
«Ah! Prego, s'accomodi», disse Kalugin con il medesimo sorriso sprezzante, indossando il cappotto e
accompagnandolo alla porta.
«Eh bien, messieurs, je crois que cela chauffera cette nuit», disse Kalugin uscendo dalla stanza del generale.
«Sì? Che cosa? Che cosa? Una sortita?», cominciarono a chiedere tutti.
«Non lo so ancora, lo vedrete da voi», rispose Kalugin con un sorriso misterioso.
«Ma dimmi», disse il barone Pest, «se c'è qualcosa, allora devo andare con il reggimento T. alla prima sortita».
«Se le cose stanno così, allora addio».
«Anche il mio comandante è al bastione, bisogna che vada anch'io», disse Praskuchin infilandosi la sciabola,
ma nessuno gli rispondeva; egli doveva sapere da sé se andare oppure no.
«Non accadrà nulla, lo sento», disse il barone Pest, pensando all'imminente impresa con una stretta al cuore,
mettendosi il berretto storto da un lato e uscendo dalla stanza a passi rumorosi e pesanti, con Praskuchin e Neferdov,
anch'essi diretti frettolosamente ai loro posti con un pesante senso di terrore. «Addio, signori!»
«Arrivederci, signori! Ci rivedremo ancora stanotte!», gridò Kalugin dalla finestrina, quando Praskuchin e
Pest, piegati sugli arcioni delle selle cosacche, atteggiandosi a cosacchi loro stessi, se ne andarono trottando per la
strada.
«Sì, un po'», gridò lo junker che non si capacitava di ciò che gli avevano riferito e non comprendeva lo
scalpitio dei cavalli che velocemente correvano per la strada scura.
«Non, dites-moi, est-ce qu'il y aura véritablement quelque chose cette nuit?», disse Gal'cin, sdraiato con
Kalugin alla finestrina e contemplando le bombe che si sollevavano sopra i bastioni.
«A te lo posso raccontare, ecco, guarda, sei già stato sui bastioni?» (Gal'cin fece un cenno di assenso, anche se
c'era stato soltanto una volta, e solo al quarto bastione.) «Dunque, di fronte alla nostra fortificazione c'era la trincea», e
Kalugin, da persona non esperta quale era, anche se considerava le proprie vedute in campo militare molto precise,
cominciò, in maniera un po' ingarbugliata e travisando i termini dell'arte dell'erigere fortificazioni, a raccontare la
posizione delle nostre postazioni e di quelle del nemico, e il piano dell'azione che si aveva in mente di attuare.
«Eppure di tanto in tanto sparano vicino ai ripari. Accidenti! Questa era nostra o del nemico? Ecco, è scoppiata
là », dicevano, seduti alla finestra, osservando le scie infuocate delle bombe, le linee che si intrecciavano nell'aria, i
fulmini degli spari che per un attimo illuminavano il cielo azzurro cupo, e il fumo bianco della polvere, porgendo le
orecchie ai rumori degli spari che si facevano sempre più intensi.
«Quel charmant coup d'oeil! Non è vero?», disse Kalugin, attirando l'attenzione del suo ospite verso questo
spettacolo davvero meraviglioso. «Sai, talvolta non riesci a distinguere le stelle dalle bombe».
«Sì, e ora pensavo che questa fosse una stella, ma è caduta ed è scoppiata, mentre quella grande stella - ma
come si chiama? - assomiglia proprio ad una bomba».
«Sai, mi sono abituato a tal punto a queste bombe che, ne sono convinto, in Russia, nelle notti stellate, mi
sembrerà che siano tutte bombe; tale è la forza dell'abitudine».
«Ma non è che devo prendere parte a questa sortita?», disse il principe Gal'cin dopo un minuto di silenzio,
rabbrividendo al solo pensiero di trovarsi là durante un cannoneggiamento così furibondo, e pensando con piacere al
fatto che in nessun caso avrebbero potuto mandarlo là di notte.
«Assolutamente no, fratello! E non pensare che io ti lasci andare», rispose Kalugin, ben sapendo tuttavia che
Gal'cin non vi sarebbe andato affatto. «Ne hai di tempo, fratello!»
«Sul serio? Sei dell'avviso che non si debba andare? O che?».
In quell'istante, dalla parte ove erano rivolti gli sguardi di questi signori, dopo un colpo di artiglieria si udì un
terribile crepitio di fucili, e migliaia di piccoli fuocherelli, accendendosi ininterrottamente, risplendettero lungo la via.
