
delle compagnie avevano cominciato a muoversi, il battaglione si era messo in marcia, era uscito da sotto il riparo e,
avanzato per un centinaio di passi, si era fermato, schierandosi in colonne di compagnie. Avevano detto a Pest di stare
all'ala destra della seconda compagnia.
Non rendendosi affatto conto di dove fosse e perché, lo junker se ne stava al proprio posto e, trattenendo
involontariamente il respiro, con un gelido brivido che correva lungo la schiena, guardava inconsciamente in avanti,
nell'oscura lontananza, in attesa di qualcosa di terrificante. Non che avesse paura, ché nessuno sparava, ma era orribile,
inusuale pensare di trovarsi fuori della fortezza, sul campo. Di nuovo il comandante del battaglione disse qualcosa, lÃ
avanti. Di nuovo gli ufficiali ripresero a sussurrare, trasmettendosi gli ordini, e il nero muro della prima compagnia di
colpo si abbassò. Era stato comandato di gettarsi a terra. Anche la seconda compagnia lo fece e si gettò a terra, e Pest,
abbassandosi, si punse la mano con una spina. Solo il comandante della seconda compagnia restò in piedi, e la sua
figura non imponente, con la spada sguainata, che egli agitava senza smettere di parlare, si muoveva davanti alla
compagnia.
«Ragazzi! Guardate, comportatevi da eroi con me! Non fate fuoco con i fucili, ma fotteteli con le baionette.
Quando griderò "urrà !", seguitemi tutti, nessun fottuto rimanga indietro... Diamoci dentro, la cosa più importante è...
farsi vedere, non andremo a sbattere con la faccia nel fango, d'accordo, ragazzi? Per lo zar, nostro padre!», diceva,
condendo le proprie parole con insulti e sbracciandosi tremendamente.
«Come si chiama il nostro comandante di compagnia?», chiese Pest allo junker che stava disteso accanto a lui.
«Com'è coraggioso!»
«Sì, quand'è in battaglia, è sempre ubriaco», rispose lo junker, «si chiama Lisinkovskij».
In quel momento, proprio davanti alla compagnia, si accese ad un tratto una fiamma, risuonò un tremendo
crepitio, che assordava tutta la compagnia, e in alto, nell'aria, cominciarono a schizzare rumorosamente pietre e schegge
(dopo almeno cinquanta secondi un masso cadde dall'alto e ruppe la gamba ad un soldato). Era una bomba sparata da un
pezzo in verticale, e il fatto che fosse caduta sulla compagnia era il segno che i francesi avevano avvistato la colonna.
«Ah, butti bombe, fottuto figlio di cagna. Fa' solo che arriviamo, e allora assaggerai la baionetta russa a
triangolo, maledetto!», il comandante della compagnia cominciò a gridare così forte che il comandante del battaglione
dovette ordinargli di tacere e di non fare tanto chiasso.
Dietro di lui si alzò la prima compagnia, dopo di questa la seconda, era stato comandato di impugnare i fucili a
bilanciarm, e il battaglione si mise in marcia. Pest aveva una tale fifa che assolutamente non ricordava se il percorso
fosse lungo, dove stesse andando, e chi, e contro che cosa. Incedeva come un ubriaco. Ma all'improvviso da tutte le
parti cominciarono a risplendere migliaia di fuochi, si udì fischiare e tremare qualcosa; egli emise un grido e fuggì da
qualche parte, giacché tutti correvano e gridavano. Poi inciampò su qualcosa e cadde, si trattava del comandante della
compagnia (era stato ferito, davanti alla compagnia e, scambiando lo junker per un francese, lo aveva afferrato per un
piede). Poi, quando riuscì a liberare il piede e si fu alzato in piedi, alle sue spalle, nell'oscurità , lo assalì uno
sconosciuto, e per poco non cadde di nuovo, mentre l'altro gridava: «Ammazzalo! Che cosa aspetti?» Qualcuno prese il
fucile e conficcò la baionetta in qualcosa di morbido. «A moi, camarades! Ah, sacré b..... Ah! Dieu!», si mise a gridare
qualcuno con voce terrorizzata, acuta, e solo allora Pest capì di aver ammazzato un francese. Un sudore freddo gli
percorse tutto il corpo, egli ebbe un brivido, come di febbre, poi gettò il fucile. Ma ciò durò solo un attimo; nello stesso
momento pensò di essere un eroe. Afferrò il fucile, e insieme alla moltitudine, gridando "urrà ", scappò lontano dal
francese ucciso, al quale subito un soldato si era messo a togliere gli stivali. Percorsi venti passi raggiunse la trincea. LÃ
si trovavano i nostri e il comandante del battaglione.
