
SEBASTOPOLI NELL'AGOSTO 1855
I
Alla fine di agosto, lungo la grande strada, ricca di gole, che conduce a Sebastopoli, tra Duvanka e Bachèisaraj,
procedeva al passo, nella polvere densa e ardente, una carrozza da ufficiali (un particolare carro che oramai non si vede
più da nessuna parte, una via di mezzo tra il calesse ebreo, il carro russo e un canestrino).
Davanti sedeva accovacciato un attendente, con una finanziera di nanchino e un berretto deformato da exufficiale,
che tirava le redini; dietro, sui fardelli e sui bagagli, ricoperti da un telo, sedeva un ufficiale di fanteria con un
mantello estivo. Osservandolo da seduto, si poteva notare che l'ufficiale era di statura non elevata, ma
straordinariamente grosso, e non tanto da spalla a spalla, quanto dal petto alla schiena; era grosso e robusto, aveva collo
e nuca particolarmente sviluppati e tesi; la cosiddetta vita, la cintura nel mezzo del tronco, non l'aveva, ma non aveva
nemmeno la pancia: era, al contrario, molto magro, soprattutto nel viso, coperto da una abbronzatura malaticcia,
giallognola. Il suo volto si sarebbe potuto dir bello, se non ci fossero stati un certo gonfiore e alcune grosse rughe,
morbide, non senili, che confondevano e ingrossavano i lineamenti, conferendo a tutto il suo volto una espressione
generale di stanchezza e di rozzezza. I suoi occhi erano non grandi, castani e straordinariamente vivaci, addirittura
sfrontati; i baffi molto folti, ma non larghi, e curati; il mento invece, e in particolare gli zigomi, erano ricoperti da una
barba nera di due giorni straordinariamente ispida e folta. L'ufficiale, il 10 maggio, era stato ferito da una scheggia alla
testa, che era ancora fasciata, e adesso, sentendosi già da una settimana completamente ristabilito, stava andando
dall'ospedale di Simferopol' al reggimento, che si trovava da qualche parte là , da dove giungevano gli spari, ma non era
riuscito a sapere con precisione se fosse proprio a Sebastopoli, alla Severnaja oppure a Inkerman. Gli spari si udivano
già molto chiaramente, soprattutto quando non si frapponevano i monti e non soffiava il vento, e spesso sembravano
molto vicini: ora sembrava che un'esplosione scuotesse l'aria e la costringesse, suo malgrado, a sussultare; ora si
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susseguivano velocemente, uno dietro l'altro, suoni meno forti, come il rullo di un tamburo, interrotto talvolta da un
sorprendente fragore; ora tutto si confondeva in un crepitio rimbombante, simile a colpi di tuono, quando infuria il
temporale e l'acquazzone è appena cominciato. Tutti dicevano, e lo si poteva capire, che il bombardamento proseguiva
orribile. L'ufficiale faceva fretta all'attendente: sembrava che volesse arrivare il più presto possibile. Incontrarono un
grande convoglio di contadini che avevano portato i viveri a Sebastopoli e ora tornavano di là , carichi di soldati malati e
feriti in cappotti grigi, marinai in paltò neri, volontari greci con fez russi e volontari con la barba. La carrozza
dell'ufficiale dovette fermarsi e l'ufficiale, strizzando e corrugando gli occhi a causa della polvere che si sollevava in
una fitta nube immobile riempiendogli occhi e orecchie e attaccandosi al suo volto sudato, guardava con indifferenza
stizzita le facce dei malati e dei feriti che gli passavano accanto.
«Questo è un soldato infermo della nostra compagnia», disse l'attendente, voltandosi verso il signore e
indicando il carro di feriti che in quel momento si accostava a loro.
Sul davanti del carro sedeva di traverso un russo barbuto, con un cappello di lana d'agnello, che, tenendone
sotto il gomito il manico, annodava la frusta. Dietro a lui, sul carro, dondolavano cinque soldati in differenti posizioni.
