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E così avete visto i difensori di Sebastopoli, nel luogo stesso in cui la difendono, e tornate indietro senza

rivolgere alcuna attenzione, chissà perché, alle palle e ai proiettili che continuano a fischiare, lungo tutta la strada, fino

al teatro distrutto - passeggiate con animo tranquillo, rinfrancato. La più importante e gradita convinzione che ne avete

tratto è l'impossibilità che Sebastopoli venga presa, anzi, non solo che Sebastopoli venga presa, ma addirittura che in

qualche modo sia fatta vacillare la forza del popolo russo, e questa impossibilità voi l'avete vista non in questa gran

massa di traverse, ripari, trincee intelligentemente collegate, mine e cannoni, ammucchiate le une sopra gli altri, dei

quali non avete capito proprio niente, ma l'avete vista negli occhi, nelle parole, nei movimenti, in quello che viene

definito l'animo dei difensori di Sebastopoli. Quello che essi fanno, lo compiono con tale semplicità, con così poca

tensione e sforzo, che voi siete convinti che essi siano in grado di farlo cento volte di più... tutto possono fare. Capite

che il sentimento che li costringe ad agire non è quel senso di meschinità, di vanità, di smemoratezza che voi stessi

avete provato, ma qualche altro sentimento, più potente, che ha fatto di loro uomini capaci di vivere sotto il fuoco delle

palle con tanta tranquillità, di fronte a centinaia di probabilità di morire invece di quell'una alla quale sono soggetti tutti

gli uomini, e in grado di vivere in queste condizioni, tra incessanti fatiche, veglie, e nel fango. Non si possono accettare

tali tremende condizioni solamente per ottenere una croce, una promozione, o per effetto di una minaccia: ci dev'essere

un'altra motivazione, nobile e stimolante. E questa motivazione è un sentimento che raramente e con pudore si

manifesta nel russo, ma che è situato nel profondo dell'anima di ciascuno: l'amore per la patria. Soltanto adesso i

racconti sui primi tempi dell'assedio di Sebastopoli, quando non c'erano fortificazioni, non c'erano truppe, non c'erano

possibilità materiali di mantenerne il possesso, e tuttavia non v'era il minimo dubbio che la città non sarebbe stata

ceduta al nemico, quando quest'eroe, degno della antica Grecia, Kornilov, passando le truppe in rassegna, esclamava:

«Moriremo! Urrà! Ma non cederemo Sebastopoli!», e i nostri, incapaci di costruire delle frasi, rispondevano:

«Moriremo! Urrà!», solo adesso i racconti su quei tempi hanno finito di rappresentare per voi una stupenda leggenda

storica, e sono invece divenuti autenticità, fatto. Capirete bene, rivedrete in quegli uomini, che poc'anzi avete visto,

quegli eroi che in tali difficili momenti non sono caduti nello sconforto, ma si sono esaltati nell'animo e con gioia si

sono preparati a morire, non per la città, ma per la patria. A lungo questa epopea di Sebastopoli lascerà in Russia tracce

profonde, ed eroe di questa epopea è stato il popolo russo...

Si fa già sera. Il sole, sul far del tramonto, si è ritirato dietro nuvole grigie che oscurano il cielo, e d'un tratto ha

illuminato di luce purpurea le nuvole lilla, il mare verdastro che, coperto di navi e di scialuppe, si culla in onde ampie e

regolari, i bianchi edifici della città, e la gente che cammina per le strade. Sull'acqua si diffondono le note di un vecchio

valzer, che la banda del reggimento esegue sul viale, e i rumori degli spari provenienti dai bastioni fanno loro da eco in

modo strano.

Sebastopoli, 25 aprile 1855

SEBASTOPOLI A MAGGIO

I

Sono trascorsi già sei mesi da quando la prima palla di cannone ha fischiato dai bastioni di Sebastopoli e ha

perforato il terreno nelle postazioni del nemico, e da allora migliaia di bombe, palle e proiettili sono volate

incessantemente dai bastioni sulle trincee e dalle trincee sui bastioni, e l'angelo della morte non ha smesso di librarsi in

volo sopra di essi.

Migliaia di egoismi umani sono riusciti a ferirsi, migliaia sono riusciti a soddisfarsi, a gonfiarsi, migliaia a

placarsi tra le braccia della morte. Quante stellette sono state messe, quante sono state tolte, quante Anne, quanti

Vladimir, quante bare coperte di tela color rosa! Eppure dai bastioni echeggiano sempre i medesimi rumori; eppure, allo

stesso modo, con involontario tremore e con superstiziosa paura, i francesi osservano dal proprio campo, nel chiarore

serale, la terra nera, tutta perforata, dei bastioni di Sebastopoli, le nere figure dei nostri marinai che vi si muovono, e

contano le cannoniere, dalle quali spuntano minacciosi cannoni di ghisa; eppure, dalla torretta del telegrafo, un

sottufficiale della marina guarda attentamente, nel cannocchiale, le figure variopinte dei francesi, le loro batterie, le

tende, le colonne che si muovono lungo il Colle Verde, e nuvolette di fumo che si levano dalle trincee; eppure, con il

medesimo ardore, da diverse parti della terra, si precipitano verso questo luogo fatale folle di persone appartenenti a

razze diverse, con aspirazioni ancor più diverse.