«Ecco quando si fa sul serio!», disse Kalugin. «Questo rumore di fucili non posso proprio ascoltarlo e
restarmene tranquillo; sai, ti prende l'anima. Ecco anche l'urrà », aggiunse, tendendo l'orecchio al lontano, confuso
rumore di centinaia di voci: «a-a-a-a-a-a-a-a!», che giungevano dal bastione. «Di chi è questo urrà ? Loro o nostro?»
«Non saprei, ma siamo già al combattimento corpo a corpo, i fucili tacciono».
In quel momento, sotto alla finestra, si avvicinò galoppando verso il cortiletto un attendente ufficiale, seguito
da un cosacco, e scese da cavallo.
«Da dove venite?»
«Dal bastione. Ho bisogno del generale».
«Andiamo. Che cosa sta succedendo?»
«Hanno attaccato i ripari, li hanno occupati, i francesi hanno fatto avanzare un ingente quantitativo di riserve,
hanno attaccato i nostri, c'erano soltanto due battaglioni», disse, ansimando, quello stesso ufficiale che era venuto la
sera, riprendendo a malapena fiato, ma dirigendosi verso la porta con grande disinvoltura.
«Che, si sono forse ritirati?», chiese Gal'cin.
«No», rispose adirato l'ufficiale, «è sopraggiunto un battaglione, li hanno sbaragliati, ma il comandante del
reggimento è stato ucciso, e molti ufficiali pure, sono stato incaricato di chiedere rinforzi...». E con queste parole passò
dal generale, dove non lo seguiremo più.
Dopo cinque minuti Kalugin era già seduto in sella ad un cavallo cosacco (e di nuovo con quella particolare
positura a cavallo quasi cosacca, nella quale, ho avuto modo di notare, tutti gli aiutanti vedono per qualche ragione
qualcosa di gradevole), e al trotto andò al bastione per trasmettere, per ordine del generale, alcune disposizioni e per
attendere notizie sull'esito finale della battaglia; ma il principe Gal'cin, per influsso di quell'agitazione profonda che di
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solito provocano i vicini segni dell'azione sullo spettatore che non vi prende parte, uscì in strada e cominciò a muoversi
su e giù, senza alcuna meta.
VI
Moltitudini di soldati portavano sulle barelle o trasportavano a mano i feriti. In strada c'era una fitta oscurità ;
soltanto di rado, da qualche parte si illuminavano le finestre dell'ospedale o delle residenze degli ufficiali ancora svegli.
Dai bastioni giungeva ancora il medesimo fragore dei cannoni e delle fucilate, e ancora i medesimi fuochi si
accendevano nel cielo nero. Raramente si udiva lo scalpitio del cavallo di un attendente che passava al galoppo, i
lamenti di un ferito, i passi e le voci dei barellieri o le voci femminee degli abitanti terrorizzati, usciti sulla soglia per
osservare le cannonate.
Tra questi ultimi si trovavano anche la nostra conoscenza Nikita, la vecchia vedova del marinaio, con la quale
quello si era già rappacificato, e la figlia di lei, di dieci anni.
«Signore, Madre vergine Santissima!», diceva tra sé sospirando la vecchietta, guardando le bombe che, come
palline infuocate, volavano ininterrottamente da una parte all'altra. «Che paura, che paura! Ah, aaaah! Cose del genere
non succedevano nemmeno al primo bombardamento. Guardate un po' dove è scoppiata la maledetta, dritta sulla nostra
casa nel sobborgo».
«No, più in là , vanno a finire sempre nel giardino, dalla zietta Arinka», disse la bambina.
«Ma dove sarà ora il mio padrone?», disse Nikita cantilenando e ancora un po' ebbro. «Quanto amo questo mio
padrone, non lo so nemmeno io. Mi picchia, ma come gli voglio bene, è terribile. Lo amo così tanto che, se per caso,
Dio ne scampi, dovessero uccidermelo, allora, davvero, voi mi credete, zietta, dopo una cosa del genere non so che cosa
farei di me. Oh, Dio! Un tale padrone, non ci sono parole! Si può forse paragonare a questi che giocano qui a carte, puh!
Non ci sono parole!», concluse Nikita, indicando la finestra luminosa della stanza del padrone, nella quale, durante
l'assenza del tenente, lo junker Zvadèeskij aveva invitato degli ospiti a far baldoria, per festeggiare la croce che aveva
appena ricevuta: il tenente colonnello Ugroviè e il tenente Nepšitšetskij, quello stesso al quale sarebbe toccato andare al
bastione e che era malato, aveva un ascesso.
