarebbe

stato glorioso per noi due, a Sebastopoli! Due fratelli, uniti tra loro dall'amore, lottano entrambi contro il nemico: uno

già vecchio, combattente valoroso, anche se non molto istruito, e l'altro giovane, non meno ardito... Tra una settimana

avrei fatto vedere a tutti che non sono più così giovane! Smetterò perfino di arrossire, il volto esprimerà virilità, e per

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quel momento mi saranno cresciuti anche i baffi, non folti, ma visibili», e si pizzicò la peluria che spuntava agli angoli

della bocca. «Forse, appena arrivati, capiteremo nel bel mezzo di una battaglia, io e mio fratello. Ma deve essere

ostinato e molto valoroso, uno che non parla molto ma che agisce meglio degli altri. Ed io vorrei proprio sapere»,

continuava, «se lo fa apposta ora a spingermi verso l'estremità della carrozza. Certo nota che sono scomodo, ma fa finta

di non vedermi. Ecco, stiamo arrivando», continuava nei suoi ragionamenti, stringendosi verso l'estremità della

carrozza, non osando fare alcun movimento, per non far capire al fratello di essere scomodo, «e subito dritti al bastione:

io con i cannoni, mio fratello con la compagnia, e procediamo insieme. Ma all'improvviso i francesi si lanciano contro

di noi. Io sparo, sparo: ne faccio fuori un gran numero; ma loro corrono verso di me. Ormai non posso più sparare, è la

fine, non ho scampo; ma ecco che all'improvviso spunta fuori mio fratello con la sciabola, io afferro il fucile, e

fuggiamo insieme ai soldati. I francesi si scagliano contro mio fratello. Io accorro, uccido un francese, due, e lo traggo

in salvo. Mi feriscono ad un braccio, imbraccio il fucile con l'altro e mi metto malgrado tutto a correre; solo che

uccidono mio fratello con una palla, accanto a me. Mi fermo un minuto, guardo verso di lui così tristemente, mi alzo e

grido: "Seguitemi, vendichiamolo! Amavo mio fratello più di ogni altra cosa al mondo", dico, "e l'ho perduto.

Vendichiamoci, annientiamo i nemici o moriamo tutti sul posto!". Allora tutti gridano e si lanciano all'assalto dietro di

me. A quel punto si ritira tutto l'esercito francese, lo stesso Pélissier. Li ammazziamo tutti; ma alla fine mi feriscono una

seconda volta, una terza, ed io cado morto. Allora tutti corrono verso di me, viene Gorèakov, e mi domanda di che cosa

ho bisogno. Dico che non desidero niente, solo che mi mettano a giacere accanto a mio fratello, perché voglio morire

con lui. Mi trasportano e mi sdraiano vicino al corpo insanguinato di mio fratello. Mi sollevo e dico solamente: "Sì, non

siete stati in grado di apprezzare due persone che davvero amavano la patria; ora sono caduti entrambi... Dio vi

perdoni!". E muoio».

Chissà in quale misura si realizzeranno questi sogni!

«Hai mai partecipato a qualche mischia?», chiese all'improvviso al fratello, dimenticandosi completamente di

non voler parlare con lui.

«No, nemmeno una volta», rispose il maggiore, «nel nostro reggimento hanno ucciso duemila uomini, tutti

nelle postazioni; anch'io sono stato ferito là. La guerra non si combatte affatto come tu credi, Volodja!».

La parola "Volodja" scosse il fratello minore: avrebbe voluto spiegarsi con il fratello, che non si immaginava

neppure di aver offeso Volodja.

«Non sei arrabbiato con me, vero, Miša?», disse dopo un attimo di silenzio.

«Per quale motivo?»

«No, così. Per quello che ci è accaduto. Così, niente».

«Nemmeno un po'», rispose il maggiore, voltandosi verso di lui e dandogli un colpetto sulla gamba.

«In questo caso scusami, Miša, se ti ho amareggiato».

E il fratello minore si voltò, per nascondere le lacrime che all'improvviso gli erano spuntate dagli occhi.