Ma una questione che non è stata risolta dai diplomatici, tanto meno può essere decisa con la polvere e con il

sangue.

Spesso mi si è affacciato alla mente uno strano pensiero: che cosa accadrebbe se una delle due parti

contendenti proponesse all'altra di allontanare da ogni esercito un soldato? La richiesta potrebbe forse apparire insolita,

ma perché non soddisfarla? Poi mandarne via un altro, da entrambe le parti, poi un terzo, e un quarto, e così via, fino a

che non rimanesse che un solo soldato in ciascun esercito (ammettiamo che gli eserciti si equivalgano in potenza e che

la quantità si possa scambiare con la qualità). A questo punto, se necessariamente con la forza si devono risolvere, tra

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ragionevoli rappresentanti di esseri dotati di intelletto, questioni politiche già di per sé complicate, si affrontino pure

questi due soldati, uno cinga la città d'assedio, e l'altro la difenda.

Questo ragionamento può parere un semplice paradosso, ma è corretto. Quale sarebbe infatti la differenza fra

un russo che combatte contro un rappresentante degli alleati, e ottantamila che combattono contro ottantamila? E perché

non centotrentacinquemila contro centotrentacinquemila? Perché non ventimila contro ventimila? Perché non venti

contro venti? Perché non uno contro uno ? Una possibilità non è affatto più logica dell'altra. L'ultima, per contro, è

molto più sensata, perché più umana. Delle due l'una: o la guerra è una pazzia, oppure, se gli uomini compiono questa

pazzia, non sono affatto individui dotati di intelletto, come siamo soliti affermare.

II

Nella città di Sebastopoli, cinta d'assedio, sul viale, vicino a un padiglione suonava la banda del reggimento, e

una moltitudine di soldati e di donne camminava festosa per i vicoli. Il luminoso sole primaverile era spuntato al

mattino sulle postazioni degli inglesi, si era spostato sui bastioni, poi sulla città, sulla caserma Nikolaevskaja e,

splendendo con pari gaiezza per tutti, discendeva ora verso il lontano mare turchino che, dondolandosi regolarmente,

brillava di un argenteo bagliore.

Un ufficiale di fanteria, alto, un po' curvo, infilandosi un guanto non troppo bianco, ma pulito, uscì dal

cancelletto di una delle piccole casette dei marinai, costruite sul lato sinistro della via Morskaja, e salì verso il viale, con

lo sguardo pensieroso rivolto verso le punte dei piedi. L'espressione non particolarmente gradevole del volto di

quest'ufficiale, con la fronte bassa, rivelava le sue scarse doti intellettive, ma anche il suo buon senso, l'onestà e

l'inclinazione al bene. Era fatto male, aveva le gambe lunghe, era impacciato e quasi pudico nei movimenti. Indossava

un berretto non del tutto logoro, stretto, un cappotto color lilla piuttosto strano, e, sotto il risvolto del mantello, si

scorgeva la catenella dell'orologio; aveva pantaloni muniti di staffe e stivali di pelle lindi e lucenti, anche se con tacchi

un po' stortati qua e là, eppure non da questi particolari, abituali in un ufficiale di fanteria, ma dall'espressione generale

della sua persona, un occhio militare esperto notava immediatamente in lui un ufficiale di fanteria non del tutto

convenzionale, ma di un livello un po' superiore. Poteva essere un tedesco, se non che i lineamenti del suo volto

tradivano una chiara origine russa, o un aiutante, o un quartiermastro (ma in tal caso avrebbe dovuto avere gli speroni),

o un ufficiale trasferito dalla cavalleria, al tempo della campagna, o addirittura dalla Guardia. Era stato in effetti

trasferito dalla cavalleria e in quel momento, salendo verso il viale, stava pensando alla lettera che aveva appena

ricevuto dal compagno di un tempo, ora in congedo, proprietario fondiario della provincia di T., e dalla moglie, la

pallida Nataša dagli occhi azzurri, sua grande amica. Ricordava un passo della lettera, nel quale l'amico scriveva:

Quando ci portano l'Invalido, Pupka (così l'ulano in congedo chiamava la moglie) si precipita nell'anticamera,

prende i giornali e li porta di corsa verso la panchina a forma di esse nel pergolato del giardino, o in soggiorno (nel

quale, ricordi, che magnifiche serate abbiamo trascorso d'inverno insieme, quando il reggimento stava da noi in città), e

con tale ardore legge le vostre imprese eroiche, non te lo puoi immaginare. Parla spesso di te: «Ecco, Michajlov!», dice.