«Ne ho ammazzato uno!», disse al comandante del battaglione.
«Bene, barone...».
XII
«Ma lo sai che Praskuchin è stato ucciso?», disse Pest, accompagnando Kalugin che se ne andava verso casa.
«Non è possibile!»
«Sicuro, l'ho visto di persona».
«In ogni caso addio, vado di fretta».
«Sono molto soddisfatto», pensava Kalugin tornando a casa. «Per la prima volta la mia missione è stata
fortunata. Un'azione esemplare, io sano e salvo, le note saranno ottime, e sicuramente la sciabola d'oro è già mia. Sì, del
resto me la merito proprio».
Dopo aver riferito al generale tutto ciò che doveva, giunse nella propria camera dove lo aspettava il principe
Gal'cin, che già da molto aveva fatto ritorno e ora, seduto, era assorto nella lettura di Splendeurs et misères des
courtisanes, che aveva trovato sul tavolo di Kalugin.
Provava un piacere profondo qui, a casa, lontano dal pericolo e, indossata la camicia da notte, sdraiatosi sul
letto, raccontò a Gal'cin i dettagli dell'azione, riferendoli con grande precisione, in modo che dal racconto emergesse
che egli, Kalugin, era un ufficiale molto attivo e coraggioso, cosa alla quale, secondo me, sarebbe stato superfluo
accennare, dal momento che tutti ne erano a conoscenza e non avevano alcun diritto o motivo di dubitarne, escluso,
forse, il defunto capitano di cavalleria Praskuchin il quale, sebbene solitamente ritenesse una fortuna camminare a
20
braccetto con Kalugin, proprio il giorno prima aveva confessato in segreto ad un amico che Kalugin era sì una persona
molto brava, ma, detto tra noi, non amava affatto recarsi sui bastioni.
Praskuchin, camminando con Michajlov, si era appena separato da Kalugin e, avvicinandosi ad un luogo meno
pericoloso, aveva cominciato a riprendere un po' di fiato, quando vide un fulmine, che splendeva dietro di lui, e udì il
grido della sentinella: «Markela!» e le parole di uno dei soldati che lo seguivano: «Va dritta sul battaglione!».
Michajlov si guardò intorno. Il punto luminoso della bomba sembrava essersi fermato sul proprio zenit, in quella
posizione nella quale è assolutamente impossibile determinarne la direzione. Ma durò solo un istante: la bomba
scendeva sempre più velocemente, di modo che erano già visibili le scintille dell'ogiva, e si udiva il fischio fatale, che
scendeva dritto verso il centro del battaglione.
«A terra!», gridò la voce spaventata di qualcuno.
Michajlov si mise supino. Praskuchin contro voglia si piegò fino a terra e chiuse gli occhi; tese solo le
orecchie, ascoltando la bomba esplodere sulla terra dura. Passò un secondo, che sembrò un'ora - la bomba non esplose.
Praskuchin si spaventò, temette di aver avuto paura per niente, forse la bomba era caduta lontano, e solo a lui era
sembrato che l'ogiva fischiasse proprio in quella direzione. Aprì gli occhi e con piacere egoista vide che Michajlov, al
quale era debitore di dodici rubli e mezzo, era sdraiato molto più in giù e proprio vicino alle sue gambe, immobile, sulla
pancia, stretto a lui. Ma in quel momento, per un istante, i suoi occhi si incontrarono con l'ogiva luminosa della bomba
caduta, ad un aršin da sé. Un terrore, un gelido terrore che paralizzava tutti i pensieri e le sensazioni, si impadronì di lui;
si coprì il volto con le mani e cadde sulle ginocchia. Passò ancora un secondo, un secondo nel quale balenò nella sua
immaginazione tutto un mondo di sentimenti, pensieri, speranze, ricordi.