«Sono proprio delle stellucce, delle stellucce e girano»; la bambina, guardando il cielo, interruppe il silenzio
che aveva seguito le parole di Nikita; «ecco, eccone un'altra che è rotolata giù! Ma perché fa così? Eh, mammina?»
«Distruggeranno completamente la nostra casettina», disse la vecchietta sospirando e senza rispondere alla
domanda della bambina.
«Ma quando siamo andati là , io e lo zietto, mammina», continuò la bambina iniziando a parlare con voce
melodiosa, «una palla enorme così era proprio nella stanzina, vicino al mobile: si vede che ha bucato il tetto ed è volata
dentro la stanza. Enorme così, che non si può nemmeno sollevarla».
«Quelle che avevano marito e soldi se ne sono andate via», diceva la vecchia, «ma qui, ah, è davvero una
grande disgrazia, l'ultima casettina, e ci hanno distrutto anche quella. Guardate, guardate come ci incendia lo scellerato!
Signore, Signore!»
«Ma appena siamo dovuti uscire, è scoppiata una granata, ha fatto schizzare la terra, e quasi ci ha colpito, me e
lo zietto».
«Meriterebbe la croce per questo», disse lo junker, che in quel momento era uscito nel cortile per guardare la
sparatoria.
«Va' dal generale, vecchia», disse il tenente Nepšitšetskij, dandole colpetti sulla spalla, «corri!»
«Pójdê na ulicê zobaczyæ, co tam nowego», aggiunse scendendo dalla scala.
«A my tym czasem napijemy siê wódki, bo cooe dusza w piêty ucieka», disse ridendo l'allegro Junker
Zvadèeskij.
VII
Il principe Gal'cin incontrava sempre più feriti, sulle barelle e a piedi, che si sostenevano gli uni sugli altri, e
discorrevano tra loro ad alta voce.
«Come sono balzati fuori, fratelli miei», diceva a voce bassa un soldato alto che portava due fucili sulle spalle,
«come sono piombati, come gridano «Allah, Allah!», così, uno dopo l'altro, e si fanno sotto. Ne fai fuori uno, e te ne
spuntano altri, non ne vieni mai a capo. Non finiscono mai...», ma a quel punto del racconto Gal'cin lo fermò.
«Vieni dal bastione?»
«Precisamente, vostra signoria».
«Allora, che cosa è successo là ? Racconta».
«Che cosa è successo? Si è scatenata la loro forza, vostra signoria, si arrampicano sul terrapieno, ed è finita.
Hanno avuto la meglio, vostra signoria!»
«Come hanno fatto ad avere la meglio? Voi non li avete respinti?»
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«Ma come facevamo, quando è sopraggiunta tutta la sua forza: ha annientato tutti i nostri, e truppe di riserva
non ce ne danno». (Il soldato si sbagliava, perché la trincea era dietro di noi, ma questa è una stranezza che chiunque
può notare: il soldato che sia stato ferito in battaglia giudica quest'ultima sempre persa e tremendamente sanguinosa.)
«Eppure mi avevano detto che li avevate respinti», disse Gal'cin con stizza. In quel momento il tenente
Nepšitšetskij, riconosciuto nell'oscurità il principe Gal'cin dal berretto bianco, e desiderando approfittare dell'occasione
di parlare con una persona così importante, gli si accostò.
«Non volete sapere che cosa è successo?», chiese con cortesia, toccando la visiera con la mano.
«Lo sto appunto chiedendo», disse il principe Gal'cin, e di nuovo si voltò verso il soldato con i due fucili.
«Forse li hanno respinti dopo che te ne sei andato tu. Da molto sei venuto via di là ?»
«Proprio ora, vostra signoria!», rispose il soldato. «Ne dubito, dev'essere rimasta a lui la trincea, ci ha
completamente annientati».
«Ma come fate a non provare vergogna, avete ceduto la trincea. È terribile!», disse Gal'cin, amareggiato da
questa indifferenza. «Come potete non vergognarvi!», ripeté, girando le spalle al soldato.
«Oh! Questo è un popolo terribile! Non cercate di capirli!», continuò il tenente Nepšitšetskij. «Ve lo dico, non
pretendete da questa gente né orgoglio, né amor di patria, né sentimento. Ecco, guardate, questa massa che arriva, non ci
sarà neanche un decimo di feriti, e si tratta solo di aiutanti, e tutto pur di venir via dalla battaglia. Popolo vile!