IX

«Ma siamo già a Sebastopoli?», chiese il minore quando furono saliti sulla montagna, e davanti a loro si

aprirono la baia, con gli alberi delle navi, il mare, con la lontana flotta nemica, le bianche batterie della marina, le

caserme, gli acquedotti, le darsene e gli edifici della città, e le bianche, violacee nuvole di fumo, che ininterrottamente si

sollevavano lungo le gialle montagne intorno alla città, e se ne stavano ferme nel cielo turchino, sotto i rosei raggi del

sole, che già con un bagliore tramontava e calava verso l'orizzonte del mare scuro.

Volodja, senza il minimo brivido, vide questo luogo terribile, al quale tanto aveva pensato; al contrario, con un

piacere estetico ed un eroico senso di soddisfazione, all'idea che anche lui tra mezz'ora serebbe stato là, contemplava

questo spettacolo effettivamente incantevole e originale, e lo osservò molto attentamente proprio fino al momento in cui

giunsero alla Severnaja, al convoglio del reggimento del fratello, dove sarebbero dovuti venire a conoscenza della

posizione del reggimento e delle batterie.

L'ufficiale che comandava il convoglio abitava vicino al cosiddetto Novyj Gorodok - baracche di tavole di

legno, costruite da famiglie di marinai, e una tenda, unita ad una baracca abbastanza grande, intrecciata con verdi rami

di quercia non ancora completamente seccati.

I fratelli trovarono l'ufficiale seduto ad un tavolo ben fatto, sul quale stava un bicchiere di tè freddo con della

cenere di sigaretta ed un vassoio con vodka e briciole di caviale secco e di pane; indossava una camicia giallognola

sporca, e stava contando su di un grosso pallottoliere una gigantesca pila di assegnati. Ma, prima di parlare della

persona dell'ufficiale e della sua conversazione, è necessario osservare più attentamente l'interno della sua baracca e

conoscere almeno un po' la sua condotta di vita e le sue occupazioni. La nuova baracca era molto grande, solidamente

intrecciata e confortevole, con tavolini e panchette, impagliate anche con zolle d'erba, come vengono costruite solo per i

generali e per i comandanti di reggimento: le pareti e il soffitto, perché le foglie non cadessero giù, erano ricoperti a

mo'di tendina da tre tappeti, piuttosto brutti, ma certo nuovi e costosi. Sul letto di ferro, che si trovava sotto il tappeto

principale, sul quale era raffigurata un'amazzone, giaceva distesa una coperta di felpa scarlatta, un cuscino di pelle

sporco e lacero e una pelliccia di procione; sul tavolo c'era uno specchio in una cornice d'argento, una spazzola

d'argento terribilmente sudicia, un pettine di corno storto, pieno di capelli unti, un candeliere d'argento, una bottiglia di

liquore con una gigantesca etichetta color rosso dorata, un orologio d'oro con l'effigie di Pietro I, due anelli d'oro, una

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scatoletta con certe capsule, una crosta di pane e vecchie carte da gioco sparpagliate, bottiglie di porter vuote e piene

sotto il letto. Quest'ufficiale comandava il convoglio del reggimento e le vettovaglie dei cavalli. Con lui viveva un suo

grande amico, procuratore, che si occupava anche lui dei medesimi affari. Nel momento in cui fecero il loro ingresso i

due fratelli, questi stava dormendo nella tenda; invece l'ufficiale del convoglio contava i soldi dello stato prima della

fine del mese. L'aspetto dell'ufficiale del convoglio era molto bello e marziale: statura considerevole, folti baffi, nobile

robustezza. Sgradevoli in lui erano solo un certo sudore e gonfiore di tutto il volto, che quasi teneva nascosti i piccoli

occhi grigi (come se fosse stato tutto cosparso di porter) e una straordinaria sporcizia, dai radi capelli unti fino ai grossi

piedi scalzi infilati in certe pantofole d'ermellino.

«Soldi, soldi!», disse il Kozel'cov maggiore, entrando nella baracca e indirizzando gli occhi con spontanea

avidità verso il mucchio di assegnati. «Almeno ne deste la metà in prestito, Vasilij Michajlyè!».

L'ufficiale del convoglio, come se fosse stato sorpreso a rubare, si curvò tutto, vedendo l'ospite, e, raccogliendo

i soldi, senza alzarsi, fece un inchino.

«Oh, se fossero miei... Dello stato, batjuška! Ma chi è questa persona che è con voi?», disse, ficcando i soldi in

una scatoletta che stava vicino a lui, e guardando dritto verso Volodja.