«Chi colpirà , me o Michajlov? O tutti e due insieme? E se me, dove? Alla testa, così sarà tutto finito; se alla
gamba invece, me l'amputeranno, e allora chiederò che lo facciano almeno con il cloroformio, ed io potrò salvarmi. Se
invece colpirà solo Michajlov, andrò in giro a raccontare che andavamo fianco a fianco, che lui è stato colpito ed io
spruzzato di sangue. No, è più dalla mia parte, colpirà me». Allora si rammentò dei dodici rubli che doveva a
Michajlov, si ricordò anche di un debito contratto a Pietroburgo, che da tempo avrebbe dovuto estinguere; gli venne in
mente il motivo zingaro che aveva cantato la sera prima; apparve nella sua immaginazione la donna che egli amava, con
una cuffietta a nastri color lilla; si ricordò di una persona dalla quale era stato offeso cinque anni prima e alla quale
l'aveva fatta pagare, benché insieme, inseparabile da questi e da migliaia di altri ricordi, non lo avesse nemmeno per un
attimo abbandonato il sentimento del presente - una vera e propria attesa della morte e il terrore. «Ma forse non
scoppierà », pensava, e con disperata risolutezza voleva schiudere gli occhi. Ma in quell'istante, anche attraverso le
palpebre chiuse, un fuoco rosso gli accecò gli occhi, e con un fragore terribile qualcosa lo colpì in mezzo al petto; si
mise a correre da qualche parte, inciampò sulla sciabola appesa alla gamba e cadde su di un lato.
«Grazie a Dio! Sono solo contuso», fu il suo primo pensiero, e voleva toccarsi il petto con le mani, ma esse
parevano legate, la testa era stretta da fitte, ai suoi occhi apparivano soldati, ed egli li contava inconsciamente: «Uno,
due, tre soldati, ecco l' ufficiale con il cappotto rimboccato», pensava; poi un fulmine splendette davanti ai suoi occhi,
ed egli si chiese da dove avessero sparato: «Dal mortaio o dal cannone?» Di certo dal cannone, ma ecco che
nuovamente avevano sparato, ed ecco di nuovo soldati, cinque, sei, sette soldati che continuano ad avanzare. D'un tratto
temette che lo avrebbero schiacciato; voleva gridare che era ferito, ma la sua bocca era talmente secca che la lingua si
era attaccata al palato, e una tremenda sete lo tormentava. Si sentiva bagnato vicino al petto, e questa sensazione di
umidità gli ricordava l'acqua, e avrebbe addirittura voluto bersi ciò che lo bagnava. «Evidentemente, nel cadere, mi sono
sfracellato nel sangue», pensò e, cedendo sempre più alla paura che lo schiacciassero i soldati che continuavano a
passare, raccolse tutte le forze e provò a gridare «Prendetemi», ma, invece di questo grido, emise un rantolo così
tremendo, che si spaventò nell'udire la propria voce. Poi alcuni fuochi rossi cominciarono a saltargli negli occhi, e gli
sembrò che i soldati lo coprissero di pietre; i fuochi saltellavano sempre meno, le pietre, che gli mettevano sopra, lo
schiacciavano sempre più. Fece uno sforzo per togliersi di dosso le pietre, si allungò e ormai non vedeva, non udiva,
non pensava e non sentiva più nulla. Era stato ucciso sul posto da una scheggia in mezzo al petto.
XIII
Michajlov, vista la bomba, si gettò a terra e allo stesso modo socchiuse le palpebre, allo stesso modo aprì e
chiuse gli occhi e, come anche Praskuchin, pensò e soffrì intensamente in quei due secondi durante i quali la bomba
rimase senza esplodere. Mentalmente pregò Dio e si rinfrancò del tutto: «Sia fatta la tua volontà ! Ma perché sono
andato a fare il soldato», pensava nello stesso tempo, «e addirittura sono passato alla fanteria per prender parte alla
campagna; non sarebbe stato meglio per me restarmene al reggimento degli ulani nella città di T., e passare il tempo con
la mia amica Nataša... ed ecco ora che cosa mi capita!». E cominciò a contare: uno, due, tre, quattro, immaginandosi
che, se fosse esplosa al pari, egli si sarebbe salvato, se invece al dispari, sarebbe morto. «È la fine! Sono morto!», pensò
quando scoppiò la bomba (non ricordava se ciò avvenne al pari o al dispari), e sentì un colpo e un dolore acuto alla
testa. «Signore, perdona i miei peccati!», esclamò dopo aver compiuto un gesto di stupore con le mani; si alzò e, privo
di sensi, cadde supino. La prima sensazione, quand'ebbe ripreso i sensi, fu il sangue che gli scorreva lungo il naso, e il
dolore alla testa, che era divenuto molto meno intenso. «L'anima sta uscendo dal corpo», pensò, «che cosa ci sarà di là ?
Signore! Accogli il mio spirito in pace. È strano però», considerava, «che, morendo, io senta così chiaramente i passi
dei soldati e i rumori degli spari».