Uno, con un braccio legato al collo da uno spago, il mantello sulle spalle e una camicia molto sporca, sedeva sicuro al
centro del carro, benché magro e pallido e, appena vide l'ufficiale, portò immediatamente la mano al cappello, ma poi,
ricordatosi probabilmente di essere ferito, fece finta di volersi soltanto grattare il capo. Un altro, a fianco del primo, era
sdraiato proprio in fondo al carro; si vedevano soltanto le sue mani emaciate, con le quali si reggeva alle sponde del
carro, e le ginocchia sollevate, come fibre di corteccia di tiglio, che venivano sballottate in varie direzioni. Un terzo, con
la faccia gonfia e la testa fasciata, sulla quale spuntava il cappello da soldato, sedeva di fianco, con le gambe penzoloni
e con le mani appoggiate sulle ginocchia, pareva stesse sognando. A lui si rivolse l'ufficiale in viaggio.
«Dolžnikov!», gridò.
«Si-ì», rispose il soldato, aprendo gli occhi e togliendosi il berretto, con una voce cupa così bassa e
intermittente, come se avessero gridato contemporaneamente venti soldati.
«Quando sei stato ferito, fratello?».
Gli occhi vitrei e gonfi del soldato si ravvivarono: evidentemente aveva riconosciuto il proprio ufficiale.
«Salute, vostra signoria!», gridò con la medesima voce bassa e intermittente.
«Dove si trova il reggimento in questo momento?»
«Erano a Sebastopoli; volevano andare via mercoledì, vostra signoria!»
«Dove?»
«Non si sa... probabilmente alla Severnaja, vostra signoria! Ora, vostra signoria», aggiunse con voce lenta e
mettendosi il cappello, «lui si è già messo a sparare granate in continuazione, sempre di più, fino a raggiungere la baia;
oggi ne tira tante che è terribile...».
Non si poté più sentire quello che il soldato diceva; ma, dall'espressione del suo volto e dai gesti era evidente
che egli, per una certa malignità di chi soffre, diceva cose scoraggianti.
L'ufficiale in viaggio, il tenente Kozel'cov, non era un ufficiale convenzionale. Non era di quelli che vivono e
agiscono in un certo modo, piuttosto che in un altro, perché così vivono e agiscono gli altri: egli faceva tutto quello che
voleva, e gli altri lo seguivano, convinti che ciò fosse giusto. Era di natura piuttosto dotato; tutt'altro che stupido, aveva
anzi delle doti, cantava bene, sapeva suonare la chitarra, parlava molto speditamente e scriveva con grande facilità , in
particolare i documenti ufficiali, sui quali un tempo si era fatto la mano, quand'era aiutante di reggimento; ma la sua
indole era notevole soprattutto per l'energia piena di amor proprio, la quale, sebbene fosse principalmente basata su
questo talento non straordinario, era di per sé un tratto marcato e sbalorditivo. Aveva un amor proprio così legato alla
vita - quale spessissimo si sviluppa negli ambienti maschili e soprattutto in quelli militari - da non concepire alternative
al primeggiare o all'essere umiliato, e questo amor proprio era addirittura il motore delle sue convinzioni interiori: e di
fronte a se stesso amava essere superiore alle persone con le quali si confrontava.
«Come! Dovrò ascoltare ancora per un pezzo le ciance di Mosca!», borbottò il tenente, appesantito da un senso
di indolenza nel cuore e confuso dai pensieri che gli avevano lasciato la vista del convoglio di feriti e le parole del
soldato, l'importanza delle quali veniva rafforzata e confermata dai rumori del bombardamento. «Questa Mosca
ridicola... Andiamo, Nikolaev, muoviti... ti sei addormentato!», aggiunse brontolando un po' all'attendente e
aggiustandosi le falde del cappotto.
Le briglie si tesero, Nikolaev fece schioccare la lingua e la carrozza partì al trotto.
«Ci fermeremo ora per dare da mangiare ai cavalli e proseguiremo subito», disse l'ufficiale.
II
All'ingresso della via di Duvan'ka, dov'erano resti diroccati di mura di case tartare, il tenente Kozel'cov fu
nuovamente trattenuto da veicoli che trasportavano bombe e palle in direzione di Sebastopoli, ammassati in mezzo alla
strada. Il carro fu costretto a fermarsi. Due soldati di fanteria sedevano, proprio nella polvere, sulle pietre di un
muricciolo distrutto, e mangiavano pane e anguria.