«Questi è mio fratello, è venuto dal corpo. Siamo per l'appunto venuti da voi per sapere dov'è il reggimento».

«Sedetevi, signori», disse, alzandosi ed entrando nella tenda, senza prestare attenzione agli ospiti. «Volete

bere? Va bene del porter?», disse da lì.

«Volentieri, Vasilij Michajlyè!».

Volodja era stato colpito dalla nobiltà dell'ufficiale del convoglio, dalle sue maniere sprezzanti e dalla

considerazione con la quale suo fratello gli si rivolgeva. «Dev'essere certamente un ufficiale molto importante da loro,

uno che tutti rispettano: di certo una persona molto semplice, molto coraggiosa e ospitale», pensò, sedendosi con

modestia e timidezza sul divano.

«Allora, dove si trova il nostro reggimento?», chiese al di qua della tenda il fratello maggiore.

«Che cosa?».

Egli ripeté la domanda.

«Proprio ora è stato da me Zejfer: mi ha riferito che ieri sono passati al quinto bastione».

«Sul serio?»

«Se ve lo dico io, vuol dire che è vero; ma, del resto, il diavolo lo sa! Quello, anche a mentire non ci sta a

pensare due volte. Allora, bevete del porter?», disse l'ufficiale del convoglio, sempre dalla tenda.

«Sì, grazie», disse Kozel'cov.

«Anche voi desiderate bere, Osip Ignatyè?», continuò la voce nella tenda, rivolta evidentemente al procuratore

che dormiva. «Smettete di dormire: sono già le otto».

«Come osate importunarmi! Non sto dormendo», rispose una vocina fiacca ed esile, pronunciando

scorrettamente, in modo buffo, le l e le r.

«Su, alzatevi: mi annoio senza di voi».

E l'ufficiale del convoglio tornò dagli ospiti.

«Dammi del porter, di Simferopol'!», gridò.

Un attendente dal viso pieno d'orgoglio, così parve a Volodja, entrò nella baracca e da sotto di lui, addirittura

urtando l'ufficiale, prese il porter.

«Sì, batjuška», disse l'ufficiale del convoglio, riempiendo i bicchieri, «ora da noi c'è un nuovo comandante di

reggimento. Servono quattrini, tutti se ne procurano».

«Ma questo, io penso, sarà proprio speciale, della nuova generazione», disse Kozel'cov, prendendo in mano

con garbo il bicchiere.

«Sì, la nuova generazione! Sarà un tale taccagno. Quando comandava il battaglione, come gridava; adesso

invece la musica è diversa. Non si può, batjuška».

«È vero».

Il fratello minore non capiva nulla di quello che dicevano, ma gli sembrava vagamente che suo fratello non

dicesse ciò che pensava, ma che parlasse quasi solamente perché beveva il porter di quell'ufficiale.

La bottiglia di porter era stata già scolata e la conversazione continuò abbastanza a lungo nel medesimo tono,

finché i lembi della tenda si aprirono e da essa spuntò fuori un uomo non alto, fresco, vestito con un caffettano di raso

turchino con i fiocchi, e con un berretto con l'orlo rosso e la coccarda. Uscì lisciandosi i baffetti neri e, guardando il

tappeto chissà dove, rispose agli inchini degli ufficiali con un movimento della spalla appena percettibile.

«Danne un po' anche a me, che mi bevo un bicchierino!», disse, sedendosi vicino al tavolo. «Allora,

giovanotto, voi siete di Pietroburgo?», disse, rivolgendosi cortesemente a Volodja.

«Sissignore, sono diretto a Sebastopoli».

«Vi siete arruolato volontario?»

«Sissignore».

«Ma che voglia, signori, io proprio non riesco a capirlo!», continuò il procuratore. «Io, per esempio, adesso

sarei disposto ad andarmene a piedi a Pietroburgo, se mi lasciassero. Mi ha disgustato, per Dio, questa vita da cani!»

«Ma che cosa non vi piace, qui?», disse il Kozel'cov maggiore, rivolgendosi a lui. «Come se qui non poteste

vivere!».

Il procuratore gli lanciò un'occhiata e si voltò.

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«Questo pericolo ("Ma di quale pericolo parla, se se ne sta seduto alla Severnaja", pensò Kozel'cov), le

privazioni, non si trova nulla», continuò, sempre rivolto a Volodja. «Ma che voglia avete, signori, io non lo capisco

proprio! Almeno ci fossero dei vantaggi, in questo caso sì. Ma vi piacerebbe, alla vostra età, restare mutilati per tutta la

vita?»