«È un uomo eccezionale, sono pronta a ricoprirlo di baci, quando lo vedrò, sta combattendo sui bastioni e certamente

riceverà la croce di San Giorgio, e scriveranno di lui sui giornali ecc. ecc.», così che comincio ad essere geloso di te. In

un altro passo scriveva: «Da noi i giornali arrivano terribilmente tardi, e, anche se molte notizie giungono a voce, non si

può prestar credito a tutte. Per esempio, le signorine della musica, che tu conosci, raccontavano ieri che Napoleone

ormai era stato catturato dai nostri cosacchi e mandato a Pietroburgo, ma tu capisci quanto io ci creda. Ci raccontava

anche un viaggiatore proveniente da Pietroburgo (una persona molto simpatica, lavora presso un ministro con mansioni

speciali: ora che nella città non è rimasto più nessuno, costituisce per noi una grande risurs, non te lo puoi nemmeno

immaginare) dice con tale sicurezza che i nostri hanno occupato Evpatorija, così che i francesi non hanno più contatti

con Balaklava, e che in quell'occasione sono morti duecento dei nostri e quindicimila francesi. Mia moglie era in tale

stato di eccitazione per quest'avvenimento, che ha smaniato per tutta la notte e va dicendo che tu, se lo sente, eri

presente alla battaglia e ti sei distinto...».

Nonostante le parole e le espressioni, che ho volutamente evidenziato in corsivo, e tutto il tono della lettera,

sulla base della quale il lettore presuntuoso si è sicuramente fatto un'idea senz'altro poco favorevole dell'onestà sia del

tenente Michajlov, dagli stivaletti scalcagnati, che dell'amico che scrive parole strane (risurs) e ha concetti geografici

così strampalati, della pallida amica seduta sulla panchina a forma di esse (forse si è addirittura immaginato che questa

Nataša abbia le unghie sporche), e in generale su tutta questa compagnia provinciale, festaiola e per lui spregevole, il

tenente Michajlov ricordava con un indicibile piacere malinconico la sua pallida amica del governatorato e quando,

solitamente, sedeva di sera con lei nel pergolato e parlava di sentimenti, ricordava il caro compagno ulano, come si

arrabbiava e stabiliva un'ammenda, quando nello studio, spesso, stabilivano una posta di un copeco, e come la moglie

rideva di loro; ricordava l'affetto che queste persone provavano per lui (forse, gli sembrava, c'era qualcosa di più da

parte della pallida amica): tutti questi volti baluginavano nella sua mente, insieme a tutto l'ambiente circostante, con un

colore straordinariamente tenero, dolcemente rosa, ed egli, sorridendo ai propri ricordi, sfiorò con una mano la tasca

nella quale si trovava la lettera a lui tanto cara. Questi ricordi rallegravano molto il tenente Michajlov, poiché la

compagnia nella quale gli toccava vivere adesso, al reggimento di fanteria, era di livello molto inferiore rispetto a quella

in cui si trovava, in qualità di cavalleggero e cavaliere di dame, dovunque ben accolto, nella città di T.

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Il suo circolo di un tempo era talmente superiore a quello attuale che, quando, nei momenti di sincerità, gli

capitava di raccontare ai compagni della fanteria che egli possedeva carrozze private, che danzava ai balli del

governatore e che giocava a carte con il generale, lo ascoltavano con indifferenza e incredulità, come se soltanto

desiderassero non contraddirlo e non dimostrare il contrario: «Che parli pure», dicevano e, quanto al fatto che egli non

mostrava un aperto disprezzo verso le gozzoviglie dei compagni - la vodka, il gioco con il banco di cinque rubli -, e in

generale verso la rozzezza del loro comportamento, tutto ciò bisogna attribuirlo alla particolare mitezza, affabilità e

buon senso del suo carattere.

Dai ricordi il tenente Michajlov passò involontariamente ai sogni e alle speranze. «Quali saranno lo stupore e

la gioia di Nataša», pensava, passeggiando per uno stretto vicolo sui propri stivali scalcagnati, «non appena avrà letto

sull'Invalido la descrizione di come io per primo, da solo, sono salito sul cannone e ho ricevuto la croce di San Giorgio!

Dovrei essere promosso a capitano, secondo il precedente rapporto. Quindi, questo stesso anno posso essere promosso

molto facilmente a maggiore di linea, dal momento che ne sono stati uccisi parecchi, e di sicuro ne faranno fuori ancora,

di fratelli, in questa campagna. E poi ci sarà nuovamente una battaglia, e a me, in quanto uomo celebre, affideranno il

reggimento... tenente colonnello... un'Anna al collo... colonnello...», ed era già generale, mentre onorava di una visita

Nataša, vedova del compagno che, secondo lui, a quel tempo sarebbe morto, quando i suoni della banda sul viale

giunsero più chiari alle sue orecchie, una folla apparve ai suoi occhi, ed egli si trovò nel viale come prima, un

insignificante, goffo e timido tenente di fanteria.