«Andate lontano, compaesano?», disse uno di loro, masticando il pane, al soldato che, con un grande sacco
sulle spalle, si era fermato davanti a loro.
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«Andiamo alla compagnia, veniamo dal governatorato», rispose il soldato, evitando di guardare dalla parte
dell'anguria e sistemandosi il sacco sulla schiena. «Ecco, pensa che noi per tre settimane siamo stati a guardia del fieno
della compagnia, ma adesso, guarda un po', avevano bisogno di tutti; ma non si sa dove sia il reggimento ora. Dicevano
che i nostri la settimana scorsa erano giunti a Korabel'naja. Non ne sapete niente, signori?»
«Si trova in città , fratello, in città », disse l'altro, un vecchio soldato del convoglio, scavando con piacere
nell'anguria acerba e bianchiccia con un coltello ben affilato. «Soltanto da mezza giornata ce ne siamo venuti via di là .
Un tale macello, fratello mio, che forse faresti meglio a non andare, e a buttarti invece qui da qualche parte nel fieno, e
startene imboscato un giorno o due, che le cose miglioreranno».
«Ma che cos'è, signori?»
«Ma non senti, ora spara tutt'intorno, e non è rimasto un posto intatto. Quanti ne ha fatti fuori dei nostri, è
terribile». E, dopo aver parlato, mosse la mano e si aggiustò il cappello.
Il soldato che passava scosse il capo pensieroso, fece uno schiocco con la lingua, poi prese la piccola pipa dal
gambale, senza caricarla, grattò via il tabacco bruciato, accese un pezzettino di esca dal soldato che stava fumando e
sollevò il berretto.
«Non ci resta che Dio, signori! Addio!», disse e, dando uno scossone al sacco dietro la schiena, si incamminò
per la strada.
«Eh, faresti meglio ad aspettare!», disse con convinzione e cantilenando quello che tagliava il cocomero.
«Fa lo stesso», borbottò il soldato, camminando tra le ruote dei carri ammassati; «forse dovrei comprare
un'anguria e cenare, a sentire quello che dice la gente».
III
La stazione era affollata quando Kozel'cov vi giunse. Il primo volto che incontrò, mentre era ancora nel cortile,
fu quello del maestro di posta, molto magro, giovanissimo, che altercava con due ufficiali che gli camminavano dietro.
«E non aspetterete tre giorni, ma dieci! Anche i generali aspettano, batjuška!», diceva il maestro di posta con il
desiderio di colpire sul vivo i soldati in viaggio, «i cavalli non ve li attacco».
«Se non ce ne sono, allora non bisogna darli a nessuno i cavalli!... Ma perché li ha dati a un lacchè con i
bagagli?», gridava il più vecchio dei due ufficiali, con un bicchiere di tè in mano ed evitando accuratamente il pronome,
ma facendo intendere che sarebbe stato molto facile dare anche del tu al maestro di posta.
«Ecco, giudicate voi stesso, signor maestro», disse l'altro, un giovane ufficiale, impappinandosi, «non
dobbiamo andare a divertirci. Se ci hanno chiamati, vuol dire che hanno bisogno anche di noi. Ma io, ecco, lo riferirò al
generale Kramper. Ma ecco che questo... voi, allora, non avete rispetto del titolo di ufficiale».
«Voi rovinate sempre tutto», lo interruppe con rabbia il più vecchio, «mi date solo fastidio; bisogna essere
capaci di parlare con loro. I cavalli immediatamente, è un ordine!»
«Volentieri, batjuška, ma dove li vado a prendere?».
Il maestro di posta tacque per un po' e di colpo si riscaldò e, sbracciandosi, cominciò a parlare: «Io, batjuška, lo
so bene; ma che cosa potete farci! Ecco, datemi solo (sui volti degli ufficiali si espresse la speranza)... concedetemi solo
di arrivare alla fine del mese, e non sarò più qui. Piuttosto che restare qui preferisco andare al colle Malachov. Oh Dio!
Facciano pure come vogliono, se queste sono le disposizioni: in tutta la stazione adesso non c'è nemmeno una carrozza
intatta, e già da tre giorni i cavalli non vedono nemmeno una manciata di fieno».
E il maestro di posta scomparve dietro la porta.