«Ad alcuni sono necessari i proventi, c'è chi serve per l'onore», di nuovo si intromise il Kozel'cov maggiore

con voce stizzosa.

«Ma quale onore, se non vale niente!», disse il procuratore, ridendo sdegnosamente, rivolto all'ufficiale del

convoglio che si era anche lui messo a ridere sentendo queste parole. «Accendi la Luèija: ascoltiamola un po'», disse,

indicando la scatoletta della musica, «l'adoro...».

«Allora, è una brava persona, questo Vasilij Michajlyè?», chiese Volodja al fratello quando erano già usciti

dalla baracca, sul far della sera, e avevano ripreso il cammino verso Sebastopoli.

«Niente da dire, ma è un tale taccagno, terribile! Ecco, come minimo si prende trecento rubli al mese! Ma vive

come un maiale, l'hai visto. Però quel procuratore proprio non lo posso soffrire, un giorno o l'altro lo piglio a pugni.

Questa canaglia dalla Turchia si è portato dodicimila...». E Kozel'cov cominciò a dilungarsi sullo strozzinaggio, un po'

(a dire il vero) con quella particolare rabbia dell'uomo che giudica lo strozzinaggio non per quello che è, e cioè un male,

ma per ciò che lo irrita, cioè le persone che se ne avvantaggiano.

X

Non che Volodja non fosse nel giusto stato d'animo quando, sul far della notte, si avvicinava al grande ponte

che attraversava la baia, e tuttavia provava un certo peso sul cuore. Tutto ciò che vedeva e udiva era così poco conforme

alle sue precedenti impressioni, non lontane: la sala degli esami di parquet, luminosa, grande, le voci allegre, bonarie e

il riso dei compagni, la nuova uniforme, l'amato zar, che si era abituato a vedere per sette anni e che, accomiatandosi da

loro in lacrime, li chiamava suoi figli; tutto ciò che vedeva era così poco somigliante ai suoi sogni straordinari, lieti e

generosi.

«Eccoci arrivati dunque!», disse il fratello maggiore, quand'essi, giunti alla batteria Michajlovskaja, scesero

dalla carrozza. «Se ci faranno passare sul ponte, allora andremo alle caserme Nikolaevskie. Tu resterai là fino al

mattino, io invece andrò al reggimento, mi informerò su dove sia la tua batteria, e domani verrò da te».

«Ma perché? Sarà meglio andare insieme», disse Volodja. «Verrò anch'io con te al bastione. Ormai è lo stesso:

bisogna abituarsi. Se ci vai tu, posso venirci anch'io».

«È meglio che tu non venga».

«No, per favore, almeno saprò come...».

«Il mio consiglio è di non venire, ma se proprio vuoi...».

Il cielo era sereno e scuro; le stelle e i fuochi delle bombe e degli spari, in continuo movimento, già

splendevano vivi nell'oscurità. Nel buio si stagliavano le grosse costruzioni delle batterie e l'inizio del ponte. Ad ogni

secondo, letteralmente, sempre più fragorosi e distinti scuotevano l'aria alcuni spari di cannone ed esplosioni, in rapida

successione o contemporaneamente. Sotto questo frastuono, come se gli facesse da eco, si udiva il mormorio cupo della

baia. I fratelli giunsero al ponte. Un volontario imbracciò goffamente il fucile e gridò:

«Chi va là?»

«Un soldato!»

«Non ho ricevuto l'ordine di far passare!»

«Ma come! Dobbiamo assolutamente passare».

«Domandate all'ufficiale».

Un ufficiale, che sonnecchiava seduto sull'ancora, si alzò e ordinò di lasciarli passare.

«In questa direzione si può, tornare indietro invece no. Ma come fanno a entrare tutti insieme!», gridò ai carri

del reggimento, stracarichi di canestri, che si erano ammassati all'ingresso.

Scendendo al primo pontone, i fratelli si scontrarono con alcuni soldati che, discorrendo a voce alta, venivano

dall'altra parte.

«Se ha ricevuto i soldi per l'equipaggiamento, significa che è proprio in pari, ecco che cosa...».