III

All'inizio si avvicinò al padiglione, sotto il quale stavano i musicisti; ad essi, fungendo da leggii, altri soldati

del medesimo reggimento tenevano aperti gli spartiti e vicino, più intenti a guardare che ad ascoltare, avevano formato

un gruppo scrivani, nobili, bambinaie con piccoli e ufficiali dai mantelli vecchi. Intorno al padiglione stavano in piedi,

seduti o passeggiavano per lo più marinai, aiutanti e ufficiali in guanti bianchi e mantelli nuovi. Lungo l'ampia

passeggiata del viale camminavano ufficiali d'ogni genere e donne di ogni specie, le quali di rado indossavano

cappellini, ma più che altro fazzoletti (ve ne erano senza cappellino e senza fazzoletto), ma non c'era neppure una

vecchia, erano tutte giovani. Più giù, gruppi isolati camminavano o stavano seduti lungo i viali ombrosi, profumati di

bianche acacie.

Nessuno era particolarmente contento di aver incontrato il tenente Michajlov, tranne, forse, il capitano del suo

reggimento, Obžogov, e l'aspirante Suslikov, i quali gli porsero calorosamente la mano; il primo indossava pantaloni di

cammello, era senza guanti, avvolto in un mantello logoro e con un viso molto rosso, sudato, mentre il secondo gridava

in maniera così forte e sfacciata, che ci si vergognava a passeggiare con loro, soprattutto davanti ai generali in guanti

bianchi; il tenente Michajlov salutò uno di loro, l'aiutante, mentre l'altro, l'ufficiale di stato maggiore, avrebbe anche

potuto salutarlo, perché per due volte l'aveva incontrato da un conoscente comune.

Oltre tutto, che piacere poteva esserci, a passeggiare con questi signori Obžogov e Suslikov, dal momento che,

anche senza di ciò, gli capitava di incontrarli e di stringere loro la mano sei volte al giorno? Non certo per questo era

venuto a sentire la musica.

Avrebbe voluto avvicinarsi all'aiutante che aveva salutato, e parlare un po' con questi signori, non perché il

capitano Obžogov, l'aspirante Suslikov e il tenente Pišteckij e altri vedessero che egli conversava con loro, ma

semplicemente perché erano persone piacevoli, e inoltre erano al corrente di tutte le novità, avrebbero raccontato

qualcosa... Ma perché il tenente Michajlov ha paura e non si decide ad avvicinarsi a loro? «E se questa volta non mi

salutassero?», pensa. «O forse mi saluteranno e continueranno a parlare tra di loro, come se io non ci fossi, e si

allontaneranno da me, e io resterò là, da solo, in mezzo agli aristocratici». La parola aristocratici (nel senso di una

cerchia più elevata, di qualsivoglia strato sociale) ha ricevuto da noi in Russia (dove, a quanto pare, non sarebbe dovuta

nemmeno esistere) molta popolarità da un po' di tempo a questa parte, e si è diffusa in ogni dove e in tutti gli strati della

società, dovunque si sia introdotta la vanità (ma in quali condizioni e circostanze non si sviluppa questo abominevole

vizio?), tra i mercanti, tra i funzionari, gli scrivani, gli ufficiali, a Saratov, a Mamadyš, a Vinnica, dovunque vi siano

uomini. E, siccome nella assediata Sebastopoli di persone ce ne sono parecchie, di conseguenza anche la vanità è molta,

cioè anche gli aristocratici, benché ogni minuto penda sul capo di ognuno, aristocratico e non aristocratico, la

minaccia della morte.

Per il capitano Obžogov il tenente Michajlov è un aristocratico, perché ha il mantello pulito e i guanti, e per

questo non lo può soffrire, benché un po' lo rispetti; per il tenente Michajlov l'aiutante Kalugin è un aristocratico,

perché è un aiutante e dà del tu agli altri aiutanti; per questo non è molto ben disposto nei suoi confronti, benché davanti

a lui provi soggezione. Per l'aiutante Kalugin il conte Nordov è un aristocratico, e sempre lo insulta e lo disprezza

dentro di sé perché è un aiutante di campo. La parola aristocratico è terribile. Per quale motivo il sottotenente Zobov

ride così affettatamente, passando davanti al proprio compagno che se ne sta seduto con l'ufficiale di stato maggiore?

Per dimostrare loro di non essere affatto inferiore ad essi, pur senza essere un aristocratico. Perché l'ufficiale di stato

maggiore parla con voce così flebile, tristemente fioca? Per mostrare al proprio interlocutore di essere un aristocratico,

e per giunta benevolo, perché rivolge la parola ad un sottotenente. Perché lo junker fa questi gesti con le braccia e

ammicca, seguendo una signora, che egli vede per la prima volta, e alla quale non osa avvicinarsi? Per mostrare a tutti

gli ufficiali di essere un aristocratico e di divertirsi molto, anche se di fronte a loro deve togliersi il cappello. Perché il

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capitano dell'artiglieria ha trattato così male gli attendenti bonaccioni? Per mostrare a tutti che egli non adula mai e che

non ha mai bisogno di aristocratici ecc. ecc.