Kozel'cov entrò con gli ufficiali nella stanza.
«Allora», disse l'ufficiale più vecchio al più giovane con animo sereno, benché un minuto prima sembrasse
furibondo, «siamo in viaggio già da tre mesi, aspettiamo ancora un po'. Niente di male, arriveremo in tempo».
La stanza fumosa, sudicia, era così piena di ufficiali e di valigie che Kozel'cov a malapena trovò un posto
vicino alla finestra, dove si mise a sedere; scrutando i volti degli ufficiali e ascoltandone attentamente le conversazioni,
cominciò ad arrotolarsi una sigaretta. A destra della porta, vicino ad un tavolo unto, storto, sul quale stavano due
samovar di rame, qua e là macchiati di un colore verdognolo e su cui erano disposti diversi cartoccetti di zucchero, era
seduto il gruppo principale: un giovane ufficiale senza baffi, con un nuovo caffettano trapuntato, probabilmente ricavato
da un cappotto per signora, riempiva la teiera; quattro ufficiali, anch'essi giovani, si trovavano ai diversi angoli della
stanza: uno di essi, messa sotto la testa una pelliccia, dormiva sul divano; un altro, in piedi vicino al tavolo, tagliava
carne di agnello arrosto per un ufficiale mutilato, seduto al tavolo. Due ufficiali, uno con il cappotto da aiutante, l'altro
con quello della fanteria, ma di panno sottile, e con una borsa a tracolla, sedevano vicino ad una panchetta aderente alla
stufa, e soltanto dalla maniera di guardare gli altri e da come fumava il sigaro quello che aveva la borsa, era evidente
che non si trattava di ufficiali della fanteria impegnati al fronte, e che erano contenti di questo. Il loro atteggiamento non
lasciava trasparire disprezzo, ma una certa tranquillità presuntuosa, poggiata in parte sui soldi, in parte sulle strette
relazioni con i generali - la consapevolezza della loro superiorità , che arrivava addirittura fino al desiderio di
nasconderla. Oltre a loro, quasi ai piedi del giovane ufficiale che dormiva sul divano, sedevano e contavano i soldi un
giovane dottore dalle labbra carnose e un artigliere dalla fisionomia tedesca. Dei quattro attendenti, gli uni
sonnecchiavano, gli altri si affaccendavano con valigie e fagotti vicino alla porta. Tra tante persone Kozel'cov non trovò
nemmeno un volto noto; ma si mise ad ascoltare con curiosità i loro discorsi. I giovani ufficiali che, come aveva capito
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subito al primo sguardo, erano appena usciti dal corpo, gli piacquero e, soprattutto, gli ricordarono che suo fratello,
anch'egli uscito dal corpo, sarebbe dovuto arrivare ad una delle batterie di Sebastopoli. Nell'ufficiale con la borsa,
invece, che aveva già visto da qualche parte, tutto gli sembrava disgustoso e insolente. Egli, addirittura con l'intenzione
di "dargli contro, se gli fosse venuto in mente di dire qualcosa", passò dalla finestra alla panchetta e vi si sedette.
Kozel'cov, in genere, essendo un autentico e coraggioso ufficiale del fronte, non solo non amava, ma addirittura si
indignava con i comandanti dello Stato Maggiore, quali egli al primo colpo d'occhio aveva riconosciuto in questi due
ufficiali.
IV
«Ma che peccato», diceva uno dei giovani ufficiali, «che si sia così vicini, e non si possa tuttavia arrivare a
destinazione. Forse adesso ci sarà una battaglia e noi non saremo presenti».
Nel tono stridulo della voce e nel tenero rossore maculato che scorreva sul giovane volto di quest'ufficiale
mentre proferiva queste parole, si manifestava quella gradevole timidezza giovanile di chi di continuo teme che ogni
sua parola non sia a posto. L'ufficiale mutilato lo guardò con un sorriso.
«Siete ancora in tempo, date retta a me», disse.