21
«Una barella, presto, ehi! Hanno colpito uno della compagnia!», gridò sulla sua testa una voce, nella quale
riconobbe il tamburino Ignat'ev. Qualcuno lo sollevò per le spalle. Provò ad aprire gli occhi e vide sopra la testa il cielo
azzurro cupo, vide miriadi di stelle e due bombe, che volavano inseguendosi sopra di lui, vide Ignat'ev, vide i soldati
con la barella e i fucili, il bastione della trincea, e immediatamente confidò di non essere ancora all'altro mondo. Era
stato leggermente ferito al capo da una pietra. La sua prima impressione fu quasi di dispiacere: sulle prime si era
preparato così bene e tranquillamente a passare nell'aldilà che il ritorno alla realtà , con le bombe, le trincee, i soldati e il
sangue, aveva prodotto su di lui un effetto sgradevole; la sua seconda sensazione fu una gioia inconscia, quella di essere
vivo, e la terza la paura e il desiderio di andarsene al più presto via dal bastione. Il tamburino fasciò con un fazzoletto il
capo al suo comandante e, presolo per un braccio, lo condusse al punto di medicazione.
«Ma dove sto andando e perché?», pensò il tenente quando si fu ripreso un po'. «Il mio dovere è quello di
restare con la compagnia, di non andarmene prima, tanto più che anche la compagnia tra poco uscirà da sotto il fuoco»,
gli sussurrò una voce, «e restare in azione con una ferita significa una medaglia assicurata».
«Non occorre, fratello», disse strappando il braccio dal premuroso tamburino, che desiderava solo allontanarsi
da lì al più presto; «io non ci vado al posto di medicazione, ma rimango con la compagnia».
E tornò indietro.
«Sarebbe meglio che vi faceste bendare, vostra signoria, come si deve», disse il timido Ignat'ev, «a caldo
sembra che non sia nulla, ma sarebbe peggio non farlo, guardate che zuffa infuria là ... a destra, vostra signoria».
Michajlov si fermò un minuto, indeciso, e forse avrebbe seguito il consiglio di Ignat'ev, se non gli fosse tornata
alla memoria la scena alla quale qualche giorno prima aveva assistito al posto di medicazione: un ufficiale con un
graffiettino alla mano era andato a farsi fasciare, e i dottori sorridevano, guardandolo; addirittura, uno, con le basette, gli
aveva detto che non sarebbe mai morto a causa di quella ferita, e che con la forchetta ci si poteva far più male.
«Forse rideranno allo stesso modo anche della mia ferita, senza credermi, e faranno anche qualche
osservazione ironica», pensò il tenente e con risolutezza, nonostante gli argomenti del tamburino, tornò indietro verso la
compagnia.
«Ma dov'è l'attendente Praskuchin, che era con me?», chiese all'aspirante che guidava la compagnia, quando si
incontrarono.
«Non so, pare che sia stato ucciso», rispose l'aspirante malvolentieri, tra l'altro molto seccato per il ritorno del
tenente, che in questo modo lo aveva privato della soddisfazione di essere l'unico ufficiale rimasto con la compagnia.
«Ucciso o ferito? Come, non lo sapete, era con noi. Ma perché non lo avete raccolto?»
«Ma come lo si sarebbe potuto raccogliere, in mezzo ad una tale mischia!»
«Ah, come avete potuto fare questo, Michal Ivanoviè», disse Michajlov adirato, «come si può abbandonarlo, se
è ancora in vita; anche se fosse morto, si sarebbe dovuto raccogliere il corpo, si tratta pur sempre dell'attendente del
generale, e forse è ancora vivo».
«Come, vivo, se ve lo dico io, sono andato io personalmente e l'ho visto», disse l'aspirante. «Ma di grazia! Si
trattasse solo di raccogliere i propri caduti! Ecco la carogna! Ora si è messo a sparare palle», aggiunse sedendosi. Anche
Michajlov si sedette e si mise le mani sulla testa che, per il movimento, gli faceva un gran male.
«No, bisogna assolutamente andare a prenderlo: può darsi che sia ancora vivo», disse Michajlov, «questo è
nostro dovere, Michajlo Ivanyè!».
Michajlo Ivanyè non rispose.
«Ecco, se fosse un buon ufficiale, l'avrebbe fatto raccogliere allora, ora invece bisogna mandare dei soldati da
soli; ma come si fa a mandarli? Sotto questo fuoco tremendo potrebbero morire invano», pensò Michajlov.