Vergogna, comportarsi così, ragazzi, vergogna! Cedere la nostra trincea!», aggiunse rivolgendosi ai soldati.
«Ma come si fa, quando c'è la forza!», borbottò il soldato.
«Eh! Vostre signorie!», cominciò a dire il soldato sulla barella, sollevandosi fino alla loro altezza. «Come si
può non cedere, quando ha sbaragliato quasi tutti? Se fosse stata la nostra forza, non l'avremmo ceduta nemmeno a
prezzo della vita. Ma che cosa avremmo potuto fare? Ne ammazzo uno, ma ecco che mi colpisce... O-oh, più piano,
fratelli, più adagio, fratelli, andate più ad.... a-a-a!», e il ferito si mise a gemere.
«Ma, di fatto, mi sembra che troppa gente se ne stia andando», disse Gal'cin, fermando di nuovo quello stesso
soldato con i due fucili. «Tu perché te ne stai andando? Ehi, tu, fermati!».
Il soldato si fermò e si tolse il cappello con la mano sinistra.
«Dove stai andando e perché?», gli gridò duramente. «Mascal...», ma in quel momento, accostatosi al soldato,
notò che il suo braccio destro era avvolto nel paramano e fradicio di sangue fin sopra il gomito.
«Ferito, vostra signoria!»
«Da che cosa?»
«Qui, così, da un proiettile», disse il soldato indicando il braccio, «e invece non so proprio che cosa mi ha
colpito al capo» e, abbassandolo, mostrò i capelli insanguinati e appiccicati alla nuca.
«Ma di chi è l'altro fucile?»
«Ho preso uno Štucer francese, vostra signoria; non me ne sarei venuto via, se non mi fosse toccato di
accompagnare questo soldato, anche se non ce la farà , purtroppo», aggiunse indicando un soldatino che camminava un
po' più avanti, appoggiato sul fucile, trascinandosi e muovendo a stento la gamba sinistra.
«Ma tu dove vai, mascalzone!», gridò il tenente Nepšitšetskij ad un altro soldato che gli capitò incontro, con il
desiderio di ingraziarsi, con il proprio ardore, l'importante principe. Anche questo soldato era ferito.
Il principe Gal'cin d'un tratto cominciò a vergognarsi per il tenente Nepšitšetskij, e ancor di più per sé. Si
accorse che stava arrossendo, cosa che non gli accadeva spesso; distolse lo sguardo dal tenente, e senza fare più
domande ai feriti e senza osservarli si diresse al punto di medicazione.
Entrato con difficoltà nel portico, tra feriti che andavano a piedi e barellieri che entravano con i feriti e
uscivano con i morti, Gal'cin entrò nella prima stanza, diede un'occhiata e quindi, sovrappensiero, si voltò e uscì di
corsa in strada. Era troppo orribile!
VIII
La grande sala, alta e scura, illuminata solo da quattro o cinque candele con cui i dottori si avvicinavano ai
feriti per visitarli, era letteralmente piena zeppa. I barellieri portavano di continuo feriti, li deponevano distesi fianco a
fianco sul pavimento, dove c'era così poco spazio che gli sventurati si urtavano e si bagnavano l'uno nel sangue
dell'altro, poi andavano a prendere i nuovi feriti. Le pozze di sangue visibili nei posti liberi, il respiro febbricitante di
alcune centinaia di persone e il sudore degli operai con le barelle producevano un fetore particolarmente pesante, fitto e
forte, nel quale, avvolte da nuvolette di fumo, ardevano quattro candele alle diverse estremità della sala. Il suono di vari
gemiti, respiri, rantoli, talvolta interrotti da un grido acuto, correva per tutta la stanza. Le infermiere, con i volti
tranquilli, e con un'espressione non di vuota compassione femminile, morbosa e piagnucolosa, ma di partecipazione
sincera e attiva, passeggiando qua e là tra i malati con medicinali, con acqua, con fasciature e filacce, correvano tra i
mantelli e le camicie insanguinate. I dottori, con i volti tenebrosi e le maniche rimboccate, in ginocchio davanti ai feriti,
vicino ai quali gli infermieri reggevano le candele, mettevano le dita nelle ferite provocate dai proiettili, tastandole, e
rivoltando le membra rotte e penzolanti, senza darsi pensiero dei tremendi gemiti e delle suppliche dei sofferenti. Uno
dei dottori era seduto a un tavolino e, nell'istante in cui Gal'cin fece il suo ingresso nella stanza, stava annotando il
numero cinquecentotrentadue.