Il giovane ufficialetto guardò con rispetto il volto magro del mutilato, inaspettatamente illuminato dal sorriso,
tacque e nuovamente prese a occuparsi del tè. Effettivamente, nel viso dell'ufficiale mutilato, nella sua posa e
soprattutto in quella manica vuota del cappotto si esprimeva molto di quella tranquilla indifferenza, che mostrava in
occasione di ogni atto o parola altrui, come se volesse dire: «Tutto ciò è meraviglioso, io so e posso fare tutto, basta solo
che lo voglia».
«Quale decisione prendiamo allora», disse di nuovo il giovane ufficiale al proprio compagno con il caffettano,
«pernottiamo qui o ci mettiamo in cammino con il nostro cavallo?».
Il compagno si rifiutò di partire.
«Potete immaginarvi, capitano», continuò dopo aver versato del tè, rivolgendosi al mutilato e sollevando da
terra il coltellino che quest'ultimo aveva fatto cadere, «ci hanno riferito che i cavalli a Sebastopoli sono terribilmente
costosi, e noi ne abbiamo comprato uno in comune a Simferopol'».
«Vi avranno spennato per bene, non è vero?»
«A dire il vero non saprei, capitano: insieme con il carro ci è venuto a costare novanta rubli. È molto caro?»,
aggiunse rivolto a tutti e anche a Kozel'cov che lo fissava.
«Non è molto, purché il cavallo sia giovane», disse Kozel'cov.
«Visto? E a noi dicevano che era caro... il cavallo zoppica solo un po', ma gli passerà , ci hanno detto. È così
robusto».
«Di quale corpo siete?», chiese Kozel'cov, che voleva avere notizie del fratello.
«Siamo destinati al reggimento Dvorjanskij, siamo in sei, andiamo tutti volontari a Sebastopoli», disse il
loquace ufficiale, «solo che non sappiamo dove si trovino le nostre batterie: alcuni dicono che sono a Sebastopoli, ma ci
avevano detto che erano a Odessa».
«Ma non ci si poteva informare almeno a Simferopol'?», chiese Kozel'cov.
«Non lo sanno... Potete immaginarvi, il nostro compagno si è recato là in un ufficio; lo hanno ricoperto di
insulti... Potete immaginarvi come sia spiacevole. Desiderate una sigaretta pronta?», disse in quel momento all'ufficiale
mutilato, che cercava di prendere il proprio portasigari.
Con un entusiasmo in qualche modo servile gli fece questa cortesia.
«Anche voi venite da Sebastopoli?», continuò. «Ah, mio Dio, che cosa straordinaria! Noi tutti a Pietroburgo
pensavamo a voi, a tutti gli eroi!», disse, voltandosi con rispetto e dolcezza benevola verso Kozel'cov.
«E se vi toccasse di tornare indietro?», chiese il tenente.
«Proprio di questo abbiamo paura. Potete immaginarvi che noi, appena acquistato il cavallo e munitolo di tutto
l'occorrente, la bottiglietta per l'alcool e ancora altre bazzecole necessarie, non c'è rimasto nemmeno il becco di un
quattrino», disse con voce pacata e guardando il proprio compagno, «e così, se ci toccherà tornare indietro, non
sappiamo più come faremo a vivere».
«Non avete ricevuto nemmeno i soldi per il trasferimento?», chiese Kozel'cov.
«No», rispose sussurrando, «ci hanno solo promesso che ce li daranno là ».
«Ma avete almeno il certificato?»
«Lo so che il certificato è la cosa più importante; ma a Mosca un senatore, è mio zio, mi ha detto, quand'ero da
lui, che là ce li avrebbero dati, altrimenti me li avrebbe dati lui personalmente. Ce li daranno anche così?»
«Ve li daranno certamente».
«Lo penso anch'io, dovrebbero darmeli», disse con un tono di voce tale da far capire che ormai, dopo aver
domandato in trenta stazioni sempre la stessa cosa e aver ricevuto ogni volta risposte differenti, non credeva più a
nessuno.
V
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«Già , come potrebbero non darvelo», disse all'improvviso l'ufficiale che aveva litigato con il maestro di posta
nel cortile e che in quel momento aveva raggiunto quelli che conversavano, rivolgendosi in parte anche a quelli dello
Stato Maggiore, seduti accanto, come ad ascoltatori più degni. «Anch'io, come questi signori, desideravo andare
nell'esercito attivo, ho chiesto persino di essere trasferito a Sebastopoli da un posto meraviglioso, e a me, a parte le
spese di viaggio da Pietroburgo, 136 rubli d'argento, non hanno dato un bel niente, e ho già speso, dei miei risparmi, più
di 150 rubli. Provate solo a pensare: 800 verste, è da tre mesi che sono in viaggio. Questi signori, invece, da due mesi.