«Ragazzi! Bisogna tornare indietro, raccogliere l'ufficiale che giace ferito là nel fossato», disse con un tono di
voce non troppo forte e imperioso, comprendendo quanto sarebbe stato spiacevole per i soldati adempiere a
quest'ordine, e infatti, siccome non si era rivolto a nessuno in particolare, nessuno uscì ad eseguirlo.
«Sottufficiale! Venite qui».
Il sottufficiale, come se non avesse sentito, camminava imperterrito al proprio posto.
«Ma forse è davvero già morto, e non vale la pena di mettere a repentaglio inutilmente delle vite, ma è colpa
mia, io non me ne sono preso cura. Andrò io a vedere se è vivo. Questo è mio dovere», disse tra sé Michajlov. «Michal
Ivanyè! Guidate la compagnia, io vi raggiungerò», disse e, sollevato con una mano il cappotto, sfiorando con l'altra di
continuo la piccola icona del Santo Mitrofanij, nella quale aveva una fede particolare, rapidamente percorse la trincea
quasi carponi e tremando per la paura. Assicuratosi che il suo compagno era morto, Michajlov si trascinò indietro,
sempre ansando, piegandosi e tenendosi con la mano la fasciatura che si era spostata e la testa che iniziava a dolergli
intensamente. Il battaglione si trovava già sotto il monte, al suo posto, e quasi al sicuro dagli spari, quando Michajlov lo
raggiunse. Dico quasi al sicuro dagli spari perché ogni tanto anche qui volavano delle bombe vaganti (dalla scheggia di
una di queste fu ucciso quella notte un capitano che durante la battaglia stava seduto nel rifugio dei marinai).
«Eppure domani bisognerà andare al posto di medicazione a farsi segnare», pensò il tenente, mentre
l'infermiere che era sopraggiunto lo stava fasciando, «questo gioverà alla raccomandazione».
XIV
22
Centinaia di corpi di uomini insanguinati di fresco, due ore prima pieni di varie speranze e desideri, grandi e
piccoli, giacevano, con le membra irrigidite, sulla valle fiorita ricoperta di rugiada, che separava il bastione dalla
trincea, e sul pavimento liscio della cappella dei morti a Sebastopoli; centinaia di uomini con maledizioni e preghiere
sulle labbra secche strisciavano, si contorcevano e gemevano, alcuni in mezzo ai cadaveri nella vallata fiorita, altri sulle
barelle, sulle brande e sul pavimento insanguinato del posto di medicazione; eppure, nonostante questo, come anche nei
giorni precedenti, sul monte Sapun si accese un lampo in lontananza, le stelle tremolanti impallidirono, una nebbiolina
bianca sopraggiunse dal mare scuro e roboante; l'alba, rosseggiando, si accese all'orizzonte, le lunghe nuvolette
purpuree si dispersero nell'orizzonte azzurro chiaro; nonostante questo spuntò, come anche nei giorni precedenti, l'astro
maestoso e stupendo del sole, promettendo a tutto il mondo che tornava alla vita gioia, amore e felicità .
XV
Il giorno seguente, alla sera, l'orchestra dei cacciatori suonava ancora sul viale, e di nuovo gli ufficiali, gli
junker, i soldati e le giovani donne passeggiavano festosi vicino al padiglione e lungo stradine inferiori, odorose di
bianche acacie in fiore.
Kalugin, il principe Gal'cin e un colonnello passeggiavano a braccetto vicino al padiglione e parlavano
dell'azione del giorno precedente. Il filo principale del discorso, come sempre avviene in simili circostanze, era non il
fatto stesso, ma la parte che aveva svolto e il coraggio che vi aveva mostrato il narratore. I volti e il tono della loro voce
avevano un'espressione seria, quasi malinconica, come se le perdite della battaglia del giorno prima toccassero e
addolorassero ognuno, ma, a dire il vero, siccome nessuno di loro aveva perduto una persona molto vicina (ma ci
possono essere nella vita militare persone molto vicine?), quest'espressione di tristezza era un'espressione ufficiale, un
atteggiamento che si doveva assumere solo in pubblico. Al contrario, Kalugin e il colonnello sarebbero stati disposti ad
assistere ogni giorno a un fatto del genere, solo per ricevere ogni volta la sciabola d'oro e il grado di general maggiore,
nonostante fossero delle persone straordinarie. Mi piace sentir definire scellerato un conquistatore, che ha mandato in
rovina milioni di persone per la propria ambizione. Chiedete un po' in coscienza all'aspirante Petrusov, o al tenente
Antonov ecc., ciascuno di loro un piccolo Napoleone, un mini-tiranno, pronto a intraprendere subito un combattimento,
a uccidere centinaia di persone solamente per ricevere una stelletta in più o un terzo del compenso.