Vanità, vanità, nient'altro che vanità, perfino sull'orlo della fossa e tra persone pronte ad affrontare la morte per

un nobile ideale. Vanità! Deve essere, anzi è il segno caratteristico e il morbo che contraddistingue il nostro secolo.

Perché tra gli uomini di una volta non si sentiva parlare di questa passione, come del vaiolo o del colera? Perché nel

nostro secolo ci sono solo tre tipi di uomini: i primi che accettano il principio della vanità come un fatto la cui esistenza

sia inevitabile, quindi giusto, e volontariamente vi si sottomettono; i secondi che la considerano una condizione funesta,

ma invincibile; e i terzi che inconsciamente agiscono sotto la sua spinta in modo servile? Perché gli Omero e gli

Shakespeare parlavano di amore, di gloria e di sofferenze, mentre la letteratura del nostro secolo è soltanto un

interminabile racconto di "Snob" e di "Vanità"?

Il tenente Michajlov passò per due volte, incerto, davanti al gruppetto dei suoi aristocratici, la terza volta si

fece coraggio e si accostò a loro. Quattro ufficiali formavano questa piccola cerchia: l'aiutante Kalugin, conoscente di

Michajlov, l'aiutante principe Gal'cin, che un tempo era stato addirittura un po' aristocratico per lo stesso Kalugin, il

tenente colonnello Neferdov, uno dei cosiddetti centoventidue uomini di mondo rientrati in servizio dopo il congedo, in

parte spinti dal patriottismo, in parte dall'ambizione, ma soprattutto perché tutti lo facevano; un vecchio scapolo del

Moskovskij Klub, qui unitosi al partito degli insoddisfatti, i quali non facevano nulla e criticavano tutte le disposizioni

delle autorità, e il capitano di cavalleria Praskuchin, anch'egli uno dei centoventidue eroi.

Per fortuna di Michajlov, Kalugin era di ottimo umore (il generale aveva appena finito di parlargli in tono

molto confidenziale, e il principe Gal'cin, giunto da Pietroburgo, si era fermato ad alloggiare da lui), e ritenne non

umiliante dare la mano al tenente Michajlov, cosa che non si decise a fare, invece, Praskuchin, che spesso aveva

incontrato Michajlov sul bastione, molto di frequente ne aveva bevuto il vino e la vodka, e gli doveva addirittura dodici

rubli e mezzo persi a préférence. Non conoscendo ancora bene il principe Gal'cin, non voleva manifestare davanti a lui

la sua familiarità con un semplice tenente di fanteria; gli fece soltanto un cenno con il capo.

«Allora, tenente», disse Kalugin, «quando di nuovo al bastione? Vi ricordate, quando ci siamo incontrati al

ridotto Švarcovskij? Faceva un tale caldo, non è vero?»

«Sì, è vero», disse Michajlov, ricordando con amarezza che triste aspetto avesse quella notte quando,

avanzando lungo la trincea, piegato, sul bastione, aveva incontrato Kalugin, che procedeva così elegantemente, facendo

tintinnare gagliardamente la sciabola. «A dire il vero, mi tocca andarci domani, è malato un ufficiale della nostra

compagnia», continuò Michajlov, «e perciò...». Avrebbe voluto raccontare che non era il suo turno, ma che, siccome il

comandante dell'ottava compagnia non stava bene, e nella compagnia rimaneva solo l'aspirante, egli aveva ritenuto

proprio dovere proporsi al posto del tenente Nepšitšetskij, e per questo motivo si doveva recare allora al bastione.

Kalugin non stette ad ascoltarlo.

«Eppure ho l'impressione che a giorni accadrà qualcosa», disse al principe Gal'cin.

«Ma come, non oggi?», chiese timidamente Michajlov, volgendo lo sguardo ora su Kalugin, ora su Gal'cin.

Nessuno gli rispose. Gal'cin si limitò a storcere la bocca in qualche modo, gettò un'occhiata oltre il suo berretto e, dopo

essere stato un po' in silenzio, disse: «Bella ragazza, questa con il fazzoletto rosso. Voi non la conoscete, tenente?»

«Abita vicino al mio appartamento, è la figlia di un marinaio», rispose il tenente.

«Su, andiamo a guardarla meglio».

E il principe Gal'cin prese a braccetto da un lato Kalugin, dall'altro il tenente, cosa che non avrebbe potuto non

far piacere a quest'ultimo, come in effetti era.