Meno male che avevo i miei soldi. Ma se non li avessi avuti?»
«Davvero da tre mesi?», chiese qualcuno.
«Ma che cosa dovrei fare?», continuò a raccontare. «Se non avessi voluto andarci, non avrei proposto il mio
trasferimento da un buon posto, così, sicuramente, non avrei cominciato a vivere per la strada, non perché io abbia
paura... ma non c'è alcuna possibilità . A Perekop, per esempio, sono stato due settimane; il maestro di posta con te non
vuole nemmeno parlare, te ne puoi andare quando vuoi; di autorizzazioni a prendere i cavalli dei corrieri ce n'è già a
bizzeffe. Già , per l'appunto, così è il destino... ecco, io vorrei, ma evidentemente è il destino; e non perché ora ci sia il
bombardamento, ma, chiaramente, sia che ti affretti, sia che vai con calma, è lo stesso; io davvero vorrei...».
Quest'ufficiale spiegava con tale accuratezza le cause del suo indugio e come se si dovesse difendere, da
indurre, senza volerlo, a pensare che egli avesse paura. Ciò divenne più manifesto quando chiese la posizione del
proprio reggimento e si informò se là fosse pericoloso. Addirittura impallidì e la voce gli si interruppe quando l'ufficiale
mutilato, che era nel medesimo reggimento, gli disse che in quei giorni solo da loro, di ufficiali, ne erano stati uccisi
diciassette.
In effetti quest'ufficiale in quel momento era diventato un gran codardo, benché sei mesi prima non lo fosse
stato nemmeno lontanamente. In lui era avvenuta una trasformazione, che molti, prima e dopo di lui, avevano provato.
Abitava in una delle nostre province, dove si trovano i corpi dei cadetti, e aveva un posto stupendo, tranquillo, ma,
leggendo sui giornali e nelle lettere private notizie sulle imprese degli eroi di Sebastopoli, suoi compagni di un tempo,
all'improvviso si era acceso di ambizione e ancor più di amore per la patria.
Aveva sacrificato moltissimo a questo sentimento: un ambiente familiare, un piccolo appartamento con comodi
mobili, del quale si era preso cura per otto anni, i conoscenti, le speranze di un ricco matrimonio, aveva rinunciato a
tutto e già a febbraio si era presentato all'esercito effettivo, sognando l'immortale corona della gloria e le spalline da
generale. Due mesi dopo la presentazione della richiesta gli era stato domandato dal comando se avesse bisogno di
sussidi da parte del governo. Aveva risposto negativamente e con pazienza continuava ad attendere una soluzione,
benché l'ardore patriottico già in questi due mesi si fosse raffreddato considerevolmente. Quindi, dopo due mesi, gli
avevano chiesto se egli facesse parte di logge massoniche e altre formalità simili e, dopo la sua risposta negativa,
finalmente, al quinto mese, era stato arruolato. Durante tutto questo tempo gli amici, ma soprattutto quella sensazione
estrema di scontentezza per il nuovo, che si manifesta ad ogni mutamento di condizione, erano riusciti a convincerlo
che aveva compiuto una grossissima sciocchezza entrando a far parte dell'esercito effettivo. Quando dunque si venne a
trovare da solo, con i bruciori allo stomaco e il volto impolverato, alla quarta stazione, dove aveva incontrato il corriere
proveniente da Sebastopoli, che gli aveva raccontato degli orrori della guerra, e aveva dovuto attendere per dodici ore i
cavalli, si era pentito ormai del tutto della propria leggerezza, pensava con orrore inquietante al futuro e proseguiva il
suo cammino inconsciamente, come una vittima al sacrificio. Questa sensazione, nel perdurare del pellegrinaggio di tre
mesi per le stazioni, dove quasi sempre toccava aspettare e incontrare gli ufficiali che venivano da Sebastopoli, con
racconti terrificanti, cresceva di continuo e alla fine condusse il povero ufficiale al punto che da eroe, pronto alle
imprese più disperate, quale si era immaginato a Pietroburgo, a Duvanka era divenuto un miserabile vigliacco e,
incontrati un mese prima i giovani provenienti dal corpo, aveva cercato di procedere il più lentamente possibile,
considerando questi gli ultimi giorni della sua vita: ad ogni stazione rifaceva il letto, il baule da viaggio, faceva una
partita a préférence, guardava il registro delle lamentele come per ingannare il tempo, e si rallegrava quando non gli
davano i cavalli. Egli sarebbe stato in verità un eroe, se da P. fosse capitato direttamente ai bastioni, ma ora gli toccava
ancora passare attraverso molte sofferenze morali, per ritornare quell'uomo tranquillo, paziente nella fatica e nel
pericolo, quale siamo abituati a vedere nell'ufficiale russo. Ma oramai sarebbe stato difficile che in lui risorgesse
l'entusiasmo.