«No, scusate», diceva il colonnello, «l'inizio è stato dato all'ala sinistra. Io mi trovavo là ».
«Può darsi», rispondeva Kalugin, «io ero più a destra; sono andato due volte là : una volta per cercare il
generale, la seconda così, sono andato a vedere i fossati. Ecco dove infuriava la battaglia».
«Sicuramente Kalugin ne sa qualcosa», disse il colonnello al principe Gal'cin, «tu lo sai, a me ora V... ha
parlato di te, dicendomi che sei un eroe».
«Solo perdite, terribili perdite», disse il colonnello con un tono di cordoglio ufficiale, «nel mio reggimento ne
sono morti quattrocento. È un miracolo, come io ne sia uscito vivo».
In quel momento si fece incontro a questi signori, all'altra estremità del viale, la figura violetta di Michajlov,
con gli stivali scalcagnati e la testa fasciata. Egli andò in gran confusione, appena li vide: si ricordò di come, il giorno
prima, si era piegato in presenza di Kalugin, e si convinse che essi senza dubbio avrebbero pensato che egli fingeva di
essere ferito. Perciò, se questi signori non lo avessero degnato di uno sguardo, sarebbe corso giù e si sarebbe chiuso in
casa, per non uscirvi più, fino a quando fosse stato possibile togliere la fasciatura.
«Il fallait voir dans quel état je l'ai rencontré hier sous le feu», disse sorridendo Kalugin proprio mentre si
incrociavano.
«Ma siete ferito, tenente?», disse Kalugin con un sorriso che voleva dire: «Mi avete dunque visto ieri? Come
mi sono comportato?».
«Sì, leggermente, da una pietra», rispose Michajlov arrossendo e con un'espressione sul viso che diceva: «Ho
visto e riconosco che voi siete stato eccellente, mentre io sono molto, molto vile».
«Est-ce que le pavillon est baissé déjà ? », chiese di nuovo il principe Gal'cin con la sua espressione
presuntuosa, puntando il berretto del tenente e senza rivolgersi ad alcuno in particolare.
«Non pas encore», rispose Michajlov, volendo far vedere che lo sapeva e che era in grado di parlare in
francese.
«Ma questa tregua continuerà ancora?», disse il principe Gal'cin, rivolgendosi a lui cortesemente in russo,
volendo in tal modo far capire, così parve al tenente, che a quest'ultimo sarebbe certamente risultato difficile parlare in
francese, e che era meglio parlare in russo... E con questo gli aiutanti si allontanarono da lui.
Il tenente, come anche il giorno prima, si sentì oltremodo solo e, salutati diversi signori, alcuni che non
desiderava incontrare, altri dai quali non si risolveva ad andare, si mise a sedere vicino al monumento di Kazarskij e si
accese una sigaretta. Anche il barone Pest giunse sul viale. Raccontava di aver partecipato all'armistizio, di aver parlato
con gli ufficiali francesi, e che un ufficiale francese gli aveva detto: «S'il n'avait pas fait clair encore pendant une demi
heure, les embuscades auraient été reprises», e che egli gli aveva risposto: «Monsieur! Je ne dit pas non, pour ne vas
donner un dementi», e come aveva detto bene tutto questo e così via.
In realtà , invece, anche se era stato presente all'armistizio, non era riuscito a dire niente di intelligente, sebbene
avesse una gran voglia di parlare un po' con i francesi (è terribilmente piacevole parlare con i francesi). Lo junker
barone Pest a lungo aveva camminato per la trincea e di continuo aveva chiesto ai francesi che si trovavano vicino a lui:
23
«De quel régiment êtes vous?». Gli rispondevano, e niente più. Quando già era andato molto oltre la linea, una
sentinella francese, non sospettando che quel soldato conoscesse il francese, lo aveva coperto di insulti in terza persona.