Il tenente era superstizioso e riteneva grave peccato interessarsi alle donne prima di un'azione, ma in questo

caso finse di essere un gran libertino, cosa alla quale non credevano né il principe Gal'cin né Kalugin, e che stupiva in

modo particolare la fanciulla con il fazzolettino rosso, la quale aveva ormai notato più volte che il tenente arrossiva

quando passava davanti alla sua finestrina. Praskuchin camminava dietro a loro e dava continuamente colpetti al braccio

del principe Gal'cin, facendo diversi commenti in francese; e, siccome non si poteva passeggiare lungo la stradina in

quattro, era costretto a camminare da solo, e soltanto al secondo giro prese sotto il braccio l'ufficiale della marina

Servjagin, noto per il suo valore, che si era avvicinato e lo aveva salutato, desiderando anch'egli unirsi al gruppetto di

aristocratici. E con piacere il noto eroe fece passare il suo braccio muscoloso, che non aveva mai ammazzato nemmeno

un francese, sotto il braccio di Praskuchin, noto a tutti, e allo stesso Servjagin, come persona non troppo per bene. Ma

quando Praskuchin, volendo spiegare al principe Gal'cin la sua familiarità con questo marinaio, gli sussurrò che si

trattava di un celebre eroe, il principe Gal'cin, che era stato il giorno prima al quarto bastione e aveva visto, a venti passi

da sé, scoppiare una bomba, stimandosi uomo di non minor valore e ritenendo che grandissima parte della buona

reputazione si acquisti immeritatamente, non rivolse a Servjagin la benché minima attenzione.

Al tenente Michajlov piaceva così tanto passeggiare in questa compagnia che si dimenticò della cara lettera da

T., dei pensieri tenebrosi che lo avevano assalito di fronte all'imminente partenza verso il bastione e, soprattutto, del

fatto che alle sette avrebbe dovuto essere a casa.

Rimase con questi fino a quando non si misero a chiacchierare solamente tra di loro, evitando il suo sguardo, e

facendogli capire che se ne poteva pure andare e, alla fine, si allontanarono del tutto da lui. Ciononostante il tenente era

soddisfatto e, passando davanti allo junker, il barone Pest, che, dopo aver trascorso la notte precedente, per la prima

volta, nel rifugio del quinto bastione, era particolarmente orgoglioso e presuntuoso, e si reputava di conseguenza un

eroe, non si dispiacque affatto dell'espressione diffidente e boriosa con la quale lo junker si mise sull'attenti e si tolse il

berretto davanti a lui.

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IV

Ma il tenente aveva appena varcato la soglia del proprio appartamento, quand'ecco che pensieri del tutto diversi

gli si affacciarono alla mente. Vide la propria piccola stanzetta con il pavimento di terra irregolare e le finestre

sconquassate, tappate di carta, il suo vecchio letto e, fissato sopra di esso, un tappeto, sul quale era raffigurata

un'Amazzone e stavano appese due pistole di Tula, il giaciglio sporco, con una coperta d'indiana, dello junker che

abitava con lui; vide il suo servo Nikita alzarsi, con i capelli arruffati, unti, grattandosi; vide il proprio vecchio cappotto,

gli stivali personali e il fagottino, dal quale uscivano la punta del formaggio saponaceo e il collo di una bottiglia di

porto, riempita di vodka, che gli avevano preparato per il bastione e, con una sensazione simile a terrore, si ricordò d'un

tratto che ora, per tutta la notte, gli toccava andare con la compagnia ai rifugi.

«Forse questa volta verrò ucciso», pensava il tenente, «lo sento. E per giunta non toccava a me recarmi sul

bastione, ma mi sono offerto io stesso. E quello che si offre volontario lo uccidono sempre. Ma perché mai questo

maledetto Nepšitšetskij è malato? Anzi, è molto probabile che non sia affatto malato, ma là, al suo posto, uccideranno

un altro, di sicuro lo uccideranno. Altrimenti, se non lo uccidono, di sicuro otterrà una raccomandazione. Ho visto come

è stato contento il comandante del reggimento quando ho detto «Permettete a me di andare, se il tenente Nepšitšetskij è

malato». Se non diventerò maggiore, di certo riceverò il Vladimir. Ecco che vado al bastione già per la tredicesima

volta. Ah, il tredici! È un numero che porta male. Di sicuro mi uccideranno, lo sento che mi uccideranno; ma qualcuno

doveva pur andare, la compagnia non può essere guidata dall'aspirante, e qualsiasi cosa accada, ne va dell'onore del

reggimento, l'onore dell'esercito dipende da questo. Era mio dovere andare... proprio così, dovere. Ma ho un brutto

presentimento». Il tenente dimenticava che questo presentimento, in misura maggiore o minore, l'aveva ogni volta che

doveva recarsi al bastione, e non sapeva che chiunque si rechi a compiere una missione prova, più o meno

intensamente, il medesimo presentimento. Dopo essersi tranquillizzato un po' con quest'idea del dovere che nel tenente,

come in generale in tutte le persone limitate, era particolarmente sviluppata e intensa, si sedette al tavolo e cominciò a

scrivere una lettera d'addio a suo padre, con il quale, negli ultimi tempi, era stato in rapporti tutt'altro che buoni, a causa

di questioni finanziarie. Dopo dieci minuti, scritta la lettera, si alzò dal tavolo con gli occhi umidi di lacrime e,

recitandosi a mente tutte le preghiere che conosceva (infatti si vergognava a pregare Iddio ad alta voce davanti ai suoi

servitori), cominciò a vestirsi. Desiderava inoltre ardentemente baciare la sacra immagine di Mitrofanij, benedizione

della defunta madre, verso la quale nutriva una fede particolare, ma siccome provava imbarazzo a farlo in presenza di