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«Ivan Bogaev, soldato semplice, terza compagnia del reggimento S., fractura femoris complicata», gridava un
altro dal lato opposto della sala, tastando una gamba rotta. «Su, voltalo».
«A-ah, padri miei, voi siete i nostri padri!», gridava il soldato, pregando che non lo toccassero.
«Perforatio capitis».
«Semen Neferdov, tenente colonnello del reggimento di fanteria N. Abbiate un po' di pazienza, colonnello,
sennò così non si può, io lascio perdere», diceva un terzo, scavando con una specie di uncinetto nella testa del povero
tenente colonnello.
«Ah, non occorre! Oh, per Dio, più presto, più presto, per... a-a-a-ah!»
«Perforatio pectoris... Sevast'jan Sereda, soldato semplice... di quale reggimento?... del resto, non state a
scriverlo: moritur. Portatelo via», disse il dottore, allontanandosi dal soldato che, stravolgendo gli occhi, già rantolava...
Una quarantina di soldati barellieri, aspettando i carichi di medicati da trasportare all'ospedale e di morti da
trasportare nella cappella, stavano in piedi presso la porta, e in silenzio, emettendo di tanto in tanto un profondo sospiro,
contemplavano questo spettacolo...
IX
Lungo la strada che conduceva al bastione, Kalugin incontrò molti feriti; ma, sapendo per esperienza quali
effetti negativi abbia sull'animo umano tale spettacolo durante una battaglia, non solo non si fermava a fare domande
ma, al contrario, cercava di non degnarli della minima attenzione. Ai piedi del monte si imbatté in un attendente che
galoppava velocemente verso il bastione.
«Zobkin! Zobkin! Fermatevi un momento».
«Che cosa volete?»
«Da dove venite?»
«Dai ripari».
«Allora, com'è là la situazione? Calda?»
«Ah, terribile!».
E l'attendente trottò oltre.
Infatti, sebbene di spari di fucile ce ne fossero pochi, le cannonate avevano ripreso con nuova intensità e
accanimento.
«Ah, male!», pensò Kalugin, provando un'impressione spiacevole, ed ebbe anche un presentimento molto
comune, il pensiero della morte. Ma Kalugin non era il tenente Michajlov, era pieno di amor proprio e dotato di nervi
molto saldi: in una sola parola, era coraggioso. Non cedette alla prima impressione e cominciò a farsi coraggio. Si
ricordò di un aiutante, forse di Napoleone, che, dopo aver trasmesso un ordine, con la testa insanguinata si avvicinò al
galoppo a Napoleone.
«Vous êtes blessé?», gli aveva chiesto Napoleone.
«Je vous demande pardon, sire, je suis tué», e l'aiutante cadde da cavallo e morì sul posto.
Gli parve meraviglioso, ed egli in parte credette di essere quest'aiutante, e per questo motivo spronò il cavallo
con il frustino, assunse una positura sempre più cosacca, scrutò il cosacco che, ritto sulle staffe, cavalcava dietro di lui,
e giunse in modo davvero irreprensibile in un luogo dove bisognava scendere da cavallo. Vi trovò quattro soldati che
fumavano la pipa, seduti su piccoli massi.
«Che cosa fate qui?», gridò loro.
«Stiamo portando via un ferito, vostra signoria, ci siamo seduti per riposarci un po'», rispose uno di essi,
nascondendo la pipa dietro la schiena e togliendosi il cappello.
«Macché riposare! Di corsa ai vostri posti, farò rapporto al comandante del reggimento». E insieme a loro
giunse, lungo la trincea, al monte, incontrando ad ogni passo dei feriti. Salito sul monte, girò a sinistra, verso la trincea,
e dopo averla percorsa per alcuni metri, si venne a trovare completamente solo. Vicinissima a lui fischiò una scheggia e
colpì la trincea. Un'altra bomba gli si sollevò davanti e parve che si dirigesse proprio dalla sua parte. Provò
un'improvvisa paura: si allontanò di corsa per cinque metri e si gettò a terra. Ma quando la bomba esplose lontano da
lui, cominciò ad adirarsi con se stesso, e si alzò, guardandosi intorno, per vedere se qualcuno avesse notato la sua
caduta; ma non c'era nessuno.