«Il vient regarder nos travaux, ce sacré c....», disse. Di conseguenza, non provando più interesse per l'armistizio, lo
junker barone Pest si recò a casa e già lungo la via inventò quelle frasi in francese che ora raccontava. Sul viale c'erano
anche il tenente Zobov, che chiacchierava ad alta voce, e il capitano Obžogov, tutto arruffato, e il capitano
dell'artiglieria, che non adulava nessuno, e lo junker fortunato in amore, e tutte le stesse facce del giorno prima, tutti
spinti dagli stessi pungoli della menzogna, della vanità e della leggerezza. Mancavano solo Praskuchin, Neferdov e
ancora qualcuno del quale appena ci si ricordava o al quale appena si pensava, ora che non si era nemmeno riusciti a
lavare, rimuovere e seppellire i loro corpi nella terra, e dei quali di certo tra un mese si sarebbero dimenticati padri,
madri, mogli, figli, se c'erano e se non si erano già prima dimenticati di loro.
«Ma quasi non lo riconoscevo, questo vecchio», disse un soldato durante la raccolta dei cadaveri, sollevando
per le spalle un corpo perforato nel petto, con una gigantesca testa gonfia, il volto annerito e lucido e le pupille
strappate; «prendilo sotto la schiena, Morožka, e fa' attenzione che non si rompa. Che fetore disgustoso!».
«Che fetore disgustoso!» - ecco quello che di quest'uomo restava tra la gente.
XVI
Sul nostro bastione e nella trincea francese sono state innalzate bandiere bianche, e in mezzo a loro, nella
vallata fiorita, giacciono a mucchi, scalzi, con addosso divise grigie e azzurre, cadaveri sfigurati che gli operai
raccolgono e sistemano sui carri. Un odore orrendo, pesante, di corpi morti riempie l'aria. Da Sebastopoli e dal campo
francese masse di persone si riversano ad ammirare questo spettacolo e con curiosità avida e benevola cercano di
inseguirsi l'un l'altro.
Ascoltate che cosa si dicono queste persone.
Ecco, nel gruppetto di russi e francesi che si sono radunati attorno a lui, il giovane ufficiale che parla in
francese male, ma abbastanza per farsi capire, osserva la sacca della guardia.
«E sesì purquà se uazò isì?», dice.
«Parce que c'est une giberne d'un régiment de la garde, monsieur, qui porte l'aigle impérial».
«E vu de la gard?»
«Pardon, monsieur, du 6-ème ligne».
«E sesì u axté?», chiede l'ufficiale, indicando la gialla sigariera di legno con la quale il francese fuma la
sigaretta.
«A Balaclave, monsieur! C'est tout simple, en bois de la palme».
«Žolì !», dice l'ufficiale, guidato nella conversazione non dal proprio arbitrio, ma dalle parole che egli conosce.
«Si vous voulez bien garder cela comme souvenir de cette rencontre, vous m'obligerez», e il gentile francese
soffia via la sigaretta e offre all'ufficiale la sigariera con un piccolo inchino. L'ufficiale gli porge la propria, e tutti i
presenti nel gruppo, sia i francesi sia i russi, sembrano molto soddisfatti e sorridono.
Ecco, l'audace soldato di fanteria, con la camicia rosa e il cappotto sulle spalle, accompagnato da altri soldati,
che, mani dietro la schiena e volto allegro e curioso, stanno dietro di lui, si avvicina ad un francese e gli chiede del
fuoco per accendersi la pipa.
«Tabacco bun», dice il soldato con la camicia rosa, e gli spettatori sorridono.
«Oui, bon tabac, tabac turc», dice il francese, «et chez vous tabac russe? Bon?».
«Rus bun», dice il soldato con la camicia rosa, e alle sue parole i presenti scoppiano dalle risate. «Franse non è
bun, bonžur, musjé», dice il soldato con la camicia rosa, esaurendo tutto il suo repertorio di conoscenze linguistiche, e
dà colpetti in pancia al francese e ride. Anche i francesi ridono.
«Il ne sont pas jolis ces b(êtes) de russes», dice uno zuavo del gruppo dei francesi.
«De quoi de ce qu'ils rient donc?», dice un altro nero, con accento italiano, accostandosi ai nostri.
«Caffettano bun», dice il soldato coraggioso, osservando i lembi ricuciti dello zuavo, e di nuovo scoppiano a
ridere.
«Ne sortez pas de la ligne, à vos places, sacré nom...», grida un caporale francese, e i soldati, con manifesto
dispiacere, si separano.
Ma ecco, nel gruppetto degli ufficiali francesi, il nostro giovane ufficiale della cavalleria parla addirittura nel
gergo dei parrucchieri francesi. L'argomento della conversazione è un certo comte Sazonoff, «que j'ai beaucoup connu,
m-r», dice l'ufficiale francese con una sola spallina, «c'est un de ces vrais comtes russes, comme nous les aimons».