VI
«Chi voleva del boršè?», gridò la padrona, una donna abbastanza sudicia, grassa, di quarant'anni, entrando
nella sala con una scodella di minestra di cavoli.
La conversazione immediatamente tacque, e tutti quelli che erano nella stanza fissarono gli occhi sull'ostessa.
L'ufficiale di P. ammiccò addirittura ad un giovane ufficiale, indicandola.
«Ah, Kozel'cov l'aveva chiesto», disse il giovane ufficiale, «bisogna svegliarlo. Alzati e va'a pranzare», disse
accostandosi a quello che dormiva sul divano e toccandolo sulla spalla.
Il giovanotto, un diciassettenne con neri occhietti allegri ed un rossore lungo tutta la guancia, fece un balzo
energico dal divano e, stropicciandosi gli occhi, si fermò in mezzo alla stanza.
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«Ah, scusatemi, di grazia», disse con una sonora voce argentina al dottore che aveva urtato nell'alzarsi. Il
tenente Kozel'cov a quel punto riconobbe il fratello e gli si avvicinò.
«Non mi riconosci?», disse sorridendo.
«O-o-oh!», esclamò il fratello minore. «Che meraviglia!», e cominciò a baciare il fratello.
Si baciarono tre volte, ma alla terza ebbero un'esitazione, come se entrambi avessero pensato: «Ma perché
bisogna farlo per forza tre volte?».
«Come sono contento!», disse il maggiore, fissando lo sguardo sul fratello. «Andiamo un po' fuori a parlare».
«Andiamo, andiamo. Non ho voglia di mangiare il
boršè... mangiatelo tu, Federson», disse al compagno.
«Ma non avevi fame?»
«Non voglio mangiare».
Quando furono usciti sul terrazzino, il minore si mise a chiedere ogni cosa al fratello. «Allora, come va,
racconta», e continuava a ripetere quant'era felice di vederlo, ma di sé non raccontava niente.
Passati cinque minuti, durante i quali poco riuscirono a tacere, il fratello maggiore chiese al minore per quale
motivo non fosse andato nella guardia, come si attendevano tutti i loro.
«Ah, sì!», rispose il minore, arrossendo al solo ricordo. «Ciò mi ha tremendamente ferito, e non mi sarei mai
aspettato che sarebbe potuto accadere. Ti puoi immaginare, siamo andati in tre a fumare proprio prima del congedo, sai
dov'è quella stanza dietro la portineria, era certamente così anche ai vostri tempi, solo puoi figurarti, quella canaglia di
guardia ci ha visti ed è corsa a spifferare all'ufficiale di turno (e pensare che alcune volte avevamo addirittura offerto
della vodka alla guardia), e questi si è avvicinato quatto quatto; solo quando l'abbiamo notato abbiamo buttato via le
sigarette, gli altri se la sono svignata di corsa verso la porta laterale, sai, ormai non potevo più svignarmela, cominciò lÃ
a dirmi cose spiacevoli, si capisce, non gliel'ho fatta passare liscia, ebbene, l'ha riferito all'ispettore, ed è andata. Per
questo dunque mi hanno dato dei giudizi negativi in condotta, anche se fino ad allora erano sempre stati ottimi, un
dodici solamente, in meccanica, ebbene, è andata. Mi hanno mandato nell'esercito. Poi hanno promesso di trasferirmi
nella guardia, ma ormai non ne avevo più voglia e chiesi di andare in guerra».