La paura, una volta che sia penetrata nell'animo, non cede facilmente il posto ad altri sentimenti: egli, che
sempre si era vantato di non piegarsi mai, a passi affrettati e quasi pancia a terra percorse la trincea. «Ah, non va
bene!», pensava dopo essere inciampato; «di sicuro mi uccideranno» e, notando con quale difficoltà respirava e che il
sudore gli scorreva per tutto il corpo, si meravigliò di se stesso, ma non provò più a vincere il proprio sentimento.
D'un tratto davanti a lui si udirono i passi di qualcuno. Si drizzò velocemente, sollevò il capo, e facendo un
gran rumore con la sciabola non si mosse più a passi così spediti come prima. Non si riconosceva più. Quando si unì
all'ufficiale del genio e al marinaio che aveva incontrato, il primo gli gridò «A terra», indicando il puntino luminoso di
una bomba che, avvicinandosi sempre più splendente e rapida, era caduta nelle vicinanze della trincea, ed egli,
condizionato dal grido impaurito, abbassò il capo solo un po' e involontariamente, e proseguì oltre.
«Ecco, che eroe!», disse il marinaio, che guardava imperturbato la bomba e con l'occhio esperto aveva subito
calcolato che le sue schegge non potevano colpire la trincea. «Non si getta nemmeno a terra».
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Ormai rimanevano a Kalugin soltanto alcuni passi lungo la piattaforma fino al rifugio del comandante del
bastione, quando di nuovo fu preda dell'annebbiamento e di questa sciocca paura; il cuore cominciò a battergli più forte,
il sangue gli corse alla testa, e dovette far forza su se stesso per correre fino al rifugio.
«Perché ansimate in questo modo?», disse il generale dopo che gli ebbe trasmesso gli ordini.
«Ho corso molto, vostra eccellenza!»
«Volete un bicchiere di vino?».
Kalugin bevve il bicchiere di vino e accese una sigaretta. La battaglia era già terminata, soltanto un violento
cannoneggiamento continuava da entrambe le parti. Nel rifugio sedeva il generale NN, comandante del bastione, e altre
sei persone, ufficiali, tra i quali era anche Praskuchin, e parlavano dei vari dettagli della battaglia. Seduto in una piccola
stanza accogliente, tappezzata con carta da parati azzurra, con un divano, un letto, un tavolo, sul quale giacevano carte,
un orologio a muro e un'icona, davanti alla quale ardeva un lumino; osservando i segni di quel luogo abitato e le spesse
travi del soffitto, lunghe quasi un aršin, e udendo gli spari che nel riparo sembravano indeboliti, Kalugin non riuscì
affatto a comprendere come per ben due volte egli avesse consentito ad una debolezza così imperdonabile di
sopraffarlo; si adirava con se stesso, e desiderava un pericolo, per mettersi nuovamente alla prova.
«Come sono contento che anche voi siate qui, capitano», disse all'ufficiale della marina, con un cappotto da
ufficiale dello stato maggiore, grandi baffi e la croce di San Giorgio, che era entrato in quel momento nel rifugio e
aveva chiesto di assegnargli degli operai per aggiustare due feritoie sulla sua batteria, che erano state ostruite. «Il
generale mi ha ordinato di informarmi», continuò Kalugin, quando il comandante della batteria ebbe finito di parlare
con il generale, «se i vostri pezzi lungo la trincea possono sparare a mitraglia».
«Solo un pezzo», rispose cupamente il capitano.
«Andiamo lo stesso a vedere».
Il capitano si rabbuiò e grugnì con rabbia. «Sono stato in piedi tutta la notte, sono venuto solo a riposarmi un
po'», disse, «non potete proprio andarci da soli? Là c'è il mio aiutante, il luogotenente Karc, vi mostrerà ogni cosa».
Il capitano comandava già da sei mesi quella batteria - una fra le più pericolose -, e senza uscirne, fin da
quando non vi erano ancora le fortificazioni blindate; dall'inizio dell'assedio aveva vissuto nel bastione, e tra i marinai
aveva la reputazione di un uomo coraggioso. Per questo motivo il suo rifiuto meravigliò e colpì Kalugin in modo
particolare.
«Eccola, la reputazione!», pensò.
«Allora, se me lo permettete, andrò da solo», disse con un tono un po' beffardo al capitano che, peraltro, non
fece caso alle sue parole.