Nikita, estrasse l'icona dalla finanziera in modo da poterla prendere, senza sbottonarsi, per strada. L'ubriaco e rozzo

servitore gli porse pigramente la nuova finanziera (quella vecchia, che il tenente era solito indossare quando si recava al

bastione, non era stata rammendata).

«Perché la finanziera non è stata rammendata? E non startene sempre a dormire, furfante!», disse furioso

Michajlov.

«Come, dormire?», borbottò Nikita. «Corri tutto il santo giorno come un cane: puoi essere stanco morto, e non

ti lasciano nemmeno riposare».

«Sei di nuovo ubriaco, a quanto pare».

«Non ho bevuto con i vostri soldi, non rimproveratemi!»

«Taci, bestia!», gridò il tenente, pronto a colpirlo; egli, già da prima turbato, aveva ora perso completamente la

pazienza ed era amareggiato dall'impertinenza di Nikita, che egli amava, addirittura viziava, e con il quale aveva già

vissuto dodici anni.

«Bestia? Bestia?», ripeteva il servitore. «E perché mai insultate una bestia, signore? Non vedete in quale

situazione vi trovate? Non è bene insultare».

Michajlov si ricordò di dove stava andando e provò un senso di vergogna. «Ecco, faresti uscire dai gangheri

chiunque, Nikita», disse con voce mite. «Questa lettera a papà, sul tavolo, lasciala stare così e non toccarla», aggiunse

arrossendo.

«Ai vostri ordini», disse Nikita, commosso per effetto del vino che aveva tracannato "a proprie spese",

sbattendo gli occhi, con il manifesto desiderio di versar lacrime.

Quando il tenente, sulla soglia, disse «Addio, Nikita», allora Nikita proruppe all'improvviso in lacrime forzate

e si gettò a baciare le mani del suo padrone. «Addio, signore!», disse singhiozzando.

Una vecchia, moglie di un marinaio, che stava in piedi sulla soglia, non poteva, in quanto donna, non unirsi

anche lei a questa scena commovente, e cominciò ad asciugarsi gli occhi con le maniche sporche e a intercalare qualche

frase, domandandosi a che pro e a quali sofferenze i padroni vanno incontro, dicendo di essere rimasta vedova, povera

disgraziata e, per l'ennesima volta, raccontò all'ubriaco Nikita la propria sventura: che le avevano ucciso il marito

ancora al primo bombardamento, e che le avevano completamente distrutto la casetta nel sobborgo (quella nella quale

abitava ora non era di sua proprietà), ecc. ecc. All'uscita del padrone Nikita accese la pipa, chiese alla ragazza del

padrone di casa di andare a prendere della vodka e, molto in fretta, smise di piangere; anzi, al contrario, attaccò lite con

la vecchietta a causa di una brocca che lei gli aveva fatto cadere.

«Ma forse mi feriranno soltanto», rifletteva tra sé il tenente, mentre già si recava con la compagnia,

all'imbrunire, verso il bastione. «Ma dove? Come? Qui oppure qui?», pensava, indicando mentalmente ora il ventre, ora

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il petto. «Ecco, se fosse qui», pensava alla parte superiore della gamba, «potrebbe uscire dall'altra parte. Ma se invece la

scheggia mi arriva qui, allora è proprio la fine!».

Il tenente, tuttavia, stando curvo, raggiunse incolume, attraverso la trincea, i rifugi; dispose insieme all'ufficiale

del genio, già nella profonda oscurità, gli uomini alle postazioni e andò in una piccola buca sotto il riparo. Gli spari non

erano intensi; soltanto di rado si accendevano lampi, ora da noi, ora da lui, e la spoletta splendente stendeva un arco

infuocato nello scuro cielo stellato. Ma tutte le bombe cadevano molto oltre e a destra del riparo, all'interno del quale,

nella piccola fossa, sedeva il tenente, cosicché egli in parte si tranquillizzò, bevve della vodka, assaggiò un po' di

formaggio saponaceo, si accese una sigaretta, e dopo aver pregato cercò di addormentarsi.

V

Il principe Gal'cin, il tenente colonnello Neferdov, lo junker barone Pest, che li aveva incontrati sul viale, e

Praskuchin, che nessuno aveva invitato, con il quale nessuno discorreva, ma che non si staccava da loro, dal viale quasi

tutti se ne andarono a bere il tè da Kalugin.