«Ehi, fratelli!», disse un'altra voce. «Appena sarai arrivato alla Severnaja, vedrai la luce, oh Dio! Tutta un'altra

aria».

«Non dirne più!», disse il primo. «Alcuni giorni fa se ne è volata qui una maledetta, ha troncato le gambe a due

marinai, perciò è meglio che te ne stia zitto».

I fratelli passarono il primo pontone, aspettando il carro, e si fermarono sul secondo, che in alcuni punti era già

allagato. Il vento, che sul campo sembrava debole, ora era molto forte e impetuoso; il ponte vacillava e le onde, urtando

con fragore le travi e rompendosi contro le ancore e le funi, inondavano le tavole. A destra il mare infuriava e

nereggiava, cupo e ostile, separandosi, con una dritta linea nera infinita, dall'orizzonte stellato, di colore argenteo; in

lontananza, da qualche parte, rilucevano i fuochi della flotta nemica. A sinistra nereggiava la scura mole di una nostra

nave, e si udivano i colpi delle onde che la urtavano sui fianchi; si vedeva un'imbarcazione che, rumorosa e veloce,

giungeva dalla Severnaja. Il fuoco di una bomba esplosale vicino illuminò per un istante i gabbioni ammassati sul

ponte, due persone, che stavano in cima, la bianca schiuma e gli schizzi delle onde verdastre, infrante dalla barca.

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All'estremità del ponte sedeva, con le gambe penzolanti nell'acqua, un marinaio in camicia, che tagliava in fretta

qualcosa. Davanti, sopra Sebastopoli, arrivavano i medesimi fuochi, e sempre più intensi giungevano suoni terribili.

Un'onda, gonfiatasi dal mare, si abbatté sul lato destro del ponte e bagnò le gambe a Volodja; due soldati, sguazzando

nell'acqua con i piedi, gli passarono accanto. Qualcosa d'un tratto illuminò con fragore il ponte dalla parte anteriore, un

carro che vi si muoveva, un messaggero a cavallo, e le schegge caddero in acqua sollevando schizzi e sibilando.

«Oh, Michail Semenyè!», disse il messaggero, fermando il cavallo davanti a Kozel'cov. «Allora, siete già

guarito del tutto?»

«Come vedete. Dove vi porta il destino?»

«Alla Severnaja, a prendere cartucce; ecco, ora sono al posto dell'aiutante di reggimento... aspettiamo un

attacco di ora in ora, e in tutto non ci sono nemmeno cinque cartucce. Ottime disposizioni!».

«Ma dov'è Marcov?»

«Ieri è rimasto senza una gamba... in città, stava dormendo nella sua stanza... forse lo troverete, si trova al

posto di medicazione».

«Il reggimento è al quinto, non è vero?»

«Sì, hanno preso il posto del M... Fate un salto al posto di medicazione: i nostri sono là, vi accompagneranno».

«E il mio appartamento alla Morskaja è intatto?»

«Eh, batjuška! Le bombe l'hanno distrutto completamente da un pezzo. Ora non riconoscerete Sebastopoli; di

donne nemmeno l'ombra, non ci sono né trattorie, né l'orchestra; ieri l'ultimo negozio si è trasferito. Adesso è diventata

tremendamente triste... Addio!».

E l'ufficiale proseguì al trotto.

All'improvviso Volodja provò una paura terribile: aveva sempre l'impressione che in quel momento sarebbe

volato lì un proiettile o una scheggia e che lo avrebbe colpito dritto al capo. Quell'umida oscurità, tutti quei rumori, in

particolare lo sciabordio borbottante delle onde, tutto pareva volergli dire che non sarebbe andato oltre, che ormai non

lo attendeva nulla di buono, che il suo piede non avrebbe più calpestato il suolo russo da quella parte della baia, così che

avrebbe voluto voltarsi immediatamente e fuggire da qualche parte, il più lontano possibile da questo luogo terribile di

morte. «Ma forse è troppo tardi, tutto è già deciso ora», pensò rabbrividendo in parte a questo pensiero, in parte perché

l'acqua era passata attraverso gli stivali e gli aveva bagnato i piedi. Volodja sospirò profondamente e si scostò un po' di

lato dal fratello.

«Signore! Possibile che uccidano me, proprio me? Signore, abbi pietà di me!», disse sussurrando e si fece il

segno della croce.

«Su, Volodja, andiamo», disse il fratello maggiore quando la carrozza giunse sul ponte. «Hai visto la bomba?».