Ma Kalugin non capì che egli, in tutto, aveva trascorso appena cinquanta ore sui bastioni, mentre il capitano
aveva vissuto là sei mesi. Inoltre stimolava Kalugin la vanità , il desiderio di brillare, la speranza di decorazioni, di
procurarsi buona fama e il piacere del rischio; il capitano aveva già passato tutto questo: all'inizio si era vantato, aveva
millantato coraggio, aveva rischiato, aveva sperato di procurarsi una buona reputazione e di ottenere delle decorazioni, e
addirittura le aveva ottenute, ma ora tutti gli stimoli avevano perso valore ai suoi occhi, ed egli guardava in modo
diverso la battaglia: con diligenza aveva adempiuto ai propri obblighi, ma, comprendendo bene che gli rimanevano
poche probabilità di vita, dopo un soggiorno di sei mesi al bastione, non metteva ormai più a repentaglio queste
occasioni senza che ce ne fosse una urgente necessità , e così il giovane luogotenente, giunto alla batteria una settimana
prima e che la mostrava ora a Kalugin, con il quale inutilmente si affacciava dalla buca e usciva strisciando sui rialti,
sembrava dieci volte più coraggioso del capitano. Osservata la batteria, Kalugin, mentre faceva ritorno al rifugio, urtò
nell'oscurità il generale, che si recava con i suoi attendenti alla torretta.
«Capitano di cavalleria Praskuchin!», disse il generale. «Andate per favore al fossato di destra e dite al secondo
battaglione del reggimento M., che opera là , di abbandonare le operazioni, di indietreggiare senza farsi notare e di unirsi
al suo reggimento, che sta in riserva ai piedi della collina. Capito? Conducetelo da solo fino al reggimento».
«Agli ordini».
E Praskuchin trottò velocemente in direzione del fossato.
Gli spari divenivano meno frequenti.
X
«È questo il secondo battaglione del reggimento M.?», chiese Praskuchin, giunto di corsa sul posto e
scontratosi con un soldato che portava sulle spalle un sacco di terra.
«Precisamente».
«Dov'è il comandante?».
Michajlov, credendo che chiedessero del comandante di compagnia, sgusciò fuori dalla propria buca e,
prendendo Praskuchin per il comandante, si accostò a lui con la mano alla visiera.
«Il generale ha ordinato... a voi... prego andare... più in fretta... e soprattutto senza far rumore... indietro, non
indietro, ma alla riserva», disse Praskuchin, guardando di sbieco in direzione dei fuochi del nemico.
Riconosciuto Praskuchin, abbassata la mano e compreso di che cosa si trattava, Michajlov trasmise l'ordine, e il
battaglione cominciò a muoversi allegramente, i soldati presero i fucili, indossarono i cappotti e si misero in marcia.
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Chi non l'ha provato, non può immaginarsi il piacere che si prova uscendo, dopo tre ore di bombardamento, da
un luogo così pericoloso come i fossati. Michajlov, che già più volte in queste ore aveva considerato inevitabile la
propria fine, e più volte aveva baciato tutte le icone che aveva addosso, verso la fine si calmò un po' per effetto della
considerazione che, se tante bombe e palle erano cadute senza colpirlo, non sarebbe stato colpito più da nulla. Eppure,
malgrado tutto, gli costò grande fatica impedire alle sue gambe di correre quando, in testa alla compagnia, uscì dai
fossati, a fianco di Praskuchin.
«Arrivederci», gli disse il maggiore, comandante del secondo reggimento, che rimaneva nelle buche, e insieme
al quale si era rifocillato di formaggio saponaceo, seduto in una piccola fossa vicino al riparo; «buon viaggio».
«Ed io vi auguro di star bene; ora, pare, tutto si è calmato».
Ma riuscì appena a proferire queste parole che il nemico, che certamente aveva notato il movimento nel
fossato, cominciò a far fuoco sempre più di frequente. I nostri cominciarono a rispondergli, e di nuovo riprese un
violento cannoneggiamento. Le stelle splendevano alte nel cielo, ma senza scintillare; la notte era scura, c'era buio
pesto, soltanto i fuochi degli spari e gli scoppi delle bombe illuminavano per un istante gli oggetti. I soldati procedevano
velocemente, in silenzio e senza volerlo superandosi a vicenda; coperti dagli incessanti boati degli spari, erano appena
udibili il suono regolare dei loro passi sulla strada secca, il rumore delle baionette che si urtavano e il sospiro e la
preghiera di qualche timido soldatino: «Signore, Signore! Che cos'è questo!». Talvolta si udiva il gemito di un ferito e il
grido «Barella!» (nella compagnia che Michajlov comandava, da un solo colpo d'artiglieria quella notte furono uccisi
ventisei uomini). Nell'oscuro orizzonte lontano divampò un fulmine, la sentinella del bastione gridò «Ca-an-no-ne», e
una palla, fischiando sulla compagnia, bucò il terreno e fece schizzare via le pietre.