«Non hai ancora finito di raccontarmi di Vas'ka Mendel'», disse Kalugin, dopo essersi tolto il mantello, seduto

su una morbida e comoda poltrona vicino alla finestra, sbottonandosi il colletto di una camicia di tela d'Olanda pulita e

inamidata. «Allora, come si è sposato?»

«Da morir dal ridere, fratello! Je vous dis, il y avait un temps où on ne parlait que de ça à P(étersbour)g»,

disse Gal'cin con una risata balzando dal pianoforte, sul quale sedeva, e mettendosi a sedere alla finestra, vicino a

Kalugin. «Semplicemente da morir dalle risate. So tutto nei minimi particolari». E allegramente, con arguzia e rapidità

cominciò a raccontare una storia d'amore che noi tralasceremo, poiché non ci interessa. Ma è notevole il fatto che non

solo il principe Gal'cin, ma anche tutti questi signori, seduti chi alla finestra, chi con le gambe accavallate, chi al

pianoforte, sembravano ora completamente diversi rispetto a prima, sul viale: non c'era più quella ridicola pomposità,

quella presunzione che avevano mostrato agli ufficiali della fanteria; qui essi erano tra loro simili, si comportavano

naturalmente, come ragazzi di indole molto gentile, semplici, allegri e buoni, in particolare Kalugin e Gal'cin. La

conversazione riguardava colleghi e conoscenti di Pietroburgo.

«Che cosa fa Maslockoj?»

«Quale dei due? L'ulano imperiale o la guardia a cavallo?»

«Li conosco entrambi. La guardia a cavallo era ai miei tempi un monellaccio, appena uscito dalla scuola. Che

cosa mi dici del maggiore, il capitano di cavalleria?»

«Oh! Ormai è passato molto tempo».

«Ma si trastulla sempre con la sua zingarella?»

«No, l'ha lasciata», e via discorsi di questo genere.

Poi Gal'cin si sedette al pianoforte e cantò divinamente una canzoncina zigana. Praskuchin, benché nessuno

glielo avesse chiesto, cominciò a fare il controcanto, e questo riuscì così bene che tutti lo pregarono di andare avanti,

cosa che lo rese particolarmente felice.

Un inserviente entrò nella stanza con tè, panna e ciambelle su di un vassoio d'argento.

«Danne al principe», disse Kalugin.

«Però, è davvero strano pensare», disse Gal'cin dopo aver preso una tazza e allontanandosi verso la finestra,

«che ci troviamo in una città stretta d'assedio: il pianoforte, il tè con la panna, un appartamento così bello, averne uno

così a Pietroburgo».

«Se non ci fosse nemmeno questo», disse a tutti l'insoddisfatto e vecchio tenente colonnello, «sarebbe

semplicemente insopportabile questa continua attesa di qualcosa... starsene a guardare come ogni giorno colpiscono,

colpiscono, e non c'è mai fine; ci mancherebbe, in una tale situazione, vivere anche nel fango e senza comodità».

«E come fanno allora i nostri ufficiali di fanteria», disse Kalugin, «che vivono con i soldati nei bastioni, nel

rifugio, e mangiano il rancio dei soldati, come se la passano loro?»

«Ecco, questo proprio non lo capisco e, devo ammetterlo, non riesco a credere», disse Gal'cin, «che degli

uomini con indosso biancheria sporca, che vivono in mezzo ai pidocchi e senza lavarsi le mani, possano essere valorosi.

In questo modo, sai, cette belle bravoure de gentilhomme non può esistere».

«Ma quelli nemmeno comprendono questo coraggio», disse Praskuchin.

«Ma che sciocchezze vai dicendo», lo interruppe adirato Kalugin, «qui li ho visti più spesso di te e non mi

stancherò mai di dire che i nostri ufficiali di fanteria, benché davvero vivano tra i pidocchi e non si cambino la

biancheria per dieci giorni di fila, sono tuttavia degli eroi, delle persone ammirevoli».

In quell'istante fece il suo ingresso nella stanza un ufficiale di fanteria.

«Io... mi è stato ordinato... posso presentarmi al gene... a sua eccellenza da parte del generale NN?», domandò

timoroso e riverente.

Kalugin si alzò, ma senza rispondere all'inchino dell'ufficiale, e con sprezzante cortesia e un forzato sorriso

formale, chiese all'ufficiale se poteva attendere; quindi, senza averlo invitato a sedersi e non rivolgendogli più alcuna

attenzione, si voltò verso Gal'cin e cominciò a parlare in francese, di modo che il povero ufficiale, rimasto nel centro

della stanza, davvero non sapeva che cosa fare della propria persona e delle proprie mani, con i guanti che gli

penzolavano davanti. «Si tratta di un affare molto urgente», disse l'ufficiale dopo un minuto di silenzio.

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