Sul ponte i fratelli incontrarono dei carri con feriti, con gabbioni, un carro con mobili, guidato da una donna.

Da quel lato nessuno li trattenne.

Appoggiandosi istintivamente alla parete della batteria Nikolaevskaja, i fratelli, in silenzio, ascoltando con

attenzione i rumori delle bombe che già scoppiavano sulle loro teste e lo stridore delle schegge che cadevano dall'alto,

giunsero a quel punto della batteria dove c'era un'immagine sacra. Qui vennero a sapere che la quinta compagnia

leggeri, alla quale Volodja era stato assegnato, si trovava alla Korabel'naja, e decisero insieme, nonostante il pericolo, di

andare a pernottare dal fratello maggiore al quinto bastione, e di recarsi da lì, il giorno seguente, alla batteria. Dopo aver

svoltato nel corridoio, camminando tra le gambe di soldati addormentati, sdraiati lungo tutta la parete della batteria, alla

fine giunsero all'infermeria.

XI

Entrando nella prima stanza, nella quale erano state approntate delle cuccette dov'erano adagiati i feriti, e

impregnata di questo pesante puzzo di ospedale, terribilmente ributtante, incontrarono due infermiere che uscivano loro

incontro.

La prima, una donna sui cinquant'anni, con gli occhi neri e un'espressione severa in viso, portava bende e

filacce e impartiva comandi ad un giovane assistente che la seguiva; l'altra, una ragazza molto graziosa, di vent'anni,

con un pallido e tenero visino bianco, che guardava con una certa particolare benignità e impotenza da sotto la bianca

cuffietta che le ricopriva il viso, camminava con le mani nelle tasche del grembiule, la testa abbassata, accanto alla più

anziana, e sembrava timorosa di restarle indietro.

Kozel'cov si rivolse loro domandando se sapessero dove fosse Marcov, al quale il giorno precedente era stata

amputata una gamba.

«Non è per caso del reggimento P.?», chiese la più vecchia. «È forse un vostro parente?»

«No, un compagno».

«Hmm! Accompagnateli», disse alla giovane sorella in francese, «ecco, da questa parte», e si recò in persona

con l'assistente dal ferito.

«Andiamo, che cosa stai guardando!», disse Kozel'cov a Volodja che, sollevate le sopracciglia, con una

smorfia di sofferenza, non poteva fare a meno di guardare i feriti. «Andiamo».

Volodja andò con il fratello, ma continuò a guardarsi intorno ripetendosi inconsciamente: «Oh, mio Dio! Oh,

mio Dio!»

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«Certamente siete qui da poco», chiese la giovane sorella a Kozel'cov, indicando Volodja il quale, gemendo e

sospirando, li seguiva lungo tutto il corridoio.

«È appena arrivato».

La sorella carina guardò verso Volodja e di colpo si mise a piangere.

«Dio mio, Dio mio! Quando finirà tutto questo!», disse con disperazione.

Entrarono nella corsia degli ufficiali. Marcov giaceva supino, con le braccia muscolose, nude fino ai gomiti,

gettate dietro la testa, e con l'espressione, sul volto giallo, di chi stringe i denti per non gridare dal dolore. La gamba

sana, nella calza, sporgeva da sotto la coperta, e si vedeva come egli convulsamente agitasse le dita.

«Allora, come va?», chiese la sorella, sollevandogli la testa un po' calva e sistemando il cuscino con le sue

ditine sottili, tenere, su uno dei quali Volodja aveva notato un anellino d'oro. «Guardate, sono venuti i vostri amici a

trovarvi».

«Provo dolore, si capisce», disse con rabbia. «State ferme! Sto bene così», e le dita, nella calza, si mossero più

rapidamente. «Salute! Come vi chiamate, scusatemi», disse rivolto a Kozel'cov. «Ah, sì, scusa, qui si dimentica ogni

cosa», disse quando questi gli ebbe riferito il proprio cognome. «Abbiamo abitato insieme», aggiunse senza alcuna

espressione di piacere, guardando interrogativamente Volodja.

«Questo è mio fratello, è arrivato ora da Pietroburgo».

«Hmm! Io invece ho fatto il servizio completo», disse accigliandosi. «Ah, come fa male!... Sarebbe meglio

morire subito».