«Al diavolo! Come vanno lentamente», pensò Praskuchin, con lo sguardo rivolto sempre in avanti,
camminando dietro a Michajlov. «Bene, meglio correre avanti, ora ho trasmesso l'ordine... Ma no, questa bestia
potrebbe poi andare in giro a raccontare che sono un vigliacco, come ho detto io ieri di lui. Vada come deve andare,
resterò a camminare al suo fianco».
«Ma perché viene con me?», pensava da parte sua Michajlov. «Porta sempre sfortuna, per quel che ne so io;
ecco un'altra palla volare in questa direzione, sembra». Dopo qualche centinaio di passi, si scontrò con Kalugin che, con
coraggio, facendo tintinnare la sciabola, si recava ai fossati per sapere, secondo l'ordine del generale, come andassero le
cose. Ma, dopo aver incontrato Michajlov, si chiese perché a lui solo, sotto questo tremendo fuoco, toccasse andare là ,
cosa che nemmeno gli era stata comandata; avrebbe potuto chiedere nei minimi dettagli ogni cosa all'ufficiale che vi era
stato. Ed effettivamente Michajlov riferì con precisione l'andamento delle operazioni, benché durante il racconto
divertisse, e non poco, Kalugin, incurante degli spari, il fatto che ad ogni proiettile, anáche quelli caduti molto lontano,
Michajlov si piegava sulále
gambe, abbassava il capo e sempre assicurava che il proiettiále sarebbe arrivato proprio dove si trovava lui.
«Guardate, capitano, questo viene dritto qui», disse in tono canzonatorio Kalugin, scuotendo Praskuchin.
Procedendo ancora un po' con loro si diresse verso la trincea che conduceva al rifugio. «Non si può dire che sia molto
coraggioso, questo capitano», pensò entrando nella porta del rifugio.
«Allora, che novità ci sono?», domandò l'ufficiale che, seduto da solo nella stanza, stava cenando.
«Proprio niente, sembra che non accadrà più nulla».
«Come no? Al contrario, il generale si è recato di nuovo alla torretta. È arrivato ancora un reggimento. Ma
ecco, sentite? Hanno ricominciato coi fucili. Voi non andateci. A che pro?», aggiunse l'ufficiale, dopo aver notato il
movimento fatto da Kalugin.
«Ma io, a dire il vero, devo assolutamente essere là », pensò Kalugin; «eppure mi sono già esposto molto al
pericolo oggi. Spero di non essere necessario solo come chair à canon».
«Farei meglio a stare qui ad aspettarli», disse.
Il generale infatti fece ritorno dopo cinque minuti con gli ufficiali che erano al suo seguito; tra loro c'era anche
lo junker, il barone Pest, ma era assente Praskuchin. I fossati erano stati riconquistati e occupati dai nostri.
Ricevute dettagliate notizie sull'azione, Kalugin, insieme a Pest, uscì dal rifugio.
XI
«Il tuo cappotto è insanguinato: hai ingaggiato un corpo a corpo?», gli chiese Kalugin.
«Ah, fratello, sapessi! Pensa...». E Pest cominciò a narrare di aver guidato tutta la compagnia, che il
comandante della compagnia era stato ucciso, raccontò di aver ammazzato un francese e che, se non ci fosse stato lui,
sarebbe andata male ecc.
La sostanza del racconto, e cioè che il comandante di compagnia era morto, che Pest aveva ucciso un francese,
corrispondevano al vero; ma, nel trasmettere i dettagli, lo junker inventava e si vantava.
Si vantava senza volerlo, giacché, in preda a un certo annebbiamento durante tutto il tempo della battaglia,
aveva dimenticato i particolari a tal punto che tutto ciò che era successo gli sembrava un avvenimento svoltosi non si sa
quando, dove e a chi; ora cercava naturalmente di riprodurre i particolari in modo da mettersi in luce. Ma ecco che cosa
era realmente accaduto.
Il battaglione al quale era stato assegnato come comandante per la sortita lo junker era stato per due ore sotto il
fuoco vicino ad un muricciolo, poi il comandante del battaglione, che era davanti, aveva detto qualcosa, i comandanti