«Il y a un Sazonoff que j'ai connu», dice il cavaliere, «mais n'est pas comte, à moins que je sache, un petit brun
de votre âge à peu près».
«C'est ça, m-r, c'est lui. Oh que je voudrais le voir ce cher comte. Si vous le voyez, je vous pris bien de lui faire
mes compliments. Capitaine Latour», dice quello salutando.
«N'est ce pas terrible la triste besogne, que nous faisons? «a chauffait cette nuit, n'est-ce pas?», dice il
cavaliere, desiderando sostenere la conversazione e indicando i cadaveri.
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«Oh, m-r, c'est affreux! Mais quels gaillards vos soldats, quels gaillards! C'est un plaisir que de se battre
contre des gaillards comme eux. Il faut avouer que les vôtres ne se mouchent pas du pied non plus», dice il cavaliere
salutando e reputandosi straordinariamente intelligente. Ma ora basta.
Guardate piuttosto questo piccolino di dieci anni, che con un vecchio berretto, probabilmente del padre, con le
scarpe sui piedi nudi e calzoncini di nanchino sorretti da una sola bretella, subito all'inizio della tregua ha scavalcato il
riparo e si è messo a camminare verso la vallata, guardando con curiosità stupita i francesi e i cadaveri sparsi sul
terreno, e ha raccolto gli azzurri fiori del campo di cui è cosparsa questa vallata fatale. Mentre fa ritorno a casa con un
grande mazzo, con il naso tappato per evitare l'odore che il vento porta verso di lui, si ferma vicino ad un mucchietto di
corpi raccolti e a lungo osserva un cadavere orribile, senza testa, che gli è più vicino. Dopo essere rimasto immobile
abbastanza a lungo, si accosta ancor di più e con il piede tocca la mano putrefatta, distesa, del cadavere. Essa trema un
po'. La tocca ancora una volta e con più forza. La mano si muove e di nuovo torna al suo posto. Il piccolo all'improvviso
emette un grido, nasconde il viso tra i fiori e corre via verso la fortezza tutto d'un fiato.
Sì, sul bastione e nella trincea sono state issate bandiere bianche, la vallata in fiore è piena di corpi fetidi, uno
stupendo sole cala dal cielo terso verso il mare turchino, il quale, ondeggiando, risplende nei raggi dorati del sole.
Migliaia di persone si ammassano, guardano, parlano e si sorridono. E queste persone, cristiani che professano la sola
grande legge dell'amore e dell'abnegazione, guardando a ciò che hanno compiuto, non si mettono immediatamente in
ginocchio, pentiti, davanti a Colui il quale, data loro la vita, ha posto nell'anima di ciascuno, oltre alla paura della morte,
anche l'amore verso il bene e il bello, e non si abbracciano, con lacrime di gioia e di felicità , come fratelli! No! I bianchi
stracci sono stati tolti, e di nuovo fischiano gli strumenti di morte e di dolore, di nuovo scorre il sangue nobile,
innocente, e si odono gemiti e maledizioni.
Ecco, ho detto ciò che volevo dire; ma mi coglie un dubbio tremendo. Forse non dovevo dirlo. Forse, ciò che
ho detto appartiene ad una di quelle verità malvagie che, celandosi segretamente nell'anima di ciascuno, non si
dovrebbero rivelare, ché potrebbero risultare nocive, come non si deve agitare la feccia del vino per non guastarlo.
Dov'è l'espressione del male dal quale occorre fuggire? Dov'è l'espressione del bene che bisogna imitare in
questo racconto? Chi è il cattivo? Chi ne è l'eroe? Tutti sono buoni e tutti sono malvagi.
Né Kalugin, con la sua splendida audacia (bravoure de gentilhomme) e vanità , motore di tutte le azioni, né
Praskuchin, uomo vuoto, innocuo, anche se caduto sul campo lottando per la fede, la corona e la patria, né Michajlov,
con la sua timidezza e le sue vedute limitate, né Pest, ragazzo senza salde convinzioni né regole, possono essere il
cattivo o l'eroe del racconto.
Eroe del racconto, eroe che io amo con tutta l'anima e che ho cercato di riprodurre in tutta la sua bellezza, e che
sempre è stato, è e sarà meraviglioso, eroe del mio racconto è la verità .
26 Giugno 1855