Sollevò la gamba e borbottando qualcosa si coprì il volto con le mani.

«Bisogna lasciarlo solo», disse sussurrando l'infermiera, con le lacrime agli occhi, «ormai sta molto male».

I fratelli, quand'erano ancora alla Severnaja, avevano deciso di recarsi insieme al quinto bastione; ma, uscendo

dalla batteria Nikolaevskaja, fu come se si fossero messi d'accordo di non esporsi inutilmente al pericolo e di separarsi.

«Solo, come farai a trovarla, Volodja?», disse il maggiore. «Del resto, ti accompagnerà Nikolaev alla

Korabel'ánaja, io andrò da solo e domani sarò da te».

In quest'ultimo commiato i due fratelli non si dissero più nulla.

XII

Il rombo dei cannoni continuava con la stessa intensità, ma la via Ekaterinskaja, per la quale procedeva

Volodja, seguito da Nikolaev, era completamente deserta e tranquilla. Nell'oscurità vedeva soltanto l'ampia via, con le

mura bianche delle grandi case, diroccate in molti punti, e il marciapiede di pietra sul quale camminava; raramente si

incontravano soldati e ufficiali. Passando dal lato sinistro vicino all'ammiragliato, alla luce di un fuoco vivo che ardeva

dietro ad un muro, vedeva le acacie piantate lungo la strada, sostenute da puntelli verdi e con le foglie striminzite e

polverose. Udiva chiaramente i propri passi e quelli di Nikolaev, che respirava affannosamente dietro di lui. Non

pensava a nulla: la graziosa infermiera, il piede di Marcov con le dita che si muovevano nella calza, le tenebre, le

bombe e diverse immagini di morte affioravano confusamente alla sua immaginazione. Tutta la sua giovane indole

impressionabile si era contratta e soffriva, consapevole della propria solitudine e dell'indifferenza generale alla sua

sorte, nel momento in cui si trovava ad affrontare il pericolo. «Mi uccideranno, soffrirò, patirò, e nessuno si metterà a

piangere!». E tutto questo si sostituiva alla vita eroica e piena di energia e di passione che egli tanto baldanzosamente

aveva sognato. Le bombe scoppiavano e fischiavano sempre più vicine, Nikolaev sospirava più profondamente senza

interrompere il silenzio. Attraversando il ponte Malyj Korabel'nyj, vide che qualcosa, fischiando, era volato nella baia

non lontano da lui, in un attimo aveva illuminato le onde color lilla, era sparito e quindi si era sollevato da lì schizzando.

«Guarda, non è esplosa!», disse Nikolaev.

«Sì», rispose involontariamente con una voce piuttosto esile e acuta che non si aspettava.

Si incontravano barelle con feriti, ancora carri del reggimento carichi di gabbioni; incontrarono un reggimento

alla Korabel'naja; alcuni messaggeri a cavallo passavano loro davanti. Uno di essi era un ufficiale con un cavallo

cosacco. Cavalcava al trotto ma, visto Volodja, fermò il cavallo per un istante davanti a lui, lo guardò in faccia, si voltò

e andò via, frustando il cavallo. «Solo, solo! Non importa a nessuno se io viva oppure no», pensò con orrore il povero

giovane, e avrebbe voluto mettersi a piangere per davvero.

Salito sul monte, costeggiando un alto muro bianco, entrò in una via di case basse, ridotte a macerie, di

continuo illuminate dalle bombe. Una donna ubriaca, con le vesti lacere, uscendo con un marinaio da una porticina, lo

urtò.

«Perché, se fosse una persona per bene», borbottò, «pardon, vostra signoria ufficiale!».

Il cuore doleva sempre di più al povero giovane; ma al nero orizzonte sempre più spesso infuriavano i lampi, e

le bombe sempre più di frequente fischiavano e scoppiavano vicino a lui. Nikolaev trasse un respiro profondo e d'un

tratto cominciò a parlare con una voce che sembrò a Volodja quella di un morto.

«Ecco, siamo tutti venuti in fretta fin qua dalla provincia. Andare e andare, c'è da sbrigarsi. Ma che signori

furbi, appena sono leggermente feriti se ne stanno all'ospedale. Così va bene, meglio non si può».

«Chissà se mio fratello è ancora sano», rispose Volodja, sperando di soffocare, magari con la conversazione, il

sentimento che lo dominava.

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