«Ah, ecco com'è!».
«Mi era divenuto tutto così ripugnante, te lo dico senza scherzare, che desideravo recarmi a Sebastopoli il più
in fretta possibile. Infatti, se ora tutto va bene, si può ottenere una promozione ancora più velocemente che nella
guardia: là ci vogliono dieci anni per diventare colonnelli, qui invece gente come Totleben in due anni passa da tenente
colonnello a generale. Se invece mi ammazzano, non importa!».
«Che tipo sei!», disse il fratello sorridendo.
«Ma prima di tutto, sai una cosa, fratello?», disse il minore, sorridendo e arrossendo, come se stesse per dire
qualcosa di imbarazzante. «Sono tutte inezie; il motivo principale, che mi ha spinto a venire qui, è che non si può vivere
con la coscienza a posto a Pietroburgo, quando là muoiono per la patria. E poi volevo stare insieme a te», aggiunse
ancora più timidamente.
«Come sei buffo!», disse il fratello maggiore, e prese l'astuccio delle sigarette senza guardarlo in faccia.
«Peccato soltanto che non saremo insieme».
«Ma, dimmi un po' la verità , è così tremendo sui bastioni?», chiese d'un tratto il minore.
«All'inizio è terribile, poi ti ci abitui, niente di speciale. Lo vedrai tu stesso».
«Ma dimmi ancora una cosa: che ne pensi, la conquisteranno Sebastopoli? Io penso che non ce la faranno
proprio».
«Dio solo lo sa».
«Una sola cosa fa rabbia, puoi figurarti, che sfortuna: durante il viaggio ci hanno rubato un intero fardello, c'era
il mio sciaccò, e così ora mi trovo in una situazione terribile, e non so come presentarmi. Tu sai che ora ci sono dei
nuovi sciaccò da noi, e in generale sono avvenuti molti cambiamenti; sempre in meglio. Ti posso raccontare tutto... Ero
sempre a Mosca...».
Il secondo Kozel'cov, Vladimir, assomigliava molto al fratello Michajl, ma gli assomigliava come la rosa che
sta sbocciando somiglia alla rosa selvatica appassita. Anche i suoi capelli erano di colore castano-chiaro, ma folti e ricci
sulle tempie. Sulla tenera nuca bianca aveva una treccina castano-chiara, segno di fortuna, come dicono le bambinaie.
Sul tenero biancore della pelle del viso spuntava appena appena, svelando tutti i moti dell'anima, un giovane rossore
sanguigno. Gli occhi, uguali a quelli del fratello, erano in lui più aperti e luminosi, cosa che risaltava particolarmente
per il fatto che spesso erano coperti da una leggera umidità . Una peluria bionda scorreva lungo le gote e sulle rosse
labbra, che spesso si piegavano in un timido sorriso, mettendo in mostra i denti bianchi e splendenti.
Prestante, con le spalle larghe e indosso un cappotto sbottonato, sotto al quale si vedeva una camicia rossa
abbottonata da un lato, con una sigaretta in mano, appoggiato sui gomiti alla ringhiera del cortile, con una gioia ingenua
sul volto e nei gesti (questa era la sua posizione davanti al fratello), era un giovanotto talmente simpatico e avvenente,
che si sarebbe rimasti volentieri ad ammirarlo. Era immensamente felice per il fratello, lo osservava con stima e
orgoglio, raffigurandoselo come un eroe; ma in alcuni aspetti, e precisamente nel comportamento mondano in generale
che, a dire il vero, nemmeno lui possedeva, cioè la capacità di parlare in francese, di frequentare persone importanti, di
ballare e così via, si vergognava un po' per lui, lo guardava con superiorità e addirittura si augurava, se mai fosse stato
possibile, di educarlo. Tutte le sue impressioni risalivano ancora al tempo di Pietroburgo, nella casa di una signora che
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amava i bei giovanotti e lo ospitava in casa propria in occasione delle feste, e in quella di un senatore di Mosca, dove
una volta aveva danzato al gran ballo.
